Altissima miseria – Claudia Di Palma

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Ieri su zonadidisagio, il blog di Nicola Vacca, Anna Vallerugo ha recensito Altissima miseria di Claudia Di Palma (Musicaos Editore 2016) con queste parole: Di Palma affronta il suo reale opponendogli quella che pare una resa, un esilio in un non luogo ricercato, di elezione, contrapposto a scenari di sola apparente comunione […] Una resa, una capitolazione, un totale abbandono: così com’è l’amore, che per Di Palma lungi dallo scivolare in facili versi di frusta retorica assume qui accezione carnale, materica, dai toni accesi, di guerra, quasi […] distruggendo il sé per poi ricostruire l’intero universo, il suo, il nostro, ab ovo, nominando e rinominando il mondo […] Solo nel disfacimento propedeutico e nel rovesciare ogni prospettiva – già nel titolo, la miseria che si fa inaspettatamente “altissima” – c’è trasformazione, e c’è un ritorno.

Di questo libro ho curato sia l’editing durante il Secondo Ritiro Poetico della Samuele Editore (qui le date e il programma del Terzo Ritiro, a febbraio 2017) sia la prefazione, di cui riporto uno stralcio: Un contesto analizzato senza pietà, con l’acutezza crudele di chi sa che tutto ciò che si può rompere deve essere rotto, tutto ciò che si può dissacrare deve essere dissacrato perchè solo così si può auspicare di trovare l’essenziale, il residuo che dichiara la verità o la necessità del mondo. Un mondo che è sacro pur con diversi significati […] L’idea che la verità essenziale delle cose si trovi nel rovesciamento continua nella seconda sezione, Esilio promesso, che attinge nuovamente alla materia biblica tendendo però la linea da una terra promessa a un esilio che diviene oggetto della promessa stessa. Qui leggiamo versi che trovano una soluzione nell’insolvibile senza però negare il dolore di un difficile accoglimento […] Altissima miseria è un libro che testimonia una vita inventando un dialogo con l’altro. Un tu mai chiaramente definito o nominato e che a volte pare identificarsi con la parola stessa. Un tu che però testimonia anche il rovesciamento dei concetti, l’ossessione/rassicurazione della dissoluzione, il massacro dell’amore, il corpo. Un tu che pare essere il minimo comun denominatore di tutta una serie di personaggi diversi tra di loro ma accomunati da una medesima identità di fondo che permette il dialogo ininterrotto.

Quello che mi affascina di questo libro è la sua persistente e ostinata resa a un mondo che non si vuole combattere. Mesi fa ero a Residenze Estive e sentivo una stupenda lezione tenuta da Sergia Adamo (devo averne già parlato in questo blog da qualche parte) su un’opera di narrativa indiana che racconta il massacro fisico di un’avversaria politica alla quale vengono inflitte torture, stupri e quant’altro al fine di piegarne la volontà. Alla fine del libro la donna viene portata dal militare responsabile coperta solo da un lenzuolo. Sotto è tutta insanguinata per gli stupri e perché le hanno amputato i seni. Lei di fronte al militare si toglie il lenzuolo e resta nuda. Questa sua resa, che a ben vedere non è resa ma non attacco, è ostentazione del male altrui, della contraddizione altrui, produce un terrore che il militare non aveva mai provato. Ed è questo quanto io vedo in Altissima miseria di Claudia Di Palma. Una resa che ha un lenzuolo bianco ma sotto tutto è stato ribaltato nel suo massacro.

Ma Claudia Di Palma è giovane, molto giovane, e ancora spera che quel lenzuolo sia una grande / bandiera bianca / che spesso chiamiamo luce. E in fondo la domanda è proprio questa. Dopo i maestri che si sono consumati dentro se stessi o che hanno tentato celestialità poco verosimili (si pensi fra tutti a Luzi) e tenendo conto che la poesia è e deve essere sempre un atto collettivo (perché alla collettività è destinato e perché spesso, come in questo caso, nasce da un’azione collettiva quale un confronto) abbiamo ancora bisogno di un poeta così giovane e folle da credere che al massacro segua la luce?

 
 
 
 
Ti offro la mia bandiera bianca,
ti porto nel luogo stupendo della
mia resa, la scrittura, e spezzo
le parole come pane. Queste
briciole non hanno pietà
dell’indifferenza. Si prendono
spietata cura di tutte le cose.

 
 
 
 

 
 

Sono incinta dell’evento,
di ciò che è a venire.
E mi fido, spalanco il grembo
e gli occhi a ciò che sarà figura
– adesso è ancora buio.
Adesso è l’alba, il gesto annuncia.
E io cammino sicura
con le mie membra di spavento.

 
 
 
 

 
 
Che tu mi viva nelle cose che si sollevano
e cadono, nelle finestre che sbattono.
Che tu conservi gli scheletri
per la prossima vita. Che sia il nostro
passo fresco sull’erba
una conoscenza secolare.
Abbiamo il coraggio dell’ignoranza.

 
 
 
 
 
 

Intanto marciamo
di un bellissimo marcire.
Corrispondiamo al vuoto e al silenzio
con le nostri carni e una certa fame.
È una corrispendenza che ci elude.
È una preghiera che ci smaschera,
ci snuda fino al nulla. La vita è assenza.
Siamo pregni di ciò che ci esclude.
Intanto marciamo
di un bellissimo marcire.

 
 
 
 
 
 

Ti gonfi come un temporale
e la tua doglia è rassicurante
tuono, gioia che ti cresce dentro
con la voglia di venire fuori.
La vita si apre, si snoda dal tuo
gomitolo stretto, casca, si sbuccia,
sembra matura come una parola nuova
sulle labbra appena increspate,
le tue labbra spoglie e diroccate.
Ogni parto è un trapasso,
non ti riempie ma ti fora la parola.

 
 
 
 
 
 
E cessiamo di essere monadi
e ci troviamo mondo, plurale sintonia
di singolari moltitudini. Infine
ci dissolveremo in quella grande
bandiera bianca
che spesso chiamiamo luce.

 
 
 
 
 
 

Eterna gola di gloria: parola
appena giunta sul molo, appiedata –
ma con piedi di polvere – dopo onde
e naufragi, sempre rediviva, ti
lascio incensita – e per questo divina.
Forse frutto del seno del mare che
sempre materno si gonfia e si svuota,
segno perennemente varcato.
Ti leggo come fossi scrittura postera.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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