Mito classico e Poeti del ‘900 – Bianca Sorrentino

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Mito classico e Poeti del ‘900 di Bianca Sorrentino (Stilo Edizioni 2016) è un libro che avrò il piacere di presentare a Libri in Cantina Poesia sabato 1 ottobre. Un volume che fin dal titolo restituisce le due coordinate fondamentali del lavoro di ricerca che lo ha prodotto. Due coordinate temporalmente antitetiche che per scelta non comprendono ciò che c’è in mezzo, nei secoli tra l’era antica della mitologia e il ‘900. Una decisione che nel libro viene spiegata nell’introduzione: Il mito è la storia che l’uomo racconta a se stesso per dare forma al caos, è il tentativo di ricomporre il Senso sotteso al vivere, è l’urgenza di dare una risposta alle mille domande che attanagliano l’esistenza. Nella Grecia antica il bisogno di conoscere il mondo circostante ha dato vita a una serie di racconti che inizialmente sono stati tramandati esclusivamente per tradizione orale e in forma poetica: l’esattezza della poesia ha infatti il dono di conferire autenticità alle storie. […] Lo studio della ricezione moderna dell’antico è un campo estremamente affascinante: da un lato esso permette di riscoprire la pregnanza e l’attualità di storie comunemente ritenute troppo lontane, dall’altro consente di rivedere certi dettagli alla luce della sensibilità moderna.

Un’utilità del Mito che non a caso viene analizzata da un punto di vista novecentesco. Un’utilità a noi più prossima, più vicina alle nostre problematiche e contraddizioni. Il ‘900 è stata l’era dei totalitarismi, delle ideologie che hanno preso il posto della vita umana stessa, è stata l’era della velocità insostenibile, della ricchezza e del consumo di cui noi paghiamo il prezzo non tanto con una crisi economica quanto con una crisi della struttura stessa della cultura che il ‘900 ci ha consegnato. Bianca cita Brodskij nella frase un mito genera in ogni cultura il proprio portavoce e nel ‘900 soprattutto possiamo dire che tale ruolo diventa specifico per la poesia. Certo non la poesia a cui siamo abituati dai nuovi eccessi odierni, da quest’enorme fertilità di produzione che potremmo quasi definire (qui vesto un poco i panni dell’Editore facendo questa critica) un ammassamento consumistico che pretende un rumoreggiare continuo di sottofondo che in qualche modo auspica d’essere l’anomalia nel supermercato, in questo non-luogo di Augé senza rendersi conto che di fatto ne è uno degli elementi costituenti. La radio di sottofondo che tutti sentono mentre si fa la spesa ma nessuno ascolta veramente.

Bianca nel suo lavoro fa un’interessante riflessione sul legame tra mito e poesia con queste parole: Senza dubbio l’affinità che lega il mito alla poesia in un vincolo strettissimo deriva dall’etimologia greca del vocabolo e dal significato attribuito ad esso nel mondo classico: il mỹthos è la favola, il racconto costellato di elementi fantastici e, in quanto tale, opposto al lógos, il discorso razionale. Se già Erodoto e Tucidide considerano il mito una diceria priva di fondamento e che non prevede dimostrazione, Platone è il primo pensatore occidentale a esprimersi sul rapporto tra mỹthos e lógos, tra sensibile e razionale, tra opinione e verità scientifica. Tuttavia il filosofo ammette che, in taluni casi, è possibile ricorrere alle facoltà mitopoietiche dell’anima nel processo conoscitivo: talvolta infatti la razionalità non è sufficiente a raggiungere la verità, che può però manifestarsi attraverso il mito e la carica di autorevolezza conferitagli dalla sua antichità. Allo stesso modo la poesia, intesa nel ragionamento platonico come follia divina, frutto di uno stato di invasamento dionisiaco, si contrappone alla scienza: si tratta infatti dello strumento con cui è possibile rivelare una verità che sfugge a qualsiasi spiegazione di tipo logico-concettuale.

Va da sé che in un periodo come il nostro dove vanno di pari passo esaltazione dell’intelligenza umana e sua disumanizzazione, suo fallimento sostanzialmente a priori, parlare di visione poetica come interpretazione dell’uomo e del suo mondo in contrapposizione a un limite verticale della scienza assume quasi i connotati di una didattica, di un punto d’osservazione altro. Non a caso tale lavoro nasce all’interno di un progetto quale Parco Poesia di Isabella Leardini che fa dell’attenzione ai ragazzi il suo luogo privilegiato. E quando parliamo di una fascia giovane o molto giovane non possiamo prescindere da una natura didattica del lavoro.

 

Di seguito alcuni estratti del libro:

 
 

PILADE
E invece tutto torna indietro
Pier Paolo Pasolini

  
 

Le vicende della casa degli Atridi (…) vedono la rassicurante presenza di Pilade, cugino di Oreste e suo inseparabile amico, che incoraggia il figlio di Agamennone con le sue esortazioni. Tuttavia nell’età antica il suo ruolo è sempre stato considerato di secondo piano, tanto che nell’Elettra sofoclea egli resta addirittura muto; soltanto nel ’900 da personaggio minore egli assurge a protagonista. È Pier Paolo Pasolini, tra il 1966 e il 1970, a dedicargli la sua prima tragedia. (…) «Ma chi era Pilade? / Chi di noi può dire, veramente, / di averlo conosciuto?» – si domanda il coro, e noi con lui. Senz’altro l’alter ego di Pasolini: l’unico, cioè, in grado di scorgere, nell’illusorio sviluppo apportato dal culto della ragione, quel finto progresso di cui il boom economico del secondo dopoguerra si è fatto latore. Quella «furia di crescere» che contraddistingue l’apparente buongoverno di Oreste non è altro che uno specchio del consumismo americano che ha contagiato l’Italia a partire dagli anni ’60. In un’atmosfera del genere, il lavoro dell’intellettuale resta dolorosamente inutile se non sa trasformarsi in azione politica. Oreste è convinto di saper interpretare il reale e ne nega la complessità, riducendolo a «una via indicata una volta per sempre», mentre Pilade-Pasolini non sa rinunciare alla contraddittorietà e col suo teatro di parola ci insegna che «la vita ha sempre mille vie».

 
 

Estratto da Pilade

 
E invece tutto torna indietro.
La più grande attrazione di ognuno di noi
è verso il Passato, perché è l’unica cosa
che noi conosciamo ed amiamo veramente
.
Tanto che confondiamo con esso la vita.
È il ventre di nostra madre la nostra mèta.
La ragione di Atena che non conosce il ventre
materno, né le perversioni che nascono dalla nostalgia,
né la fatica mortale dell’affrontare ogni azione,
è scesa, è vero, nel tuo spirito
e l’ha fatto strumento di sé:
ma il tuo spirito torna indietro.
È riguadagnato eternamente da ciò che ha perduto.
Tu le Furie non le vedi
perché ti son troppo vicine.
[…]
Tu credi di guardare con gli occhi sgombri della Ragione
e guardi invece con gli occhi miopi di chi ha il potere.
E allora, appunto, il tuo mutamento è un regresso,
il tuo avanzare
un trascinarti per una via indicata una volta per sempre,
mentre la vita ha sempre mille vie.
  
P.P. Pasolini

  
 
 
 
 

PENELOPE
Chiameranno lui coraggioso
Dorothy Parker

  

La mentalità arcaica sottesa ai poemi omerici ci ha consegnato due figure, opposte e complementari, che per secoli hanno forgiato la nostra immaginazione: da una parte, quella del marito valoroso – che parte per la guerra e vive appieno la sua storia, senza rinunciare ad alcuna avventura – e, dall’altra, quella della moglie fedele che lo aspetta per vent’anni. Penelope è la sposa che, alla partenza di Ulisse, assume su di sé la gestione della casa e, allo stesso tempo, deve fare i conti con le pretese dei Proci, i quali sconvolgono l’equilibrio della corte con lascivi banchetti e insistenti richieste di matrimonio. (…) L’immagine femminile che il poeta greco tratteggia, dunque, non è assolutamente piatta; per qualche motivo, però, il tempo ha fatto sì che nell’immaginario comune si imponesse la visione di una moglie che, in nome di una dedizione cieca, vive di privazioni, in attesa di un marito avventuriero e per di più fedifrago. Le rivoluzioni socio-culturali che hanno luogo nel ’900 segnano inevitabilmente il riscatto di Penelope (…). In particolare il componimento di Dorothy Parker (tratto dalla raccolta del 1936 Not So Deep as a Well) getta una luce davvero insolita sull’episodio. (…) La moglie di Ulisse è una donna che prova un fortissimo desiderio di vita, ma che sceglie consapevolmente di sacrificarlo in nome di qualcosa di più alto: le negazioni che si impone sono sorrette dall’incrollabile speranza del ritorno. Fedeltà, lealtà, castità non denotano allora mancanza di carattere, anzi sono il segno che la decisione presa è un atto di libera volontà compiuto con la massima convinzione. La dignità estrema di Penelope si coglie nella frase finale, lapidaria («Loro chiameranno lui coraggioso»): Dorothy Parker, facendo ricorso al suo proverbiale sarcasmo, ci suggerisce che, sebbene sia stato Ulisse a passare alla storia per il suo valore, è sua moglie ad aver avuto il coraggio dei sentimenti, poiché scegliere una vita fatta di attese richiede senza dubbio una forza d’animo impareggiabile. Chi resta accetta le distanze, i tempi dilatati e le trappole di un mito che imprigiona.

 
 

Penelope

  
Nel cammino del sole,
    nella direzione della brezza,
dove il mondo e il cielo sono una cosa sola,
    lui cavalcherà i mari d’argento,
    lui fenderà l’onda scintillante.
Io starò seduta a casa, a dondolarmi;
mi alzerò, per dar retta al vicino che bussa;
preparerò il mio tè, e disfarò la mia tela;
candeggerò le lenzuola del mio letto.
    Loro chiameranno lui coraggioso.
  
Dorothy Parker
traduzione a cura di Bianca Sorrentino

  
 
 
 
 

ENEA
Non si trasportano altrove radici
Maria Luisa Spaziani

  

Talvolta persino il mito deve piegarsi di fronte alle esigenze di chi scrive e il passato glorioso cantato dalla Storia viene paradossalmente schiacciato dalla dirompente carica emotiva di storie minori: esse potranno forse sembrare insignificanti agli occhi di un lettore distratto, ma in realtà sono impreziosite da dettagli che hanno una portata universale e che, in tal senso, trascendono la vicenda individuale del poeta. Ciò è particolarmente evidente ne L’ultima notte del Soratte, lirica struggente composta da Maria Luisa Spaziani e contenuta nella raccolta La stella del libero arbitrio (1986). Quella che l’autrice offre non è una rilettura del mito, bensì un’occasione per confrontarsi con esso: il richiamo alla classicità è funzionale al suo discorso poetico, dedicato a un avvenimento molto privato, la perdita di sua madre. È questo l’unico motivo del suo canto e non è un caso, quindi, che in un componimento di cinque strofe il riferimento a Enea sia relegato all’ultima: Maria Luisa Spaziani non si ripropone, infatti, di dar voce all’eroe troiano, ma di ergerlo a termine di paragone rispetto alla sua storia personale. (…) Al peso che sembra schiacciare l’anima senza possibilità di scampo fa da controcanto un’inaspettata leggerezza: lo suggeriscono le nuvole e le stelle che si accendono, ma ancor più i gesti gentili e lievi, come i doni e i messaggi che la poetessa sa riconoscere dietro ogni piccolo segno. Di fronte ai due simboli di gravitas presi in prestito al mondo classico, Enea e Caronte, l’autrice rivendica un suo spazio di levità: questa sarà l’ultima notte in cui il fardello del ricordo potrà curvare i suoi tralci. Chi parla non è un eroe del mito, ma una donna in carne e ossa, che ha bisogno di liberare al vento le ceneri del passato per tornare a respirare leggera.

  
 

L’ultima notte del Soratte

 
I
 
Il roseto respira leggero
accanto alla finestra degli addii.
Ignora, da innocente, il tradimento.
È in vendita la casa.
Non si trasportano altrove radici.
Nemmeno, forse, l’anima.
Nove boccioli nuovi si preparano
rossi, per il nuovo padrone.
  
 
II
 
Nell’ultima notte della casa
il tronco dell’abete è puro argento.
Eppure non c’è luna, non c’è luna.
Di forza interna le scaglie scintillano.
Anche il Soratte sembra puro argento.
Fra gli ultimi gigli e le fiorenti ortiche,
io sola opaca, fiore mancato,
fantasma con valigie.
 
 
 III
 
Mi avveniva di accendere il camino
pensando a lei nel freddo della tomba.
Anche le stelle mi sembra di accendere
perché ovunque si trovi la rischiarino.
E ogni giorno lei mi contraccambia
piccolissimi doni.
Il pettirosso giunto questa notte
porta messaggi in codice.
  
 
IV
 
Anomali vascelli queste nuvole
Senz’ancora né ciurma.
Esagera il poeta le metafore.
Sa che portano altrove.
La rosa ha cento palpebre, sappiamo.
Dopo Rilke è difficile dirlo.
Ma non sapevo che per tante palpebre
centuplicato risultasse il pianto.
 
 
 V
 
Caronte pesa l’anima dei morti
e anch’io ne so il peso:
quello che curva questa notte i tralci
dell’ibisco piantato da lei.
Io le avevo promesso, come Enea,
di rifondare la casa perduta.
Meglio affidare i penati e le ceneri
alla pietà del vento.
  
Maria Luisa Spaziani
  
 
 

In ultimo mi piace inserire uno scritto che Bianca Sorrentino pone in chiusura del libro, una sorta di post-scriptum molto personale. Sostanzialmente una lettera.

 
 

TI LASCIO UN SACCO DI PAROLE
nota dell’autrice

 

Sempre in cerca di parole e di immagini che portino scritto ‘più in là’, ho fatto della letteratura e dell’arte una ragione di vita: chi a tre anni recita visceralmente i celebri versi di Quasimodo «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» è segnato per sempre. Non ho potuto fare a meno di laurearmi in Filologia, letterature e storia dell’antichità, con una tesi comparatistica sulla ricezione shakespeariana delle fonti classiche.

Sempre in bilico tra la nostalgia per luoghi e tempi altri e la sete della Vita che aspetta, mi sono divisa tra teatro e didattica: al 2006 risale il mio timido esordio sulle scene, cui hanno fatto seguito anni indimenticabili di pratica del palcoscenico; ugualmente memorabile resta per me il lavoro costante con i ragazzi che ho seguito nel loro percorso educativo.

Nel 2013 ho lasciato l’amara terra mia, l’amara e bella Puglia, e sono volata in Irlanda, la mia seconda patria, che mi ha regalato un anno ‘intenso, libero, mio’ come assistente di lingua italiana in un college dublinese e come inaspettata tanghera. Innamorata dell’isola color smeraldo, ma fermamente decisa a tornare in Italia, mi sono momentaneamente trasferita a Roma: temprata da un anno di studi presso la Business School de «Il Sole 24ORE», con un diploma di Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali ora mi occupo di progettazione europea.

Nella mia stanza, le parole degli altri e i miei istanti stupiti. Lontani, i miei sempre nel mai: chi mi ha dato questa pelle che è bianca e non vuole il colore; 156 157 chi volteggia leggiadra e condivide con me il mare, il cibo, i pensieri; chi ama i tulipani e vive di abbracci.

In questa stanza e in quelle che verranno, i fotogrammi che tengo per me: la luce gialla delle notti pugliesi; gli alberi tinteggiati d’autunno sulle colline di un altrove che sento mio; le osterie vuote, piene dei nostri sguardi; i chilometri fatti di parole; le radure che si aprono, a mostrare le valli illuminate e le piccole vite della gente; i nostri silenzi sopra di loro e, sopra di noi, le stelle; il profumo di buono; le mani, nude di aspettative e pregiudizi.

Canterò finché mi basta il cuore e, se non mi basta il cuore, canterò con il tuo cuore.

  
Bianca Sorrentino
 
 
 
 
 
 
 
 

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