Intervista senza domande – da Versante Ripido

labbraccio

 

Un’intervista senza domande che mi è stata fatta da Flavio Almerighi per gli amici di Versante ripido. Una formula strana, ma che mi è piaciuta. Il pezzo completo qui.

 
 
 
 

Questa rubrica, ideata e curata da Flavio Almerighi, è un momento fisso di incontro partendo da parole “rubate” durante la lettura di un’opera. Aboliamo quindi il tradizionale question time che segue la lettura di un libro, sostituendolo con versi o comunque frasi dell’autore stesso. Gioielli rubati e restituiti in forma di intervista. Su queste l’intervistato costruisce le proprie riflessioni, dice magari semplicemente quel che gli passa per la testa, si apre, si spiega, e magari ricorda parole che voleva dire e non ha scritto. Si propone al pubblico dei lettori di Versante Ripido sia come autore/autrice sia come persona, sia come edito che come inedito. Ospite di questa puntata di “Interviste senza domande” è Alessandro Canzian e il suo “Il colore dell’acqua”.

Il Colore dell’Acqua, ultima fatica poetica di Alessandro Canzian per i tipi della sua Samuele Editore, è una raccolta di poesie bella e ombrosa, da leggere e rileggere. Il lettore se ne trova attratto e coinvolto per la semplicità estremamente elegante del tessuto poetico, per l’alone di mistero della porta accanto che permea buona parte del libro, soprattutto nella parte dedicata alla Ragazza Olga, vera autentica risposta alla Ragazza Carla di novecentesca memoria. Il fascino discreto del vissuto e della sua elaborazione: “La poesia di Canzian si affida alla contemplazione di un infinito esilio delle cose, nel quale annega l’esistenza intera, disfacendosi e ricomponendosi sotto il segno di una duplice e inesplicabile pulsione di natura eraclitea, nutrita contemporaneamente di vita e di dissolvenza della vita: la stessa Olga, protagonista del bellissimo poemetto finale di questa raccolta, ha l’aspetto bifronte della concretezza e del fantastico, della presenza e della lontananza; e la sua singolare figura, recondita e vicinissima, già transitata altrove eppure mai distante da qui” come osserva acutamente Mario Fresa.

 
 
 
 

Oggi ho voglia di stare male (pg. 20)

In Al di là del bene e del male Nietzsche sottolinea come l’idea del suicidio aiuti a superare molte notti insonni. E in effetti questa è una delle caratteristiche dell’essere umano. Lo stare male è spesso una scelta, una cura. Lo stare male è la rievocazione necessaria per ricordare che le cose migliori vanno fatte / parlando d’altro. Il dolore non sempre è un realtà negativa (se inutile) o catartica (se utile), può essere anche un dolce ristagnare nel momento in cui non vogliamo abbandonare qualcosa che s’è perso. Il dolore diventa una forma solitaria di legame capace di sublimare il connubio cuore/mente in una sorta di iperuranio emozionale che a ben vedere non è poi così banale. E la sua non-banalità è strettamente legata alla nebulosità dei suoi confini. Perchè sono i confini che restituiscono pieghe e crepe di verità non immediatamente comprensibile. Lo stare male in questa direzione non è solo ricordare ma anche rielaborare. Tenere in vita qualcosa che s’è perso comprendendolo sempre di più.

 
 
 
 

Ti racconto la mia malinconia (pg. 23)

Lo stare male di cui sopra ha un rischio abbastanza evidente: l’isolamento. È un luogo comune abbastanza vecchio e ingiustificato il pensare che l’autore di versi (o nel caso migliore il poeta) sia un solitario privo di legami e di interessi nel mondo, o che si isoli nella torre d’avorio per delusione o altro. La scrittura è da sempre un rapporto con l’altro. Una relazione con un tu che non è mai singolo ma è un tu collettivo, è il tutti in te. Poesia significa dire qualcosa in un linguaggio talmente espanso che non solo fa capire ma anche sentire ciò che si dice. È un comunicazione, una necessità di comunicazione. E in questo si inserisce la distinzione tra poesia e non poesia. La poesia arriva al lettore e gli resta in cuore. La non poesia resta isolata nel cuore di chi scrive.

 
 
 
 

… senza sapere cos’è il bene, o dove devo andare (pg. 29)

Una delle più belle metafore bibliche è quella di Adamo ed Eva e la loro caduta. L’ignoranza era per loro beatitudine, armonia con Dio nel senso di accordo col tutto. Oggi diremmo con l’universo. L’unica clausola, l’unica decisione realmente possibile per i due primi esseri umani era la mela. Ma non una mela qualunque: era la conoscenza. L’uomo per restare in accordo con Dio doveva scegliere volontariamente di non conoscere. Ma nel momento in cui, per motivi tra l’altro non inerenti la conoscenza stessa ma per un ben più mediocre desiderio di potenza (l’essere come Dio), l’uomo ha acquisito tale conoscenza ecco ha incontrato il dolore dell’essere non più in accordo con Dio. Una sorta di spaesamento. In realtà Dio non ha mai abbandonato completamente l’uomo, sempre all’interno della metafora, ma lo ha vestito esprimendo quindi amore per lui. Il bene è rimasto, non l’accordo. Quasi a dire che l’amore è la chiave che in qualche modo salva da quella troppa conoscenza che ha prodotto l’esilio. Cristo poi avrebbe confermato questa posizione basata sull’amore che già nel Cantico dei Cantici era suggerito vicino a quanto si instaura tra due persone. Ma quando poi non si conosce o non si riconosce più questo amore, questo bene, ecco allora che restiamo in balia della troppa conoscenza che è confusione, mancanza di punti di riferimento. È un andare per gli scaffali di un supermercato senza sapere dove si è e dove si deve andare.

 
 
 
 

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