Un quotidiano acritico e acrilico – da due articoli sulla poesia contemporanea

poeta

 

Il 30 agosto è uscito su lombradelleparole un bell’articolo di Giorgio Linguaglossa dal titolo La grande crisi della poesia italiana del Novecento. Il processo di de-metaforizzazione e La democratizzazione della Poesia – la piccola borghesia del Medio Ceto Mediatico (qui). Il giorno dopo Linguaglossa, nel suo profilo facebook, ha specificato che:

 

Con l’articolo su “LA GRANDE CRISI DELLA POESIA ITALIANA” di cui sopra, io ho inteso tracciare sinteticamente un quadro concettuale sulla situazione di Crisi della poesia italiana e non intendevo riferirmi alla evoluzione stilistica del poeta Montale come personalità singola. Di fatto, la crisi della poesia italiana esplode alla metà degli anni Sessanta. Oggi occorre capire perché la Crisi esplode in quegli anni e capire che cosa hanno fatto i più grandi poeti dell’epoca per combattere quella crisi, cioè Montale e Pasolini, per trovare una soluzione a quella crisi. Quello che a me interessa è questo punto, tutto il resto è secondario. Ebbene, la mia stigmatizzazione è che i due più grandi poeti dell’epoca: Montale e Pasolini, hanno scelto di abbandonare l’idea di un Grande Progetto, hanno dichiarato che l’invasione della cultura di massa era inarrestabile e ne hanno tratto le conseguenze sul piano del loro impegno poetico e sul piano stilistico: hanno confezionato finta poesia, pseudo poesia, anti poesia (chiamatela come vi pare) con Satura (1971), ancor più con il Diario del 71 e del 72 e con Trasumanar e organizzar (1968).

Giorgio Linguaglossa

 

Nello stesso giorno è uscito un altro articolo in qualche modo vicino, una sorta di altro punto di vista: Compiacimento, connivenza, solidarietà. contro il villaggio della giovane poesia contemporanea di Andrea Lombardi (un editoriale in realtà pubblicato già a maggio 2015 su formavera – qui). Voglio riportare estratti di ambedue i discorsi:

 

Oggi va di moda porre un referenzialismo che poggia sullo zoccolo duro del linguaggio quotidiano e/o scientifico, con in più l’idea che le frasi-proposizioni esistano isolatamente e siano intellegibili in sé sulla base di una interpretazione interna; dall’altro, un anti-referenzialismo che parte dal discorso, (anche da quello di finzione come il discorso poetico), dalla letteralizzazione delle proposizioni, si procede sulla strada della de-metaforizzazione. Così è nato il mito che il senso estetico dipendesse da un massimo di referenzialismo del quotidiano. Dopo Satura (1971), l’opposizione fra il letterale e quotidiano (Montale) e il figurato (Fortini) sarebbe stata una falsa opposizione, nel senso che tutta la poesia italiana si è avviata nel piano inclinato e nel collo di bottiglia di un quotidiano acritico e acrilico. Da ciò ne è risultato che dalla poesia italiana è stata espulsa la metaforizzazione di base, il metaforico e il simbolico con le funeste conseguenze che sappiamo. […] Riguardo alla affermazione di Mengaldo secondo il quale Montale si avvicina «alla teologia esistenziale negativa, in particolare protestante» e che smarrimento e mancanza sarebbero una metafora di Dio, mi permetto di prendere le distanze. «Dio» non c’entra affatto con la poesia di Montale, per fortuna. Il problema è un altro, e precisamente, quello della Metafisica negativa. Il ripiegamento su di sé della metafisica (del primo Montale e della lettura della poesia che ne aveva dato Heidegger) è l’ammissione (indiretta) di uno scacco discorsivo che condurrà, alla lunga, alla rinuncia e allo scetticismo. Metafisica negativa, dunque nichilismo. Sarà questa appunto l’altra via assunta dalla riflessione filosofica e poetica del secondo Novecento che è confluita nel positivismo. Il positivismo sarà stato anche un pensiero della «crisi», crisi interna alla filosofia e crisi interna alla poesia. Di qui la positivizzazione del filosofico e del poetico. Di qui la difficoltà del filosofare e del fare «poesia». La poesia del secondo Montale si muoverà in questa orbita: sarà una modalizzazione del «vuoto» e della rinuncia a parlare, la «balbuzie» e il «mezzo parlare» saranno gli stilemi di base della poesia da Satura in poi. Montale prende atto della fine dei Fondamenti (in questo segna un vantaggio rispetto a Fortini il quale invece ai Fondamenti ci crede eccome!) e prosegue attraverso una poesia «debole», prosaica, diaristica, cronachistica, occasionale. Montale è anche lui corresponsabile della parabola discendente in chiave epigonica della poesia italiana del secondo Novecento, si ferma ad un agnosticismo-scetticismo mediante i quali vuole porsi al riparo dalle intemperie della Storia e dei suoi conflitti (anche stilistici), adotta una «positivizzazione stilistica» che lo porterà ad una poesia sempre più «debole» e scettica, a quel mezzo parlare dell’età tarda. Montale non apre, chiude. E chi non l’ha capito ha continuato a fare una poesia «debole», a, come dice Mengaldo, continuare a «de-metaforizzare» il proprio linguaggio poetico.

Giorgio Linguaglossa

 

Più avanti Linguaglossa fa un discorso sulla massa che idealmente mi permette di arrivare all’articolo di Lombardi:

 

Montale aveva terrore della cultura di massa del Ceto Mediatico. Montale ha in orrore la massificazione della comunicazione. Vicino in ciò ad alcuni filosofi esistenzialisti o di estrazione esistenzialista (come Heidegger o Husserl) i quali sostenevano che l’uomo moderno vive nella ciarla, nel mondo del «si» ed quindi confinato nella inautenticità, sommerso dalla straordinaria quantità di messaggi che lo bersagliano, il poeta ligure vede in questa condizione il dissolvimento ultimo del linguaggio (e del linguaggio poetico) come strumento della comunicazione. L’idea è quella che ogni tipo di rapporto linguistico sia costretto a realizzarsi in presenza di un fortissimo rumore di fondo, che sovrasta la parola, la distorce e la rende infine un segno non più idoneo alla comunicazione. La poesia è un atto linguistico, storicamente determinato, nel senso che risente, come qualsiasi atto umano, delle condizioni di civiltà nelle quali si manifesta. Di qui il pericolo incombente che la perdita di senso afferisca anche al linguaggio della poesia.

Giorgio Linguaglossa

 

La perdita di senso della poesia viene affrontata, da un altro punto di vista, da Lombardi con queste parole:

 

Ci troviamo ad operare in un contesto dove prevalgono atteggiamenti di connivenza e compiacimento, connivenza che è anzitutto compiacimento, compiacimento che è anzitutto autocompiacimento. Dato per certo che la poesia non ha più alcun peso, che essa è un gesto anacronistico, inutile, buona solo per chi la fa, un corpo in decomposizione che cerchiamo di rianimare, l’atteggiamento dei giovani poeti è quello del tacito consenso di fronte a tale presupposto – il primo insegnamento che si riceve nella nostra Bildung poetica – che, introiettato, non si fa altro che alimentare in due modi. Il primo è l’assunzione come imperativo categorico del principio per cui l’unione fa la forza. La giovane poesia contemporanea si presenta come un grande villaggio in cui tutti conoscono tutti, anche senza essersi mai incontrati, a volte anche senza aver mai letto nulla l’uno dell’altro. Un villaggio solidale dove tutti sono amici di tutti perché tutti devono essere amici di tutti. Non avendo più alcun peso ciò che ci ostiniamo a fare, si fa gruppo per sentirsi legittimati a scrivere. E la sede di questo villaggio, fisicamente aperto a tutti, è la rete. Il secondo, ben più calzante, è il fatto che la connivenza a tale presupposto è realizzata tramite un ulteriore atteggiamento di tacito consenso. In ragione di questa solidarietà obbligatoria, infatti, si accetta come legittimo ciò che scrivono gli altri membri del villaggio. Dilaga il compiacimento: prima nell’autoerotismo della scrittura, poi nel voyeurismo della lettura della poesia altrui. Si tratta infatti di una doppia legittimazione: quella a scrivere poesie, legata alla semplice presenza di altri che fanno lo stesso nonostante i tempi e quella a scrivere in un certo modo. Nel villaggio, infatti, non solo tutti conoscono tutti, ma si ha l’impressione che tutti scrivano come tutti. Sembra di essere di fronte all’affermarsi di un’idea tautologica di poesia, il riproporsi, sul piano della produzione dei contenuti, dello stesso processo che ha portato il concetto di lirica a sostituire quello generico di poesia. Non solo quella della lirica continua ad essere l’unica strada avvertita come percorribile – basta vedere la produzione della maggior parte degli esordienti – e come tale la più battuta, ma addirittura al suo interno si è arrivati a una sclerotizzazione di moduli, stilemi, posture che irrigidisce fin da subito qualsivoglia predisposizione al canto. Poesie che nascono già impacchettate e pronte alla vendita, sapendo che c’è un mercato che sicuramente le accoglierà favorevolmente in quanto le richiede. E allora ecco la poesia facile, quella che piacerà a tutti, ecco una verticalità che è solo parodia di verticalità istituzionalizzate, ecco posture riprodotte come schemi. Un serenismo divenuto habitus, come se le possibilità della poesia si fossero esaurite, come se determinati moduli e stilemi abbiano rappresentato il punto di arrivo della poesia e andare oltre fosse impossibile. Il risultato è quello di una voce ovattata, plastificata, robotica. Non vera voce, ma afonia disarmante. […] Per far fronte a tutto ciò bisogna anzitutto comprendere che l’unica vera legittimazione a cui dobbiamo aspirare proviene dalla negazione della necessità stessa di una legittimazione: solo a questa condizione diventa possibile fondare una comunità reale, una comunità che rivendichi la necessità di una poesia che sia vera e non bella, da produrre e non da riprodurre, una comunità, in conclusione, che prenda forma e sostanza non a posteriori ma in fieri, nella possibilità e nella necessità di una poetica. Soltanto intorno a una poetica può nascere una comunità reale che si opponga alla vigliaccheria di chi cerca una giustificazione al proprio individualismo negli individualismi altrui. Persistiamo quindi, ora più che mai, nell’obiettivo che ci siamo posti fin dall’inizio: rifiutiamo l’idea di una legittimazione necessaria, sentiamoci non legittimati e poniamoci come tali, non come avanguardia, ma a salvaguardia delle possibilità stesse della poesia che il villaggio nella sua menzogna solidale non fa che negare. Chi, invece, vuole continuare a navigare nel mare del compiacimento, continui pure a scrivere belle poesie che hanno come epigrafe un codice a barre: troverà sempre fieri sostenitori.

Andrea Lombardi

 

Ciò che Linguaglossa cita come referenzialismo che poggia sullo zoccolo duro del linguaggio quotidiano e/o scientifico, con in più l’idea che le frasi-proposizioni esistano isolatamente e siano intellegibili in sé sulla base di una interpretazione interna; dall’altro, un anti-referenzialismo che parte dal discorso è di fatto un’altra faccia della medaglia dell’atteggiamento di connivenza e compiacimento, connivenza che è anzitutto compiacimento, compiacimento che è anzitutto autocompiacimento di Lombardi. E pur avendo moltissimi esempi (tra cui purtroppo anche alcuni amici) di poeti che si allineano al gusto dominante (è la filosofia di fondo della democrazia: se si vuole essere eletti in un paese democratico bisogna piacere al maggior numero di persone possibili, e quindi bisogna comunicare e dare ciò che vuole il maggior numero di persone possibili, da ciò ne consegue una comunicazione e un comportamento necessariamente al ribasso) cercando più la complicità e il facile riconoscimento che l’identità di una poesia forte e vera, ciò che però mi lascia perplesso è la mancanza di un terzo approccio, ciò che insomma è stata la storia della rete.

All’inizio infatti il proliferare di blog, di social media, ha prodotto un accumulo di quel rumore di fondo che è stato accompagnato, in un secondo momento, dalla nascita di festival e dal moltiplicarsi delle occasioni di lettura. In buona sostanza abbiamo letto e sentito di tutto e di più (con le dovute eccezione: qualcuno ricorda LiberInVersi?). Ultimamente però dobbiamo anche ammettere che il mare magnum ha prodotto delle piccole isole (di poesia e di critica, insomma Linguaglossa è una di queste ma penso anche a Poetarum Silva e via dicendo) dove potersi fermare a leggere qualcosa di interessante. E anche la poesia e i poeti, se li guardiamo da lontano, sono come dice Lombardi, ma a uno sguardo più attento si riconoscono laboratori, confronti, poeti che cercano di dire qualcosa con una voce riconoscibile (sto pensando ad esempio a Giovanna Frene). Pur sapendo che il novanta per cento della situazione è quella fotografata, non si può negare che ci siano elementi a parte quanto non si possono totalmente buttare via quegli esperimenti laboratoriali che comunque si fondano su principi corretti (ne ho parlato alcuni giorni fa qui).

A me pare che in questi giorni stiamo vivendo da una parte un appiattimento che deriva da un’attenzione non più al testo (che deve essere veloce e consumabile) ma all’autore, che diventa protagonista più del testo stessi, da un’altra parte a determinati livelli vediamo un’ansia da prestazione, un esagerato bisogno del grande poeta. Non necessariamente deve nascere, deve esistere, il grande poeta. Possiamo anche serenamente passare alcuni decenni a confrontarci, a discutere, a scrivere esercizi stilistici, senza per questo parlare di Crisi della Poesia. Perchè altrimenti cadiamo nel medesimo consumismo che si vuole criticare.

 
 
 
 

In copertina Il poeta, Egon Schiele

 
 
 
 
 
 
 
 

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1 thought on “Un quotidiano acritico e acrilico – da due articoli sulla poesia contemporanea

  1. simone burratti 2 settembre 2016 — 18:22

    Sono d’accordo su quel 10% di resistenza. Però va precisato che, se togliamo l’editoriale di Andrea Lombardi e un mio recente articolo su Parco Poesia, la linea di formavera è sempre stata più costruttiva che distruttiva, lavorando sia attraverso una selezione precisa degli autori ospitati, sia attraverso l’analisi critica dei testi ma soprattutto facendo poetica vera e propria. Questo non per fare apologia, ma per dire che il discorso di Lombardi è all’interno di un percorso, e mi sembra che ci sia dentro anche un invito concreto a “farsi sotto”. Se poi la gente va a leggersi solo gli articoli polemici c’è poco da dire.

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