La poesia è morta – ricominciamo da qui

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E ormai siamo arrivati ad Agosto e, come ogni anno, ripartiranno gli articoli sulla presunta morte della poesia. Nel caso specifico avremo anche la felice (o meno) congiuntura della crisi della Fiera del libro di Torino con il divorzio che ha provocato la nascita di una seconda Fiera a Milano. L’anno scorso si parlava invece della presunta chiusura della Collana Mondadoriana Lo Specchio. Crisi dell’Editoria, piccole lotte intestine, un’ottima ricetta per rimbalzare il famoso slogan sulla fine del genere. Voglio allora permettermi di anticipare la querelle dando il mio punto di vista, decisamente parziale e non esaustivo e in maniera dichiaratamente leggera (lasciamo ad altri l’impegno di discorsi ben più sostanziosi e approfonditi).

La poesia non è morta semplicemente perchè non ha significato attribuirle questa facoltà. Poeti ce ne sono e ce ne saranno sempre. Che poi il discorso si sposti sulla domanda se sono bravi poeti questa è un’altra cosa. Ma vorrei sottolineare che comunque parliamo di un cane che si mangia la coda perché nel momento in cui non ci sono grandi poeti (anche se ricordiamo ancora le parole di Moravia in morte di Pasolini: di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo) nasce una situazione laboratoriale necessaria e indispensabile alla costruzione dei grandi.

Perché il poeta non viene fuori dal nulla. È un quadro che emerge da una cornice e senza cornice non può spiccare il volo. Oggi viviamo in un contesto estremamente laboratoriale e di confronto all’interno non solo della rete ma anche dei diversi festival, eventi, anche manifestazioni di quelle associazioni o case editrici che hanno capito che bisogna puntare sul dialogo con le persone per fare vera Editoria. E il fulcro della questione a ben vedere potrebbe anche essere un altro: il poeta non viene definito dai suoi contemporanei, ma dal tempo.

Non mancano oggi inni a diversi autori ancora vivi. E sicuramente quando parliamo di De Angelis quanto di Piersanti o di Benedetti (per dirne alcuni) non sbagliamo. Ma probabilmente abbiamo anche alcuni nomi invisibili o semi invisibili al miope radar culturale di cui siamo provvisti e che il tempo non mancherà di riportare alla nostra attenzione (ovviamente sto tralasciando tutta quella serie di autori importanti che si trovano però ancora nel mezzo del cammin della loro vita). In questo devo confessare di non amare in alcun modo le mappature che ogni tot mesi vengono tentate ora dall’una ora dall’altra istituzione. Alcune decisamente improponibili. Perché una mappatura (o Almanacco che sia) implica in chi la compie una levatura enorme. Perché bisogna trovare un criterio chiaro, condivisibile, abbastanza chiuso da permettere una scelta e abbastanza aperto da non essere difettoso di determinate presenze. Una mappatura implica inoltre una vera e propria dichiarazione di poetica (vedi la levatura di cui sopra). Non si può prescindere dal decidere e dal dichiarare il da dove si parte e il dove si vuole andare.

In questo sicuramente io stesso guardo con grande favore e aspettativa al lavoro che Biagio Cepollaro sta facendo per l’amico Fabrizio Bianchi (Dotcom press). Si tratta sostanzialmente di una serie di autoantologie che mettono di fronte determinati autori scelti al loro percorso e chiedono una sorta di rivisitazione critica e poetica. Mi è capitato fra le mani il primo volume di questa collana, di Francesco Tomada, che tra l’altro riporta un estratto preso da questo stesso blog (qui) e mi è parso molto bello. L’idea c’è, sa di assunzione di responsabilità.

Di certo una cosa l’abbiamo capita: per fare poesia bisogna lavorare. E spesso lavorare assieme. Festival come Pordenonelegge puntano e hanno puntato molto alla creazione di gruppi di lavoro e di studio attorno alla parola. Anche nel piccolissimo della Samuele Editore devo dire si punta da mesi a Corsi e a Ritiri Poetici che siano editing personalizzato e collettivo. Di pochi giorni fa inoltre la dichiarazione di Isabella Leardini di voler trasformare Parco Poesia in una realtà più espansa e di formazione. Tutto questo in effetti non corrisponde all’affermazione la poesia è morta ma anzi dice un fermento come di fiori che seminano un terreno. Dove ovviamente e giocoforza dobbiamo trovare anche una buona dose di letame (mi si scusi l’affermazione un po’ forte) perché senza di esso non nasce nulla. E non importa se attualmente mancano punti di riferimento nuovi, poeti così forti da segnare il secolo (a parte quei pochi ormai consolidati nel precedente). Perché la questione non è la loro assenza ma la nostra naturale incapacità di vederli.

Incapacità che, a ben vedere, non è un nostro limite ma una caratteristica storicamente umana.

 
 
 
 

In copertina un’opera di Sergio Padovani

 
 
 
 
 
 
 
 

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