L’esilio delle cose, il fallimento relazionale e le connessioni umane – Mario Famularo

 
Da KERBEROS BOOKSTORE

 
 

Proverò, in questo mio intervento, a tracciare un percorso di lettura delle opere di Alessandro Canzian, dall’esordio Christabel (Edizioni del Leone, 2001, nota in quarta di copertina di Paolo Ruffilli) fino all’inedita Il Condominio S.I.M. Non potrò, per ragioni di economia, approfondire tutte le tematiche presenti nelle diverse raccolte, pertanto mi limiterò a cercare dei punti di contatto e un percorso coerente all’interno delle stesse.

Già dalla prima pubblicazione, Christabel, si inizia ad intravedere un’indagine operata sul quotidiano: una ricerca, nella propria esperienza, di un qualche significato che possa avere tensione universale. Si evidenziano, in particolar modo, le esperienze sentimentali e i rapporti umani, in una forma che predilige la descrizione discreta, la rappresentazione di dettagli, in particolare della persona amata. Ma il dettato ha in sé il sintomo di un’inquietudine esistenziale, che si rivela, pur timidamente in questi primi versi, in ogni occasione di assenza.

Ferma davanti allo specchio, / solare e nebbiosa al mattino, / i capelli arruffati sul volto, / maestosa, elegante se pur nuda / d’una nera intimità / che non svela, sorridi. / E sorridi d’un pieno sorriso, / bianco, raro, raro sorriso”: momenti come questo, di presenza, riescono ad arginare, in qualche modo, quella sensazione di vuoto, che è come fosse dimenticata e messa da parte. Ma non sopita. Ed ecco che la donna amata diventa “amante lacerata, / sopore d’assenza”; ed ecco la consapevolezza che “siamo sempre, sempre soli”, “che la vita / è aver sete / di qualcosa / che non si può bere”, in un poesia dedicata al padre, che simboleggia la solitudine, inevitabile “presenza” di una mancanza che appare come passaggio prestabilito della vita di ogni uomo, e destinato a ripetersi.

Il rapporto con la donna amata diventa “inganno / che nel tutto già ci esprime”, fatto di ricordi perduti; e sua conseguenza è una “tristezza che vanifica il nulla … proiezione / di una proiezione / nuda e vuota, di se stessi”.

Eppure Canzian cerca disperatamente quel contatto umano con la donna amata, perdendosi in queste consapevolezze estreme del pensiero, quasi per realizzare un “richiamo” verso la persona che avverte lontana, nella propria solitudine: “Fermato alla luna, ho gridato / il “morire si deve” / come estrema speranza / di viverti ancora.” La vicinanza amorosa sembra quasi portare con sé qualche speranza di salvezza, di felicità, vissuta, però, sempre con un certo disinganno, quasi con la consapevolezza che tale aspettativa andrà delusa: “Non nega la mia tristezza / l’aforisma di sabbia / e spuma. E sogno. / Tu sei la mia tristezza.” Il passaggio richiama Sabbia e spuma di Kahlil Gibran, come riferimento dell’eternità del fenomeno transitorio, dell’immutabilità dell’impermanenza, della fragilità delle cose umane, destinate a dissolversi, in una dinamica che, essa stesa, non muta: “Per sempre camminerò su questi lidi, tra la sabbia e la spuma, l’alta marea cancellerà le mie orme, e il vento soffierà via la spuma. Ma il mare e la spiaggia dureranno. Per sempre.

La raccolta si chiude, alla luce di queste ed altre occasioni di incontro e di solitudine, con un dubbio che ben racchiude quanto detto finora: “Ma cosa siamo noi / in questo vuoto attendere la luce?

Ognuno attende da solo, e la presenza dell’altro non basta a riempire questo vuoto attendere; la luce non sembrerebbe essere la persona che, insieme a noi, attende, nella propria solitudine, vicina eppure irrimediabilmente separata.

Con La sera, la serra (Tip. Mazzoli, 2004, prefazione di Tita Paternostro), si approfondisce la dimensione introspettiva, le riflessioni sul senso della vita, la relazione tra un principio positivo (la presenza, l’amore, la tensione verso l’altro) ed uno negativo (l’assenza di connessioni, di significato, la contemplazione della mancanza nella dimensione del ricordo).

Ti penso, ti penso sempre, ti penso / anche nel non-pensiero, / che pensarti è come già sopravviverti”, “Ma qualcosa resiste e quasi le chiedo / d’esistere, per legarmi più a te”, “E cerco, e cerco, e ti cerco / nell’antenna di un insetto … nella parola / che nell’eco ancora odora di te”, “… tutto si trasforma in niente, qui. … Tu non sai la vita come sia densa, opaca / ombra di te, senza te.” Il dialogo con la persona assente diventa, in ultima istanza, tensione di connessione umana. Una speranza confermata in versi come “ben sapendo / il tuo cielo essere il mio cielo”.

L’assenza, contemplata in quest’ottica, viene vissuta nel dolore dell’abbandono, e sempre in forma di dialogo diretto, in un insistere di particelle “tu”, “ti”, e di azioni direttamente rivolte in seconda persona.

Ma quel sintomo di inquietudine esistenziale è qui più presente, e viene ribadito: “magma / ch’è nulla nel nulla che siamo” (da notare l’omaggio al Luzi di Nel magma), “Perché è nel perdersi il fine d’ogni cosa”, come viene ribadita la possibilità di salvezza data dall’amore, o meglio dal suo ricordo, per quanto assurdo, finito e transitorio: “È l’assurdo motivo di vivere … nel portone, quasi di vita, che non s’apre”, “E sei alba che non smemora, / dolce quanto pesa il vivere.”, “In te ho amato il nulla delle cose.

Ma il nulla delle cose è un tutto / che il tempo schiuma”. Il trascorrere degli anni aumenta il peso delle cose perdute e del loro ricordo, cui il Canzian sembra non voler rinunciare, perché la contemplazione della loro assenza sembra dare un senso ad una vita dove “la condanna del vivere è il vivere”, dove “è assurdo il tempo”, ma insuperabile, nel suo scandire presente e passato. E il Nostro sembra quasi ammetterlo: “Dicono sia possibile, lo sai, amare / un’ombra, ombre noi stessi / dicono non sia maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / a la miseria”, omaggiando il Montale di Tuo fratello morì giovane…, da Xenia: “…Ma è possibile, / lo sai, amare un’ombra, ombre noi stessi”, con un’ulteriore eco oraziana del “pulvis et umbra sumus”.

Una transitorietà delle cose che, nel momento in cui diventano perdute, permette di sopravvivere alla mancanza, in ultima istanza, di senso e di connessioni, nel ricordo di una loro, pur provvisoria, intensità passeggera, che lascia una impronta che il Canzian mantiene in vita come un prezioso, anche se doloroso, ricordo.

Quindi: si passa dalla testimonianza del rapporto umano, incrinato dalla solitudine che tratteggia la separazione e la distanza, all’assenza e alla contemplazione della mancanza, in un dialogo con la persona perduta che permette di sopravvivere in un mondo, apparentemente, privo di significato, proprio per aver smarrito quelle connessioni.

In Canzoniere Inutile (Samuele Editore, 2010, prefazione di Elio Pecora), Canzian sembra confermare ed approfondire quanto detto finora, in un’ottica coerente: “La solitudine di vivere è un silenzio … un riverbero di capelli alla rinfusa / senza senso abbandonati sulle spalle”, “una stufa accesa riscalda / appena il vuoto che ci riempie”, “E sorrido. / Sorrido di quell’amaro sorriso / di chi ha un grande vuoto dentro”.

Passaggi come “Questa vita disserrata ha il senso / della cagnetta smagrita che a lato / della casa s’avvolge / di gelo ogni notte” ripropongono il tema della solitudine, della sopravvivenza ad una vita dolorosa e apparentemente senza senso, in una disperata ricerca di calore, di contatto, raffigurata proprio dall’immagine di un inverno inospitale e severo.

Ma inizia a profilarsi un ulteriore sviluppo, quello dell’esilio e dell’attesa: “La vita è principalmente attesa, / da questo esilio il Dio”. Le solitudini di ogni essere vivente, dell’autore, della stessa persona amata, riassunte nella cagnetta smagrita, diventano attesa, vissuta nella dimensione del proprio isolamento, come se ognuno fosse esiliato in sé stesso. E questo trova conferma anche nella dimensione prevalentemente lirica e introspettiva finora analizzata.

Insistono nella raccolta le immagini sull’apparente assenza di senso, “Una linea estesa che si spezza / nel lungometraggio d’un orizzonte / vano”, “perché la vita / è da sempre sofferenza”, “La vita è un tempo che ridonda / sempre pari nel suo vuoto”.

Quale il senso allora, se c’è? Quale il significato ultimo? Canzian propone possa essere “uno svanire quieto tra le cose / a sé più care, uno sfibrare il resto / disperso del pensiero – inutile, / inatteso, con nello sguardo un gesto / pieno d’amore – per non attendere / più nulla dopo il male.”. Nell’inevitabile e lento svanire, che ci si auspica sia sereno, mentre i pensieri irrequieti (e inutili) sfibrano e dissolvono, l’augurio è che resti nello sguardo il ricordo di un gesto d’amore, di quella positività che sola, creando connessioni umane e con le cose, sembrerebbe dare un senso all’attesa, che esilia ciascuno nella propria solitudine, fino alla fine.

Ma il dolore e il male hanno la loro importanza, “perché il bene / non sempre serve / a rendere l’uomo più felice”, “Ed il mondo non ha più senso.

Resta presente l’ossessione della persona amata, perduta, “Non altri che tu, in quest’assenza. E la tenerezza d’averti in un’attesa / che pare ritornare.” che il Canzian rivive anche attraverso gli oggetti della memoria, le mille cose del mondo quotidiano: “la cucina, il letto, il divano sfatto / del soggiorno invano – quasi tutto / fosse un grumo da capire, un sogno.

La plaquette Cronaca d’una solitudine (Samuele Editore, 2011, libriccino bifronte con nell’altro lato testi di Federico Rossignoli), nonostante il nome, inizia leggermente a spostare il punto di messa a fuoco sull’altro, in particolare sul padre, cui è dedicata la prima sezione. Si insiste su alcune tematiche già analizzate in precedenza, in versi come “Così mio padre, / seduto nella peugeot in attesa / di qualcosa che ritorni … e andiamo avanti con un sorriso / perché non c’è nient’altro da fare”.

Di nuovo il tema dell’attesa e delle solitudini, e la connessione umana che in filigrana dona un qualche conforto, insieme ai piccoli gesti della quotidianità, la cui apparente miseria diventa preziosa fragilità, se condivisa. Continua il dialogo diretto in seconda persona con il soggetto femminile, “Forse pensi a qualcuno o / a qualcosa che abbia senso nella / vita – in questo involucro di / memoria e pupille bianche”, con ricorrenza dei temi dell’assenza di senso e della memoria, e ancora i piccoli dettagli delle cose di ogni giorno: “Forse lavi i piatti della sera”, “È la storia della vita nelle cose”.

L’esilio delle persone, a un tratto, sembra farsi anche esilio delle cose, e l’occasione è un aneddoto di vita quotidiana, per cui “Dovevi comprarti le scarpe, due … Anche le tue scarpe sono sole.”.

Nell’ultima parte, omonima, la cronaca di una solitudine sembrerebbe paradossalmente la cronaca di molte solitudini che s’incontrano: altri soggetti intersecano la quotidianità, vissuta quasi con un senso di disagio, in occasioni come la visita dal pediatra, o nelle confidenze di alcuni amici: solitudini di uomini che trovano un senso nella connessione umana, di nuovo. Eppure “Dopo giorni e giorni resta lieve / il distacco, la luce che si spegne … io non capisco / più lo stupore di questa vita”.

Leggermente differente la plaquette Luceafarul (Samuele Editore, 2012, prefazione di Sonia Gentili), reinterpretazione del Luceafarul di Mihai Eminescu, la maggiore opera romantica dell’ottocento rumeno, che narra, in buona sostanza, l’impossibile storia d’amore tra un essere eterno ed uno mortale; come bene evidenziato nella prefazione, appare quasi come una variazione del mito di Amore e Psiche.

Qui il tono è quello di una favola, che ha insita una tenerezza tragica (per non dire “terribile”): “E lui sempre l’attendeva”, “E lei pure l’adorava, tutta”: ma il nostro protagonista può solo offrire “un abbraccio gelido di luce”. A lungo la donna attende e chiama, nell’insistere della strofa: “Vieni che ti voglio amore mio, / la mia casa la mia anima prendi, / dai luce alla mia vita, vieni!”. Ma il nostro replica: “Ma io sono morto e tu sei viva.”, e passano i giorni, e continuano gli appelli reciproci, le incomprensioni, quasi a profilare un’incomunicabilità insuperabile. Ad un certo punto lei diventa “stanca di aspettare, / di sentirne la mancanza.”, finché non arriva “un ragazzo all’avventura” che, con qualche lusinga, tra cui: “Tu meriti la pace … non il vuoto del tuo cuore / per chi non ti vuole meritare” la convince a cedere. Il protagonista resta “gelido ed eterno”, e il padre (o un Padre/Demiurgo?) gli rammenta: “veramente vuoi valere / quanto un uomo? / Hanno solo quelle stelle / che governano col caso. / Non ne trovano alcun senso. / Sono globuli di vuoto / senza alcuna distinzione”. E alla fine, su suo invito, torna a vedere la donna, in compagnia dell’altro. Lei che, stanca di aspettare, in ogni caso al vederlo lo chiama ancora. Ma lui risponde: “Tesoro mio infinito guardati, / che ti importa che sia io / o sia un altro accanto a te? / In un circolo chiuso vivendo / solo il caso vi governa / mentre io nel mio mondo resto / gelido ed eterno…

Anche qui sono presenti diversi riferimenti, oltre quelli all’opera di Eminescu. Ad esempio “Lui che era luce di navi nere / oltre l’orizzonte degli eventi” riprende Vite pulviscolari di Maurizio Cucchi: “Sono già lì, sull’orlo del Maelström, / all’orizzonte degli eventi, / potessi darmi un valore / che non fosse pulviscolare”. Con un cammeo appare anche la Canzone di Marinella di De André (“Ed erano baci ed erano affanni / tra i respiri affaticati”), quasi a confermare l’aspetto popolare del mito, quello che la prefatrice con efficacia richiama come “la tremenda forza della trasfigurazione del dolore individuale in escatologia universale, insomma quella che il maggiore antropologo del nostro Novecento, Ernesto De Martino, indicò come la funzione fondamentale del mito e del sacro nelle società umane: il mito «colma il vuoto tra il singolo e la storia»”.

Da questo momento, rivalutando anche quanto detto sinora, si profila un’ulteriore chiave interpretativa, fondamentale anche per chiarire le opere successive, a mio parere: la solitudine che esilia ogni singolo uomo non è una scelta deliberata o una condizione innata, è principalmente conseguenza – o effetto collaterale – di una certa incomunicabilità, di una incomprensione di fondo, di quell’originario tentativo di connessione, che, in ultima istanza, nel nostro tempo si risolve in un fallimento dei rapporti umani.

Con Il colore dell’acqua (Samuele Editore, 2016, prefazione di Mario Fresa – pubblicazione che, tra le altre cose, ha inaugurato l’innovativo utilizzo del sistema di “crowdfunding”, applicato all’editoria all’interno della Samuele Editore), il percorso fin qui analizzato appare più maturo, iniziando concretamente, nella sua ultima sezione, a concentrarsi sull’altro da sé: il punto di vista narrativo diventa l’altro, visto dall’esterno, e non più il rapporto umano e con le cose, narrato in prima persona.

La prima sezione, Historie D’O (riferimento al romanzo Histoire d’O di Dominique Aury), continua a pizzicare le corde della vanità delle cose, dell’amore, più intenso in “Quell’immagine / inconsistente che fa memoria”.

È presente una maggiore ironia, le cose ed i pensieri diventano spesso banali (“nel banale desiderio / di farti un po’ del male” … “A volte / siamo così banali nei pensieri”), tra rimpianti, assenza di senso e di partecipazione.

L’assenza è nella donna amata il cui abbraccio “evita le labbra / con dentro agli occhi un’altra cosa”, nel ricordo di un tempo perduto, assenza che feroce si cristallizza nel momento in cui si torna nei luoghi del passato: “Tutto era come allora. / Mancavano anche i tuoi occhi / dello stesso colore dell’acqua”. Un colore trasparente, che sa d’assenza, ma anche vitale, materno, liquido, sfuggente.

Nelle rievocazioni, nei rimpianti, nelle riflessioni, è ostinatamente presente un elemento fisico, carnale, sanguigno, il dettaglio di un corpo di donna, familiare. Appare quasi come un tentativo di connessione difficile, disperato, nel momento in cui si avverte la distanza, la separazione, il fallimento del rapporto cui accennavo.

Nella sezione Aftermath, come suggerisce il nome, si inizia a vivere nel “dopo”. Dopo l’abbandono, dopo la separazione, dopo la perdita, dopo il fallimento relazionale, bisogna sopravvivere e continuare. Tutto sembra perdere di senso, ed ecco che “nemmeno / ha senso dirti il bene / che mi resta, l’orrore dei gesti / che mi mancano” … “Non ha senso dirti che non trovo / lo zucchero in un supermercato” … “ma nessun / uomo può aiutare un altro uomo”.

Ecco di nuovo la solitudine insuperabile, il fallimento della connessione umana. E tra la presenza di oggetti quotidiani che circondano (“Il cartoccio del latte e le campane. / Gli stracci della stanza. … La stufa accesa. Le calze colorate.”) prevale l’assenza delle cose che non tornano. “Sono cose anche le persone / che nel freddo non respirano”.

E lo stesso rapporto di assoluta estraneità e separazione che può esserci con un oggetto della cucina sembra configurarsi anche con le persone, esiliate, sole, inanimate dopo il fallimento di un tentativo di connessione. Ed è lo stesso Canzian a suggerire “penso all’esilio delle cose”: cose che sono anche le persone, talvolta.

Torna il senso di vuoto, torna l’assenza: “Ho una voce di vuoto in gola”, ed è sempre presente il sentimento dell’attesa: “Ho una stagione arrugginita / negli occhi, in attesa di cosa”. E la ruggine non è che l’effetto del tempo, che fa sembrare tutto ancora più vano.

Il senso lo si cerca negli oggetti, negli abbracci, nel contatto fisico, o nel ricordo di un dettaglio familiare del corpo dell’amata; nel disporre ordinatamente i ricordi, quegli oggetti che richiamano i momenti passati, sembra ancora più intensa la mancanza e la solitudine dell’esilio.

La maggiore ironia, che smorza la drammaticità dei temi, di una “tenerezza terribile”, conclude significativamente la sezione, con un monito, quasi un invito: “Sandro / dice è l’ironia alla fine che ci salva”. Da evidenziare la citazione di Ferruccio Benzoni, che il Canzian non nasconde essere uno dei suoi principali punti di riferimento; in particolare, il passaggio richiama il testo Tenerezze terribili, tratto da Fedi nuziali: “Specie se da giorni e giorni piove / tanto da dimenticare / come irresistibilmente un vicolo lustra / in un piangente chiarore, / non t’abbigliare di un tremito. / Manchi il sole o no l’insensatezza / ha fatto di noi una tenerezza / postuma; una ciocca ritrovata”: il rapporto tra l’assenza di senso e la tenerezza della connessione umana appare quasi rivelatorio.

Infine, La ragazza di nome Olga. Tratterò questa sezione insieme ai brani dell’opera inedita Il Condominio S.I.M., perché ad essa è accomunata da alcune osservazioni preliminari, e perché, a partire da questo punto, avviene una trasfigurazione del punto di vista del singolo in alcuni soggetti terzi, osservati dall’esterno.

Non spenderò troppe parole sul Condominio, essendo l’opera ancora inedita, e quindi soggetta a eventuali modifiche, aggiunte, ecc. ecc., ma prima di tutto ritengo vada evidenziato il punto di contatto tra tutti i suoi protagonisti: sono tutti personaggi in cui, in diversa misura, è proiettato quel disagio relazionale, quella solitudine che si circonda di relazioni di circostanza, quell’ombra del fallimento nei rapporti e della connessione umana. Tutti i personaggi vengono descritti “imprigionati” nelle mura del proprio appartamento, nei rapidi squarci in cui entrano ed escono dal condominio, nella propria quotidianità, attraverso un punto di vista in terza persona.

Olga, ad esempio, torna a casa “senza aver risolto nulla della vita”: la descrizione delle sue abitudini, immaginate, (perché “la ragazza Olga non esiste”) la rappresenta come una donna sola, legata a piccoli riti senza senso. L’unico tentativo di contatto con lei si risolve nell’ennesima incomunicabilità, attraverso “una lettera che fosse assenza” di cui Olga non riesce a capire il significato. L’omaggio a Pagliarani è esplicito (“Ieri si chiamava Olga, domani, Carla”) e allo stesso modo la solitudine della routine del personaggio, costretto nelle abitudini moderne, appare assurda e alienante. Persino il suo sentimento appare innaturale e aberrante: Olga “è innamorata / in modo abominevole”, citando L’amante di Marguerite Duras, e il conflitto tra un’apparente ossessione fisica e un autentico moto sentimentale, che serpeggia nella relazione clandestina del romanzo richiamato.

Nel personaggio di Carlo è ancora più evidente il disagio e la concrezione delle tematiche analizzate. Carlo è un ragazzo a cui mancano tre cose: “un amore, un luogo e il suo / distacco” (un esiliato, in qualche modo), “È un ragazzo che beve troppo”. E lo si sente disperarsi, vomitare, gridare, “perché gli uomini amano l’effimero, / ciò che esiste e poi scompare. / Non siamo fatti per restare. … Carlo non riesce a sopravvivere”.

E poi Anna, con “un amore / sconfinato per se stessa”, al punto da isolarsi anche nell’atto amoroso, “perché non le serve essere toccata”, anche lei travolta dai suoi protocolli quotidiani, con il suo distacco dagli uomini, “che sono solo carcasse”, e, giorno dopo giorno, nella sua indifferenza verso gli altri, persino dopo aver litigato con un amico, tornando alle abitudini di ogni giorno “come niente fosse … perché il tempo non le basta”.

E Giulia, con cui “non ho mai parlato … per cui questa è tutta un’invenzione”, fatta di dettagli, di calze nere, di unghie curate, di un golfino chiaro. Lei ha un’aria “di chi non ha / dormito perché si è pentita / di ciò che ha fatto nella vita”. Torna un’identità tra persone e oggetti già ricorsa in precedenza, riconoscendo lo sguardo della ragazza in una fotografia, unica traccia della sua reale esistenza: “In fondo siamo tutti un verso, / una cosa di passaggio”.

L’anziano Alberto ha in sé la durezza della sopravvivenza, e dei lunghi anni sopportati, ed è un personaggio con cui sembra più viva la relazione, la solidarietà, la connessione esplicita, mentre con gli altri c’è un riconoscersi e un osservare da lontano, un immaginare. “La solitudine dice è una frattura, / il dolore d’un arto fantasma. Ma / il problema non è la mancanza / quanto l’idea dell’altro che manca”. Ancora lo spettro dell’assenza, ma filtrata dall’esperienza, che suggerisce: “Il frutto quand’è maturo / si guasta se non lo cogli” e ancora: “Fa’ tutti gli errori che puoi / perché poi non ne avrai più / il tempo. … la vita che dice non ha senso / quand’è fatta troppo bene”. Sembrerebbe piuttosto avere senso esclusivamente nella sua imperfezione, nella sua imprevedibilità, attraverso la profonda esperienza dei propri fallimenti.

Alina, la ragazza delle pulizie, “prepara un futuro al quale / nemmeno lei crede più” e Aldo, un professionista separato, nasconde la sua solitudine e la sua mediocrità dietro le apparenze, dietro “il macchinone grande di chi / è appena stato buttato fuori casa”, dietro le “conquiste” raccontate agli amici come lui, con i suoi saluti rivolti a nessuno, saluti che, l’unica volta che vengono rivolti alla ragazza delle scale, non vengono ricambiati, se non con un pugno chiuso e un voltarsi dall’altra parte.

L’ennesima chiusura, l’ennesima impossibilità, e ancora l’identità con le cose: “Siamo tutti prodotti da / supermercato, oggetti da cambiare”, dove Canzian sembra citare il compianto Bauman e la sua critica alla superficialità delle relazioni moderne, relazioni tra oggetti intercambiabili e non soggetti irripetibili: “Nella sua radicalizzata, condensata e soprattutto più compatta reincarnazione sotto forma di voglia, il desiderio ha perso gran parte dei suoi fastidiosi attributi e si è concentrato maggiormente sul proprio obiettivo. Quando è pilotata dalla voglia, la relazione fra due persone segue il modello dello shopping e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto (non richiede addestramento ulteriore) e può essere usata una sola volta e con ogni riserva. Innanzitutto e perlopiù la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi. Se ritenute scadenti e non di piena soddisfazione le merci possono essere sostituite”. (da Amore liquido, Bauman).

Ognuno dei condòmini appare inesistente, impossibile, immaginato – quasi ad evidenziare la contraddittorietà dell’esistenza e della nostra epoca, dove la virtualità delle relazioni evidenzia la loro inconsistenza (ad esempio in Olga, che non esiste, o in Giulia, che esiste solo in una fotografia, o in Carlo, che sembrerebbe essersi suicidato: “felicità è il colore rosso dei fanali / davanti, un istante prima dello schianto”) e la loro distanza dalla realtà umana.

Tutti questi personaggi appaiono come proiezioni e trasfigurazioni universali della dimensione introspettiva analizzata nelle opere precedenti, come conferma di una condizione contemporanea fallimentare, in cui ogni tentativo di connessione umana appare scontrarsi con il distacco dell’altro, perso in una solitudine con cui è impossibile ottenere un incastro perfetto. Eppure serpeggia l’ombra di un qualche conforto, resiste il desiderio di intessere relazioni e di trovare un significato nelle miserie quotidiane, appare evidente il minimo comune denominatore tra tutte queste solitudini, che parallele sembrano compatibili, senza mai davvero toccarsi.

La poesia di Canzian, semplice ma non banale, nel suo dettato appare autentica, quasi una confessione: affidando le questioni più importanti del sentire umano alla dimensione della parola, il Nostro riflette ed assiste alla assurdità dei rapporti umani, all’incomunicabilità che resiste tra i mille nuclei isolati dell’uomo moderno, massificato, e il rimpianto di come, apparentemente senza ragioni, le cose più preziose siano andate perdute, e di loro non resti che un ricordo.

Nei propri versi sommessi, senza alcun orpello o artificio, l’appello di Canzian rivela che l’ostinata ricerca di una connessione umana, anche attraverso la potenza della parola, non solo appare come possibilità di salvezza – insieme all’ironia, forse – ma anche come gesto di speranza e di impegno, che si può opporre all’esilio delle cose e all’apparente assenza di significato dell’esistenza. L’alternativa ad una resa incondizionata, che ci renderebbe davvero degli oggetti, senza alcuna umanità, intercambiabili come gli oggetti di cui siamo circondati nella nostra epoca.

Mario Famularo

 
 
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