Per metà del cielo – Miljana Cunta

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Miljana Zunta è una poetessa slovena che ho incontrato alcuni anni fa a Trieste a un Poetry Slam. L’evento vedeva tra gli organizzatori Christian Sinicco e Giuseppe Nava. Io ero in veste di Editore sponsor della gara. Devo dire di essere immediatamente rimasto fulminato dalla lettura di Miljana. Mi ci sono voluti alcuni anni (mi pare tre) e l’ho reincontrata alla Scontrosa grazia, il ciclo di incontri che tengo alla libreria Mondadori di Trieste ogni due settimane assieme a Sandro Pecchiari (qui). Devo ammettere che l’ottima impressione è diventata questa volta entusiasmo (soprattutto per un poemetto da lei scritto e che spero di recuperare integralmente presto: Medea). Miljana ha una poesia che poggia le sue fondamenta su uno studio e una ricerca importanti, intense, e quando ne parla si sente tutto questo peso che è la certezza della sua poesia. Perchè questi versi hanno una maturità straordinaria che si nota dalla mancanza di cedimenti, di imperfezioni o di incertezze. Non ci sono sbavature ma un dire netto. Che poi si estende in rapporti e relazioni sotterranee dall’ampiezza enorme.

Francesco Tomada in un articolo su di lei (qui) ha scritto: in ogni caso Miljana Cunta dimostra una spiccata capacità di interiorizzare e riproporre impulsi che a volte, nell’arco di poche parole, aprono gli orizzonti in direzioni diametralmente opposte (“Sulla parete ad alta voce tace / il tempo trattenuto”). In alcuni casi l’effetto è quasi quello di una frantumazione controllata, una sorta di tensione per contrari che genera una sensazione straniante e destabilizzante, acuita dalla ripetizione (spesso in apertura e chiusura) di frasi il cui significato viene mutato in modo quasi sotterraneo ma decisivo: “Attraverso tutte le porte, allo stesso tempo, / si riversano nella stanza / gli odori del passato.// ….. // Quando esci, esci / attraverso tutte le porte allo stesso tempo”, scrive ad esempio in Agosto. In questa come in altre poesie vengono oltrepassati i confini che separano l’uomo dalle cose, dalle sue cose, e gli oggetti diventano capaci di dare corpo agli stati d’animo, diventando una sorta di alter-ego con cui non è facile rapportarsi (“Dalla dispensa già si sente / il cattivo odore dei ricordi, / il caffè si raffredda.”), fino al caso limite in cui l’uomo si trasforma in carta da parati “che qualcuno laverà”. L’effetto di capovolgimento e compenetrazione, che può sfiorare i limiti dell’iperbolico o dell’assurdo, si traduce anche in un bisogno di trasformazione e cambiamento, che è cambiamento delle cose e contemporaneamente di noi stessi. […]  il tempo non è possesso dell’uomo, sembra suggerire Miljana Cunta, piuttosto l’uomo è possesso del tempo: solo accettando questo può cambiare in esso e salpare nel tempo, forse in qualche modo appartenervi.

Da un altro punto di vista si legge la prefazione al suo libro Per metà del cielo (Thauma Edizioni 2013, traduzione di Michele Obit da Za pol neba, Študentska založba 2010) di Gorazd Kocijančič: Possiamo trovare una parola con la quale contrassegnare il linguaggio poetico di questo paradossale, pluridirezionale, metamorfosato eros? Chiamiamola delicatezza. Le parole in tutta la propria disciplinarità si spezzano come desiderio, sono riservate e timide, tuttavia leggendo percepiamo che questa cautela nel contatto con le cose e nella conservazione delle esperienze non è determinata solo dal suo tema centrale, la fragilità dell’amore (di quale?), ma nei punti più profondi si spinge sino al mistero elusivo che dal linguaggio esige un riflessivo ripiegamento in sé. In ciò la delicatezza di parola diventa inaspettatamente contestatrice: si contrappone allo zeitgeist letterario degli ultimi decenni, al suo rendere con parole sempre gli stessi dogmi nichilistici e le loro installazioni linguistiche. A volte il meno è più, a volte è vero il contrario. Non si tratta semplicemente, tuttavia, di resistenza metafisica. Per qualcosa del genere la vera poesia è sempre troppo debole – e troppo forte. Per il fatto che l’unico «è» diventa del tutto personale, solo-essenziale, ipostatico, l’iniziale costellazione platonica nella poetica contestatrice, che la ispira, si trasfigura sostanzialmente. L’eros qui non è più una forza cosmica, nemmeno qualcosa di materialmente compreso «divino» che entrerebbe nel nostro mondo. Come passione ambivalente ha il proprio luogo solo nella lingua – ed è per questo immune per tutte le decostruzioni dello sfondo metafisico della poetica. Questa poesia erotica non si sofferma mai sul tentativo di articolazione del modo di sentire e neanche sulle strategie linguistiche che potrebbero modellare la poesia in qualcosa di generico, in uno specchio nel quale il lettore si potrebbe riconoscere, ma ponderatamente stimola proprio con la sua individuale differenza. L’erotico «è» penetra nel lettore e lo inquieta con il suo essere radicalmente estraneo, con la sua specificità ontologica.

Una poesia che per stessa ammissione di Miljana poggia su un ossimoro: deve dire l’indicibile e solo così può divenire punto di equilibrio per una società anche nel momento in cui la società non la riconosce. Con il coraggio di un silenzio che non è vuoto di parole ma loro confine, bordo. E in effetti la poesia è sempre stata e sempre sarà lo specchio dei tempi che si misura in questi bordi. E sempre sarà quel punto fermo a cui dopo, in senso postumo, la cultura si appoggerà per capire se stessa.

Miljana Cunta, slovena, nata nel 1976, dopo la laurea in Letteratura Comparata e Inglese ha conseguito in Master sulla Poesia inglese nel periodo vittoriano presso l’Università di Lubiana. Si è occupata di organizzazione culturale, traduzione e lessicografia. Dal 2006 al 2009 ha diretto il programma del Festival Internazionale di Letteratura di Vilenica. Sue poesie sono apparse sulle riviste “Sodobnost”, “Nova revija”, “Lirikon”, “Poetikon”, “Zvon”, nonché sulla croata “Tema”, e sono state trasmesse in radio per i Notturni letterari. Premiata al Concorso Letterario Giovani, vive tra Sempeter, vicino al confine italo-sloveno, e Lubiana. Ha riscosso un notevole successo, di pubblico e critica, con il suo primo libro, Za pol neba (Per metà del cielo), edito nel 2010 dalle edizioni Beletrina di Lubiana, e ha ricevuto le nomination per il Premio Veronika e il Premio Jenko.

 
 

da Per metà del cielo (Thauma Edizioni 2013, traduzione di Michele Obit da Za pol neba, Študentska založba 2010)

 
 
 
 
Impressione romana
 
Noli me tangere
 
sta scritto sotto l’immagine
nella chiesa, dove la memoria
volge all’inizio.
Sulla soglia
 
della porta d’entrata
la luce fragile si riversa
sulla fronte
pur toccando, poi,
 
la fredda pelle.
Lo sbattere d’ali
di un nugolo di piccioni
sopra Piazza Navona
in alto, ancor di più,
trafigge il cielo
 
e si riversa il mattino.
La piazza lavata si fa rotonda
attorno alla fontana
e tutto è acqua
 
che scorre.
Impassibili facciate
del passato,
in mezzo noi due
 
nell’attesa del meriggio.
 
 
 
 
 
 
La porta
 
Nulla che rimanga
quando sbatti la porta.
 
Dentro è fuori
e fuori è notte.
Rigida è
l’attesa del battere,
sprofondato nello stoino
sta il passo.
Dalla dispensa già si sente
il cattivo odore dei ricordi,
il caffè si raffredda.
La porta pesante al centro della parete
taglia a metà:
il corpo, che si annida,
ed il pensiero, che vola via.
Sulla parete ad alta voce tace
il tempo trattenuto.
 
Nulla rimane
quando sbatti la porta.
Fuori è dentro
e dentro è notte.
 
 
 
 
 
 
La casa
 
Quando mi chino sulla tua anima, mentre dormi,
e ascolto…
Juan Ramón Jiménez

 
Mentre dormi demolisco la nostra casa
perché so: per costruirla, demoliscila tre volte.
 
La prima distruzione fa male.
Strati su strati di mattoni fatti di foglie rosse
invitano ad abbandonarti nell’abbraccio dell’autunno.
Nella seconda distruzione sussuriamo
che fa lo stesso,
che prima del quieto riposo
dei giochi impolverati in soffitta
non c’era stata infanzia.
I muri sono il presagio degli sguardi murati
e non vi è fuoco che disegni i coniglietti sul letto.
Nella terza distruzione della casa
soffia il vento da ogni dove,
i rami imbizzarriti dei castagni sollevano i frutti
verso il sole rovente.
La terra brucia il proprio midollo,
rimette con eruzioni sulla superficie
la voluttà.
La selvaggina, occhio socchiuso della natura,
nel conforto dell’estate
si muove libera per il giardino fecondato.
 
Sullo stoino lavato della casa
i primi visitatori
si asciugano i piedi.
 
 
 
 
 
 
Camminando
 
Lo sprofondare della rena.
Il calare delle nuvole.
Sempre più sottile è la linea d’orizzonte.
Nelle orecchie preme
come da un’improvviso declivio.
 
Gettato via, in una strada non sua,
ansima un passo incerto.
Nell’occipite duole,
ma non so per cosa.
Solo la strada, solo quella davanti a me.
 
Già avanzo al tuo ritmo:
sei ciò che sei, sono ciò che sei.
 
Davanti a me e dietro me il vento
cancella la traccia.
 
 
 
 
 
 
Un cappotto a scaglie
 
La sera risciacquo il cappotto a scaglie:
e cade la mucillagine come la mano a terra
e cade come il giorno nella notte
e cade come nel sonno. Di sera.
Indosso il cappotto a scaglie:
e lega come un monile dorato
e taglia come uno scudo d’argento,
perciò lo tolgo, il cappotto a scaglie.
Quando mi hai dato questo cappotto a scaglie,
perché mi distenda davanti a te, dono del mare?
Quando infine mi toglierai il cappotto a scaglie
perché possa salpare nel mio tempo? La sera.
 
 
 
 
 
 
Agosto
 
Attraverso tutte le porte, allo stesso tempo,
si riversano nella stanza
gli odori del passato.
 
Con la lingua presa in prestito
ti affretti a pulire la polvere
dal letto del bambino,
dall’orsacchiotto di peluche,
dalla scarpetta rossa.
Nel dizionario preso in prestito
sfogli le parole
delle cose.
Con il dizionario preso in prestito
della lingua presa in prestito
soffi via la ragnatela
dalla putrida parete
perché si aprano all’improvviso le finestre
del mattino.
Buffamente interrato al centro
del ripostiglio in soffitta
perdi l’udito, s’ode il silenzio:
l’indoratura impolverata
del chiarore agostano
in ogni dove infine si disperde.
 
Quando esci, esci
attraverso tutte le porte allo stesso tempo.
 
 
 
 
 
 
Per metà del cielo
 
Ce ne stavamo come uccelli
sulle punte più alte
del ciliegio dei vicini, e la luce
si spargeva per le mani e oltre,
per i rami ed il tronco sino
a terra. Lungo il declivio sino al mare
cinguettavano le estenuate fantasie
per i giorni senza ore
che componevano come un prezioso gioiello
attorno ai colli abbronzati
imparando come l’ombra
si muove sempre con il sole.
Non chiudevamo le porte delle case
costruite con l’odore dei pini.
Ognuno con la propria chiave
che anche il mare apriva
sulla superficie riscaldata
perché cadessimo nella raffreddata profondità
come scimmie del circo
e tornassimo ogni volta impercettibilmente
più grandi.
Quando la sera consideravamo le conseguenze
del gioco, tacevamo
perché non avevamo parole
per il finale
che arriva sempre da lontano, è piccolo
come un puntino all’orizzonte
prima che diventi una nave,
grande, se la guardi da sotto in sù,
 
per metà del cielo.
 
 
 
 
 
 
Pensieri di carne
 
Le ossa si spezzano
quando entro in te.
Nell’aspirare si frantuma l’inspirare.
Dove, amore, si lacerano le membra
come i fiori
mi raccogli per le lenzuola del crepuscolo:
un ventre, perché tu possa placare la fronte,
due mani, perché possa domare lo sguardo,
tre dita per il silenzio
e quattro occhi per il sogno.
Quando t’addormenti nelle piaghe del desiderio
sono leggera come il respiro.
Pensieri di carne,
spezzati in gola,
nel sogno cantano un lamento
per l’assenza.
 
 
 
 
 
 
La finestra
 
Solo desideravi
guardare attraverso la finestra
nel paesaggio dei mille colori,
non sopportavi già il silenzio della polvere
nei pori della vecchia poltrona.
Desideravi solo guardare
ma il telaio penetrava profondo nella parete,
ad ogni sguardo sempre di più.
Il fresco intonaco è caduto da solo
come un gruppo di ballerine in omaggio
al tuo stupore.
La cortina si è strappata lungo gli orli
e si è rotta nelle cuciture. Affrancata
si è abbandonata al vento.
Vasi di fiori uno dopo l’altro
si rovesciavano a terra.
Potresti fermare il tempo
se comprendessi la relazione
tra lo sguardo e l’atto,
ma tra l’esitante congetturare
il giorno era già penetrato con vigore
in tutti gli angoli della casa.
Il vento porta la sabbia nella tua dimora
e quando apri la bocca per urlare
sei una diga nel deserto
che ogni giorno dimentica
il volto del giorno prima.
Sotto le suole percepisci una verde lanugine
ed il chiarore estivo imperla il volto assonnato.
Con panico cerchi l’ombra nella nuda stanza,
un freddo riparo per i sensi alterati,
un angolo dove leggere libri,
una parete per la fotografia della persona amata.
Ma il giorno ha già spadroneggiato nei corridoi
della notte e nella sedicente luce
ti converte in una macchia nera
sulla superficie della carta da parati rovente
che qualcuno, al momento giusto,
con cura e precisione
laverà.
 
 
 
 
 
 
Domanda
 
Quando la sera, prima di addormentarmi,
domando chi sei
e chi ti ha lasciato nella mia casa,
sorridi.
 
Sogno grandi porte,
come un libro si schiudono
nella dimora.
Sento la tua voce
che risveglia in me segni
sconosciuti. Con tutto il corpo
mi appoggio alle copertine
ma di fronte alla porta sono
piccola e debole.
Come, piccola e debole,
posso preservare il silenzio?
 
Mi risveglio, rivoli di sudore densi,
e tu sei ancora qui.
Di nuovo ti domando chi sei
e chi ti ha lasciato nella mia casa,
ma sorridi,
 
sta parlando nel sonno, pensi.
 
 
 
 
 
 
Che si annida
 
Non sa che si piega il ramo,
quest’uccello che si annida in me.
Si scrosta, sminuzza, schiocca al centro
del legno, in un capello si assottiglia la traccia
del cammino a sé. Quest’uccello che si annida in me
nervosamente becca le interiora,
ammorbidisce, trita e impasta
grumi di desiderio, sino a diventare liquido
si diluisce la morsa del pensiero.
Non so che la chiara fronte della terra
si distingue, se colui che si annida
in me perde le piume
come una vampa di candela, quando s’accende
si annulla. Ma l’uccello che si annida,
si annida in me, non vola via,
non muore, lui è solo quando si annida,
solo allora, in me, in sé s’arrende.
 
 
 
 
 
 
Gita
 
Si dice isola
ma è un monte che mostra il suo volto
al sole ed alle stelle.
Sulla sua cima camminiamo,
moltitudine monocefala
dotata di macchine fotografiche, in bocca
le bontà locali, il collo avvolgiamo
di prodotti in copia unica
e denudiamo i nostri corpi.
 
Si dicono corpi
ma sono distanze tra il sistema solare
della forza e le capitolazioni.
Con corde di setola
uniamo l’inconciliabile,
come il fagiolo con la pertica
perché si abitui all’affinità.
 
Si dice affinità
ma è solo scivolamento
delle parole lungo il toboga del desiderio
sino alla prima alta marea
sull’isola
dove verso sera può succedere
che finalmente in pace ti bagni
 
da solo.
 
 
 
 
 
 
Partire
 
Partire
per nascere
nuovamente, in una nuova
isola, lontano
dalla precedente benevolenza,
dalle congetture dei vicini,
dai capestri che ti uniscono alle ombre,
per essere uno solo e integro.
Via dall’odore del bucato pulito
che il vento caldo conduce
per le aiuole fecondate,
via dal ruscello
che disegna l’alveo
fermo sullo stesso gibbo.
Andarsene dalla prigionia
nel circolare delle stagioni,
dall’altalena appesa
all’albero, ora cresciuto.
Partire
dietro le parole,
perché ti facciano nascere
nell’odore del bucato pulito
sopra la terra rugginosa
lungo le spire del fiume
e nelle ombre
nascoste agli angoli della casa abbandonata.
Nuovamente, in un nuovo
continente, perché ti facciano nascere
la seconda volta come la prima,
 
ma mai del tutto.
 
 
 
 
 
 

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