Un romanzo in versi – Sandro Pecchiari

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Dopo aver parlato, in riferimento a Libri in Cantina Poesia che partirà il 30 settembre presso le Cantine Collalto di Susegana (Tv), della mostra La casa apocrifa di Rachel Slade (qui) e dei libri di Laura Accerboni La parte dell’annegato (qui) e Mito classico e Poeti del ‘900 di Bianca Sorrentino (qui), adesso vorrei soffermarmi un attimo sulla presentazione che farò di Sandro Pecchiari sabato 1 ottobre. Solo qualche riflessione come per gli eventi precedenti.

Affrontare la trilogia poetica di Sandro Pecchiari, integralmente pubblicata dalla Samuele Editore in Verdi anni (2012, prefazione di Roberto Benedetti), Le svelte radici (2013, prefazione di Mary Barbara Tolusso), L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood (2015, prefazione di Andrea Sirotti) è sostanzialmente affrontare quanto già nei primi mesi del 2012 Roberto Benedetti aveva intuito leggendo il primo libro in pubblicazione. Riporto l’incipit di quella prefazione: La silloge tripartita di Sandro Pecchiari si dipana quale mappa esistenziale di un uomo maturo, coinvolto in un viaggio causato dal forzato e lento abbandono di un porto amico, divenuto ormai solo vuoto contenitore di ricordi. Segue un vagabondare necessario, intercalato da esperienze giocose quanto inconcludenti, prima del miraggio di un nuovo approdo lungo coordinate levantine. Un “romanzo” in versi.

La mappa tripartita poi è divenuta, in maniera inconsapevole ma netta, trilogia. Il viaggio causato dal forzato e lento abbandono di un porto amico è divenuto il peregrinare tra le diverse geografie canadesi, triestine, israeliane, romane, bolognesi soprattutto in Le svelte radici. Per arrivare infine, all’interno di una vera e propria dinamica da romanzo in versi, a una conclusione (a dire il vero provvisoria, imperfetta per concetto) che in qualche modo ribalta la previsione di Benedetti per una deriva, una sorta di accettazione dello smarrimento. Un non-approdo effettivo che però era presagito già al mezzo del romanzo.

Ma Sandro Pecchiari è un poeta come si suol dire composito e complesso e per raccontare questi tre volumi dobbiamo necessariamente scegliere una tematica e svolgerla nei tre passaggi. Sicuramente sono due i punti di riferimento e di appoggio che più facilmente ci permettono di navigare all’interno di quella che di fatto è una poetica: il viaggio e la parola.

Verdi anni nasce più che come libro autobiografico come autocritica poetica nella direzione di una rivisitazione del proprio percorso, biografico ma anche geografico. Di una geografia che è corpo (il primo atto si intitola Geografia di Fabrizio mentre l’ultimo Geografia di Sameh) e memoria del corpo ma senza sentimentalismi. Anzi l’arguzia della parola che sa diventare ironia (si veda ad esempio il testo Biglietto d’autobus) si erge quasi ad argine plurilinguistico e polisemantico contro un dolore della vita che nella complessità della sua definizione si focalizza su un particolare e puntuale tipo di dolore: l’abbandono. Fabrizio, il soggetto dedicatario della prima geografia, è morto. Ha causato la deriva, lo spaesamento. L’abbandono causato dalla sua morte ha prodotto una forma di disordine che poi si esprime nella parola con un utilizzo di diverse lingue, con un nomadismo linguistico che non ha tappe né case ma punti di passaggio precari (poi con l’ultimo libro li vedremo come imperfetti). E nel mezzo di queste geografie non a caso troviamo il Viandante con dei versi iniziali che a fronte della trilogia completa diventano emblematicissimi: c’è un viandante nel mio cuore / che strazia sterpi con affondi di sorrisi / profanando, silenziando il mio respiro / quando azzanna.

Il secondo libro, Le svelte radici, ricalca il concetto di abbandono vissuto come un dolore esistenziale, una solitudine della parola nel momento in cui la parola è necessità di una relazione con l’altro. E dovremmo dire che calca e ricalca con forza questo medesimo concetto. La prima sezione non a caso si intitola Un prudente distacco e apre a una serie di peregrinazioni nel mondo che vanno dal Canada a Israele all’Italia intera e che finiscono per essere somatizzate in una peregrinazione dell’identità. A Libri in Cantina Poesia stiamo già affrontando tale tema da una parte nella mostra di Rachel Slade con la tematica della Casa, del trasloco, da un altro punto di vista col volume di Bianca Sorrentino Mito classico e Poeti del ‘900 nella forma di una ricerca di un punto di vista altro per interpretare le nostre contraddizioni. Una peregrinazione quella di Sandro che approda, oserei dire per necessità, a una natura di lucreziana memoria (De rerum natura) come confronto con se stessi, pausa di riflessione prima del Posto nuovo. Ed è forse questo Posto nuovo (che non è più solo persona ma luogo, geografia) il miraggio di un nuovo approdo lungo coordinate levantine detto nel libro precedente da Benedetti. Un Posto nuovo che però finisce col frammentarsi in una forma sostanzialmente di solitudine, di non salvezza. Le svelte radici appaiono come un incompiuto che tenta di riappacificarsi con se stesso sforzandosi in una direzione per definizione a vicolo chiuso, tale è la solitudine. Le svelte radici sono le radici che sono state svelte, strappate più che tolte, e ciò che resta è un’autoanalisi impietosa, sfioratamente crudele. Si parla di fila dei pini non domati / che sgagliardano il loro isolamento e in chiusa del libro Non c’è alcun rifugio né armatura.

E tale chiusa apre necessariamente a un cambiamento, a un’esigenza di trovare un nuovo modo di relazionarsi a una frammentazione caotica, al caos stesso. Insomma: o combatterlo o accettarlo. E in questo Sandro Pecchiari sceglie come si suol dire una terza via non prevista. In L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood non c’è infatti alcuna contrapposizione né accettazione del caos (questo caos che è spaesamento e che deriva dal concetto di abbandono succitato) ma anzi una sua gestione, sempre criticissima e quasi crudele. Sandro Pecchiari letteralmente taglia i rami di questo spaesamento. E non solo quelli secchi ma anche quelli buoni ma non strettamente necessari alla ricerca di un’essenzialità scheletrica, a ben vedere archetipica, della frammentazione. Sandro Pecchiari taglia uno ad uno le dita della vita per vederne l’ossatura acuminata e dire una realtà priva di vestiti o fronzoli. In questo terzo libro non ci sono più atti né sezioni e il plurilinguismo e il nomadismo delle precedenti raccolte diventa un mettersi di fronte a se stessi e alla propria deriva nella forma di un’autotraduzione che non è semplicemente un portare la parola da una lingua all’altra, ma rinunciare a monte a una casa per abitarle tutte. Sandro Pecchiari trasloca da una lingua all’altra modificando il proprio dettato ma senza più aspettative (che invece ancora esistevano nei viaggi raccontati in Le svelte radici) e con una consapevolezza che non mette più il sè o un interlocutore specifico al centro del discorso, ma la parola stessa. Una parola scarnificata e usata per siglare alcuni punti di riferimento che a priori sappiamo essere imperfetti. Imperfetti nella forma di un’improvvisazione che rappresenta la loro stessa natura e possibilità (il titolo in inglese nella parola unrehearsed fa riferimento a un qualcosa di non provato, di non testato, a un essere sostanzialmente senza preparazione né difese di fronte alla vita). Il libro finisce con i versi l’esilio permane / anche per chi resta e in questo c’è tutta la lucida consapevolezza che anche se non abbiamo una vera e propria casa, una vera e propria geografia né identità (un bellissimo verso confessa: io sono privo dei posti che conosco), possiamo ancora agire nello spaesamento frammentato a cui siamo sempre e comunque indifesi e impreparati. Agire con una lama di coltello, tale è la parola. E in questo esistere, forse addirittura vivere (molto più delle tue ceneri / un coltello profondo / mi mantiene in vita).

 
 
 
 
da Verdi anni
 
 
Geografia di Fabrizio
 
se provavo a trovarti
disegnavi sentieri
o li scoprivo
e la carta li mutava
 
ti tracciavo come un’isola
e credevo che l’andare
si sarebbe inanellato
sul tornare
in un gioco dell’oca
agli ultimi vagiti
 
mi accoglievi nella nebbia
ti affidavi come un bimbo
mi abbracciavi ormai sperduto
ti parlavo dal mio arrocco
e non capivo
 
non eri un’isola
eri una nebulosa
 
 
 
 
 
 
Gatti
 
confuse dai fari nella guida
le ombre delle ombre sono gatti,
gatti i sacchetti in preda al vento
se soffia annoiato tra le strade
se rotola nel bianco sfrigolante,
gatti le onde dopo il gioco
d’uno scirocco stanco,
gatti i tuoi occhi, se guardavi,
pigri e all’erta…
 
e la tua ombra rimane un gatto,
furtivo, nel mio cuore
 
 
 
 
 
 
Resa 1
 
qualsiasi bocca andrà bene
qualsiasi attesa o torace
o rumore di passi o risata
qualsiasi complice stretta
 
qualsiasi pube da sfiorare o ascella
un mare interno o cielo da spogliare
con parole sillabate
 
qualsiasi sudore
o carezza tra i capelli
che sia un aratro sul cuore
qualsiasi linea della vita
infedeltà o sogno mal riposto
 
solo tua è la via per avermi
solo mia è la resa
se qualsiasi abbandonarmi
ti costringe a ritornare
 
 
 
 
 
 
Biglietto d’autobus
 
dieci giorni forse
o poco più
mi terrai, temo,
assieme al resto
delle cose tue
più care
 
m’esibisci
per marcare
i nostri incontri
con la data
– cicatrice e tatuaggio –
sulla pelle
 
porto il segno
del tuo tempo
affrettato e malcurante:
tu mi rendi ogni volta
sminuito
 
ma se fuggo
complice
con te
sono io
che lo permetto
 
tu tra poco
annoiato strapperai
la faccia
dalla faccia
senza uno sguardo
 
non sbattermi almeno
sul marciapiede
te ne prego…

 
 
 
 
 
 
da Le svelte radici
 
 
Pioggia e oro
 
Un tramonto come quelli di una volta,
con le nuvole che sono continenti
e musi d’animali e re dorati
che pretendono un ossequio doveroso,
 
con navi e vele tese verso approdi
che non potrai toccare.
Che brucia l’orizzonte, mentre tu
distogli il fiato e sgrani gli occhi…
 
E mentre voli in questi luoghi,
li tocchi quasi e quasi li conquisti,
regala loro presto un nome
perché da qualche parte
il tuo gran regno sta diventando pioggia.
 
Roma
 
 
 
 
 
 
Anni anni
 
Hai indossato per anni la tua casa
e innaffiato per anni i tuoi ricordi
e negli anni strizzato la tua vita,
hai intessuto una pesante investitura
con liturgie imbecilli ed efficienti
mentre ognuno diventava una comparsa
dentro una farsa di dura cartapesta.
 
E non riesci a dedicarti la tua vita
né consolare il bimbo capriccioso
dei tuoi anni né prenderlo per mano,
ma è il momento che assaggi questo tempo
che ondeggia assieme alle processionarie,
che s’affina nella fila cieca delle scelte.
 
È il momento che assaggi le parole
per asportarvi catrame e recinzioni
e le riporti a un volo senza falchi
e doni loro due labbra senza nubi.
 
Allora vivere sarà scalciare di pazienza,
sarà irretire il ritmo aspro della calma
in un sentore di paglia e d’ammoniaca
dentro le braccia calde del tuo fiato.
 
 
 
 
 
 
Talking
 
Lingua che si veste di frammenti
e si specchia a ping pong tra continenti,
ora incrostata di sorrisi e gesti,
dentro una mappa d’alfabeti altrui
in cui tutto risuona inadeguato.
E che confonde le parole d’ogni giorno
con gli afrori e le spezie dei racconti.
 
E annaspa e sigla mappe d’autobus e di treni,
e riannoda con verbi sconosciuti
posti di case e fiumi e shopping malls.
 
In un esterno da film di fantascienza,
si disperde il confronto col saputo
in questo sfaccettato transito di suoni
che gioca a dadi con la parola detta.
 
 
 
 
 
 
Oltre
 
Oltre la fila dei pini non domati
che sgagliardano il loro isolamento
– una pineta in fuga dagli umani –
ti spingi a stento, e noti tracce
d’altrui corrispondenze nei condom,
nelle latrine d’una serata sciolta,
 
tu, che non ne immagini il fluire,
sei solo il soldato di te stesso
e cerchi solo i tuoi sogni da sminare.

 
Oltre, nell’aria che ti occupa i capelli,
perdendo l’elmetto freddo della mente,
gli anfibi ormai rifugio di animali,
avanzi sbottonando il corpo
inesperto che sciorina tutte le bandiere
bianche della vita, tutte adesso, riluttante.
 
Non saprai tornare se non ricompattando
barattoli rami ondate e ricordi disseccati
come granchi improvvidi nel sole.

 
Oltre oltre ancora trova altre vie efficaci.
Non c’è alcun rifugio né armatura.
Sei nudo, bello, solo e sei tutto finora
finalmente tuo.
 
 
 
 
 
 
Da L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood
 
 
I
 
Trieste soars upstream
its gusts of air
spare with words
spears steeples
inside the horizon
 
exiled en route
from childhood
up there along past paths
we desert life
provided we recall
 
history would be written later

 
 
 
 
I
 
Trieste rincorre
scostante di parole
l’aria inerpicata
fiocinando campanili
dentro l’orizzonte
 
esuli nella rotta
dall’infanzia
lassù nelle vie di ieri
dismettiamo la vita
purché la ricordiamo
 
la storia l’avremmo scritta dopo
 
 
 
 
 
 
II
 
you exit
while you carry days
without a question
and xerox them
while time occurs
 
if time occurs
do not xerox it
 
dragging days
is already
dying

 
 
 
 
II
 
perché andare via
è calpestare giorni
senza chiedersi
e preservarli eguali
mentre il tempo accade
 
se il tempo accade
non mantenerlo eguale
 
ricalcare i giorni
è già
morire
 
 
 
 
 
 
VIII
 
to be bereft of the narrow straits
between what’s left to live
and you
freezes me in its reduction
 
we are the outcome of impossibility
 
I will not forget the cuckoos
hatched for our displacement
 
we fall
for want

 
 
 
 
VIII
 
l’essere privato di un passaggio
tra il vivere che resta
e te
mi fa immobile nella diminuzione
 
siamo conseguenze di una impossibilità
 
non perdóno i cuculi
dischiusi per la distruzione
 
si cade
per mancanza
 
 
 
 
 
 
XVIII
 
waiting behind the trucks
flung against the face of the horizon
widened under the wheel rumble
 
I’d like to have the blazing fire
of a journey
storming        the cardinal points
 
measuring memories in miles
I untangle my voice twang
over the asphalt of other places
I am emptied of the spots I use to know

 
 
 
 
XVIII
 
attendo dietro ai camion
scoccati in faccia agli orizzonti
aperto al fragore delle ruote
 
vorrei il fuoco libero
d’un viaggio
che scateni        i punti cardinali
 
misurando la memoria in miglia
dipano la cadenza della voce
sull’asfalto di altri luoghi
io sono privo dei posti che conosco
 
 
 
 
 
 
XIX
 
today I cannot bear
to smell these emptied walls again
to show up somewhere else
 
I have not mastered
the etiquette of leaving
the rituals of passing
 
the exile continues
even with the ones who stay

 
 
 
 
XIX
 
oggi non posso ancora
questo odore di pareti svuotate
l’esporci altrove
 
non ho appreso
l’etichetta della perdita
i rituali dell’andare
 
l’esilio permane
anche per chi resta
 
 
 
 
 
 
Alcune recensioni alle poesie di Sandro Pecchiari:

 
Marco De Giorgio su Verdi anni

Alessandro Canzian su Le svelte radici

Da Fucine Mute su Verdi anni e Le svelte radici

Maria Arpioni su L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood

Gianluca Conte su L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood

Da Versante Ripido su L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood

Dal Corriere della Sera su L’imperfezione del diluvio / An Unrehearsed Flood

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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