da Illustrati su Il colore dell’acqua

illustrati

 

su ILLUSTRATI di Febbraio 2017

Francesca Del Moro parla di

 

Il colore dell’acqua
di Alessandro Canzian

 

Samuele Editore 2016, prefazione di Mario Fresa

 
 

L’acqua è una presenza che diamo per scontata e che ci è indispensabile. Le dedichiamo attenzione solo quando rivela la sua bellezza o la sua forza: quando è fiume, lago, mare, quando ci abbraccia o infuria, quando ci dà piacere o minaccia di ucciderci. L’acqua è trasparente e pronta a scivolare via, se cade non tiene la forma. E in questo libro di Alessandro Canzian si fa metafora della potenza e del senso di ciò che appare minimo, insignificante, pronto a svanire con il passare del tempo. All’acqua il poeta vuole dare un colore, ma non si tratta qui di sciogliervi qualche tintura: è effettivamente il suo colore, impercettibile per occhi poco attenti, che si vuole fermare. Così come si vuole fermare il ricordo, contrastare, si legge nella prefazione di Mario Fresa, “l’emergere del niente e della morte che in ogni istante schiaccia e preme l’affiorare di ogni evento, di ogni gesto, di ogni parola”. La poesia del quotidiano non è un tema particolarmente originale ma di rado riesce e a esprimersi in versi limpidi e densi di significato come accade in questo libro. Editore oltre che poeta, Alessandro Canzian ha applicato al meglio alla propria opera quel lavoro di editing che considera giustamente uno dei fiori all’occhiello della sua casa editrice. Un lavoro che si basa prima di tutto sulla sottrazione, nell’intento di eliminare tutto ciò che è superfluo, in modo da rivendicare il peso di ciascuna parola, dello spazio bianco, del disegno dei versi sulla pagina, con la stessa attenzione necessaria per svelare il colore dell’acqua. Ovunque si percepisce la volontà di depositare e di lasciar sedimentare le parole nella mente del lettore. Il bianco che nella prima sezione si alterna all’inchiostro in un armonioso equilibrio di pieni e vuoti e nelle altre due si impone incorniciando componimenti lapidari ha lo stesso peso della scrittura: segna il tempo del respiro, il tempo necessario per avvertire gli stimoli offerti ai cinque sensi, per visualizzare le istantanee scattate dal poeta, assimilarne i pensieri e lasciare scaturire le proprie riflessioni. Il bianco lava la scrittura, la purifica e la rende tersa, come l’acqua. “Mi piace la parola minimale” recita un verso che offre un’esplicita dichiarazione di poetica. E sono minimi gli elementi a cui si attribuisce grande importanza, come gli insetti, le unghie, i lacci delle scarpe, il rumore dei tacchi. Si costruiscono storie facendo brillare frammenti e il lettore è portato a scoprire con sorpresa ciò che in fondo è sempre stato sotto i suoi occhi. Così, nel raccontare la perdita nelle prime due sezioni, il poeta si rivolge alla donna in seconda persona rievocando i gesti, i luoghi, gli oggetti che giorno dopo giorno hanno fatto il loro amore e lo conservano. L’amata perduta e rimpianta lascia il posto, nell’ultima parte, a una donna immaginata, anticipata dalla O del primo gruppo di poesie (intitolata “Histoire d’O”, laddove O si pronuncia come eau, acqua). È la ragazza Olga, protagonista di un poemetto che omaggia esplicitamente Pagliarani ma tratteggia una storia del tutto originale dal finale aperto e misteriosamente inquietante. “Ho immaginato fosse lei a tornare dal lavoro senza aver risolto nulla della vita” recitano i versi cruciali intorno ai quali vorticano i dettagli della vita di Olga, versi con cui non è difficile immedesimarsi. Olga è evocata attraverso i suoni percepibili dal piano di sopra, il rumore della doccia, dei capelli che ricadono sulle spalle, delle calze che lancia, delle grida durante l’amore. Il silenzio che lascia alla fine è pesante e potente, mentre il suo odore rimane a pervadere ogni spazio dell’edificio. Come la donna delle sezioni precedenti, Olga è una presenza che si fa più forte nell’assenza, in questo caso nella sua stessa inesistenza, una presenza a cui le parole precise e pregnanti di Alessandro Canzian donano una nitida consistenza e un valore universale.

Francesca Del Moro

 
 
poemata
 
 

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