La casa apocrifa – Rachel Slade

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Ci avviciniamo a Libri in Cantina Poesia, la manifestazione che terremo presso le Cantine Collalto di Susegana (Tv), e voglio proporre in questo blog alcune riflessioni che sto facendo sui vari eventi. Di Gian Mario Villalta e del suo Telepatia ho già scritto qui, come di Laura Accerboni e del suo bellissimo La parte dell’annegato (qui) e di Bianca Sorrentino e del suo Mito classico e Poeti del ‘900 (qui). Voglio ora proporre alcune riflessioni sulla Mostra di apertura del Festival, La casa apocrifa di Rachel Slade. Di Rachel in realtà ho già parlato (qui e qui, in versione inglese qui) in relazione a un ragionamento più ampio sui non-luoghi. Ora voglio tentare di spiegare questa nuova mostra affrontando quello che è stato un percorso che fino ad ora mi ha visto in qualche modo testimone a lato.

Rachel Slade nasce a Putnam nel Connecticut (USA) ma per motivi familiari vive da quattordici anni in Italia, a Maniago (Pn). Figlia d’arte (il padre è il pittore Duncan Slade, venuto a mancare qualche anno fa) in qualità di pittrice ha all’attivo le mostre Citizen Ship (Villa Corrier Dolfin, Porcia 2014, con presentazione di Alessandra Santin), Crambe Tataria (Villa Cattaneo, San Quirino 2015, con presentazione di Carlo Vidoni), Ephemeral (Teatro Russolo, Portogruaro 2015, in occasione dello spettacolo Cenerentola di Sergei Prokofiev, con un intervento del poeta Giacomo Vit).

Ora si presenta a Libri in Cantina Poesia, in quest’anteprima della Manifestazione, con un nuovo progetto dal titolo La casa apocrifa che implica, rispetto alla sua precedente produzione ed esposizione, un ampliamento delle modalità espressive quanto una maggior focalizzazione dell’attenzione a un tema specifico. Rachel vive a Maniago, zona sicuramente più provinciale e ridotta rispetto all’area di sua provenienza ma con delle peculiarità che sono emerse in maniera importante, ad esempio, in Crambe Tataria, la mostra a San Quirino che ho poc’anzi citato. La Crambe Tataria è una pianta particolarissima che si trova solo nei Magredi, un microclima che troviamo attorno al maniaghese e poi nelle steppe dell’est Europa. Una pianta che era stata assunta a simbolo di un ritorno e di una ricerca all’interno della natura che poi era divenuta Ephemeral, l’effimero, il transitorio, nella mostra a Portogruaro. Adesso la ricerca si muove all’interno di una definizione di questa natura che è fondamentalmente mondo che assume la definizione di Casa.

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Già in Citizen Ship c’erano in fondo i semi di questa ricerca che qui si amplia in diverse direzioni sostanzialmente identitarie, psicologiche. La ricerca abbandona il connotato di appartenenza (di Citizen Ship), di naturalità archetipica (di Crambe Tataria), di transitorietà (di Ephemeral) per diventare ricerca della struttura stessa del mondo in quanto casa, del corpo del mondo in quanto casa. È d’immediata percezione infatti che non ci troviamo di fronte a un’espressione artistica concettuale ma fisica, potremmo quasi dire sensuale, carnale nell’affrontare un tema che potremmo sintetizzare nella frase: qual è il nostro posto nel mondo? Cosa possiamo chiamare casa?

L’esperienza biografica torna fondamentale per capire la domanda. Rachel si è spostata dall’America in Italia sperimentando non tanto un concetto di migrazione (non ci troviamo infatti all’interno dei canoni di un’arte della migrazione, per quanto poi negli anni sia notevolmente evoluta) quanto un concetto di trasloco. Affrontandolo con una tale fisicità (il tratto restituisce inevitabilmente non solo l’idea di fisicità ma addirittura lo sforzo letteralmente fisico della composizione) da trascendere la domanda stessa in un’identificazione. I quadri non dicono tanto dei traslochi fisici quanto dei traslochi interiori che inevitabilmente derivano da quelli fisici, storici. Portando il rapporto con l’idea di mondo/casa da un piano fisico a un piano astratto ma privo di concettualità. Non si trovano idee, significati, ma significanti, evocazioni. Volendo esprimersi con una metafora potremmo dire che questi quadri esprimono, all’interno della persona che si sente in trasloco e si chiede quale sia la sua casa in questo mondo, quell’attimo particolarissimo in cui le ossa incontrano lo spirito.

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Un’esperienza fisica che trascende se stessa e che si rende conto di scoprire, ritrovare, abbandonare anche la propria casa. E in questo si inscrive quell’ampliamento delle modalità espressive di cui parlavo poc’anzi. Troviamo infatti, oltre a delle tele, anche alcune opere in legno che sono sostanzialmente un altro modo di cercare un rapporto con il mondo/casa. Sono pezzi di legno abbandonati, usati, gettati e che in qualche modo, all’interno della lavorazione artistica, permettono di individuarne l’essenzialità. Un’essenzialità che è fondamentalmente quella medesima che colgono i bambini quando prendendo in mano un oggetto a caso sanno già come giocarci, ne vedono istintivamente e immediatamente l’uso altro non solo per immaginazione ma anche per capacità di riconoscimento. Sappiamo benissimo, soprattutto in poesia, che i bambini hanno una visione molto più ampia e libera rispetto agli adulti in quanto hanno più capacità e possibilità di connettere gli elementi, di riconoscerne le connessioni intime. Che poi è sostanzialmente, questo i poeti lo sanno bene, la base del concetto di metafora. Ma i bambini ci giocano con questo. I bambini prendono in mano il pezzo di legno abbandonato e lo trasformano in altro.

Rachel, soprattutto in relazione al fatto che questi pezzi di legno se li fa mandare dalle sue zone d’origine, compie un’operazione simile. Cerca quell’essenzialità connaturata nelle cose che abitano il mondo. Che abitano la casa del mondo. E che quotidianamente non vediamo. Sapendo che se lo strumento artistico riesce ad avvicinarci a quell’essenzialità in qualche modo già si risponde, o ci si avvicina alla risposta, relativa alla domanda: qual è il nostro posto nel mondo? Cosa possiamo chiamare casa?

Ovviamente sarebbe oltremodo facile citare de Saint-Exupéry con l’abusatissimo l’essenziale è invisibile agli occhi ma sarebbe (e anche qui mi sembra immediatamente comprensibile) sostanzialmente sbagliato. La citazione intera dice Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi ma qui in effetti siamo più di fronte a muscoli, a ossa, a nervi, non a cuore. Il riferimento all’infanzia che ho suggerito nelle opere si spoglia di ogni nostalgia per lasciarsi solamente un senso critico.

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E questo senso critico legato all’infanzia dà modo di affrontare anche un altro aspetto della poetica artistica di Rachel Slade. Abbiamo visto il concetto di casa in relazione al trasloco, al cercare un proprio posto nel mondo, poi il concetto di essenzialità delle cose che in qualche modo definiscono il mondo/casa stessa, adesso vorrei sottolineare quanto questa ricerca, che diventa tratto nelle tele e lavorazione nei pezzi di legno, sia sostanzialmente filtrata da un imprinting religioso. Ma come prima abbiamo sottolineato che non c’è nostalgia nel guardare al passato, all’infanzia, anche qui dobbiamo notare che non c’è alcun elemento di adorazione né che riconduca a un concetto di divinità. Ovviamente dobbiamo tenere ben presente, e ho cercato di farlo sentire raccontando appunto dell’evoluzione dell’artista nelle diverse mostre, che stiamo parlando di una ricerca non conclusa, in itinere. Se non si può riconoscervi una mistica almeno si possono individuare delle sfumature di spiritualità (ma in fondo anche quando prima accennavo ai traslochi interiori inevitabilmente stavo parlando di un qualcosa di spirituale). Una spiritualità anch’essa fisica e legata all’essenzialità delle cose che si ritrovano nell’infanzia.

Ho detto che Rachel è figlia d’arte da parte di padre ma è ora doveroso sottolineare che la madre per un lungo periodo è stata Ministro di una Chiesa. L’ambiente religioso era quindi, per l’artista bambina, una sorta di casa dove se la religione era una presenza forte Dio non era altro che un elemento altro, un’altra essenzialità alla pari dei pezzi di legno abbandonati con cui giocare. E in questo si inscrive il titolo stesso della mostra, La casa apocrifa, che racchiude quindi la sostanza di una ricerca e di una domanda espressa in diverse modalità. Non ultima quella poetica come si può vedere dal testo seguente che deriva da una raccolta poetica (in lavorazione) dall’omonimo titolo.

 
 
 
 
mine is the language of standing still
a snail dreaming on a pillow of eggs
small numbers, a column of resin
this is the territory of shaken stars
mine is the language of matrimony, the firm agreement
of four feet in river water, my name now a stone thrown at the sky
my hesitation is the dream of wooden horses
my death is the death of a horse laying down in the water
my ribs are the archway of earth’s desire
of instinct and calculation
made plastic and real.
an endless land of white stone. immense and strategic.
I am an island of snow and things fallen asleep in the snow.
I am a land without sorrow.

 
 
 
 
il mio è il linguaggio dello stare fermi
una chioccola che dorme su un cuscino di uova
numeri piccoli, una colonna di resina
questo è il territorio delle stelle vacillanti
il mio è il linguaggio del matrimonio, il saldo accordato
di quattro piedi in acqua di fiume, il mio nome è una pietra gettata nel cielo
la mia esitazione il sogno di cavalli di legno
la mia morte è la morte del cavallo nell’acqua
le cui costole sono l’arcata del desiderio della terra
dell’istinto e della macchinazione
fatte plastica eppure reali.
Una terra infinita di pietra bianca. immensa e strategica.
Io sono un’isola di neve e di cose addormentate nella neve
Io sono una terra senza dolore.
 
 
 
 
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