The Sum of Each Return – Chiara De Luca

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Così, nei suoi versi, il giorno si espande come un oceano, i silenzi sono spiagge, «si gonfiano le reti dell’aurora», tutto è «fiato», «respiro» (parole-chiave del libro, nomicuore di una visione del mondo che si fa poetica, e detta il senso delle poesie stesse), la terra un braciere sul quale «ci scaldano le foglie crepitanti». Allora, gli stipiti dei tetti possono «acuminare gli spigoli del cielo», e perfino un’auto può «guadare / l’asfalto frusciando». Quante volte, tra le stanze di questa raccolta, non abbiamo percepito il movimento dell’anima che ora si slancia verso un futuro tutto da inventare, finendo per toccare circolarmente le origini stesse della vita; ora si ripiega in se stessa, come a custodire qualcosa che deve restare celato, forse ignoto agli occhi stessi che si sporgono sul mondo (gli occhi: «piccoli soli sospesi alla pianta / a precipizio sul pozzo del verde»).

In these poems the day spreads out like the sea, silences are beaches, “on the streets expand the nets of dawn”, everything is “breath”, “breathing” (this is the key word in the entire book, the heart-name of a vision of a world that in and of itself becomes poetry, even given the meaning of the poems themselves), and the earth a brazier on which “crackling leaves warm us”. Here, roof jambs can “sharpen the edges of the sky” and even a car can “ford the rustling tarmac”. How often in the verses that make up this collection do we not feel the movement of the spirit, soaring towards a future still to be created in its entirety, and ending by coming back full circle and touching on the very origins of life. Now it turns back upon itself, as if watching over something that needs to remain concealed, something perhaps unknown to the very eyes that bulge out towards the world (eyes: “little suns hanging from the plant / right over the well of green”)

 

Con queste parole, tratte dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia, si apre il nuovo volume di poesia di Chiara De Luca, The Sum of Each Return / La somma di ogni ritorno – Selected Poems 2006-2015 (Kolibris Edizioni 2016, traduzioni in inglese di Gray Sutherland, prefazione di Giancarlo Pontiggia). Un’antologia di circa dieci anni di lavoro a margine dei fari letterari e delle ondate di moda poetica a cui in fondo siamo ben assuefatti. A margine e non a margine perchè Chiara è una delle più attive e brave traduttrici attualmente operanti in Italia, con un curriculum di pubblicazioni per la Kolibris Edizioni che sfiora l’eccellenza. Su di lei e la sua poesia oltre a Pontiggia si pronunciano anche John F. Deane, Gianluca Chierici, Matteo Veronesi, ognuno con uno scritto introduttivo alle diverse sezioni che corrispondono ai libri dell’autrice da cui sono tratti i testi:

 

Questa è una poesia di lirica grazia, che getta una luce scintillante in più sulla sofferenza umana. Una poesia che mantiene in superficie una bellezza come d’alberi in boccio, ma poi si spinge oltre, generando un frutto di straordinario valore e bellezza. C’è una gravità di pensiero e di linguaggio che barcolla sempre sul ciglio del dolore; è il grido d’un animale da pelliccia ferito. La poesia qui è redenzione; la musica della lingua di Chiara, il delicato movimento della ritmica dei versi, il senso di una fede sotto la tensione che emerge dal controllo di frasi ed enjambement – tutto parla di una poesia dal cuore dei nostri tempi, un’anima in poesia che vuole “essere / di tutti e non restare.” Questa è un’opera bella e toccante, e la bellezza, come scrisse un tempo un vecchio poeta, non deve essere “mai ciliegio in fiore”.

This is a poetry of lyrical grace that casts a spare and flickering light on human suffering. It is a poetry that maintains a surface beauty, like trees in blossom, but goes on to produce a fruit of extraordinary taste and validity. There is a gravity to both thought and language that teeters always on the brink of sorrow; it is the cry of a hurt, furred animal. Poetry here is redemption; the music of Chiara’s language, the delicate movements of the verse-rhythms, the sense of a faith under stress that emerges from the constraint of phrase and enjambement — all speaks a poetry from the heart of our times, a soul in poetry that belongs “to everyone and no one at all”. It is moving and beautiful work and beauty, as an old poet once wrote, must be “in no way cherry blossom”.

John F. Deane
su La corolla del ricordo
The Corolla of Memory

 

L’oltre è visibile. Ci ricorda la mappa per tornare a vivere, per prendere le cicatrici e soffiarci dentro un nuovo spirito. Ma c’è qualcosa da bruciare tra queste rovine di uomini e donne, tra queste allucinate ricerche che fanno della salvezza l’unico credo. La fiamma è un Sì, netto, come il colpo di un pugnale che incide la scelta, un fiorire di coincidenze, un’impronunciabile vergogna. Coincide con il pianto, con il sudore, con l’incendio che ha infiammato la voce, prima che la memoria si facesse sghemba e il battito piantasse nel buio le immagini del naufragio. Prima dei grani, del rosario divorato dalla deriva, una guerra segreta ha contagiato l’orizzonte. Le leggi d’amore si posano agonizzanti nel dilatarsi del sogno, come una promessa distratta, rubano il sonno alla notte. Non basta l’attesa per frugare tra i confini del silenzio, non bastano le ombre a inscenare un teatro crudo e cieco, dove gli uomini si annidano come spettri, per non dover più credere al contatto della pelle, allo sfiorarsi delle dita. Animali prima del diluvio è un libro che risale nel corpo dopo la lettura, che ritenta la strada del cuore, assediando le vene. Riavvolte nella tenerezza, le sere sputano le salme di ciò che siamo stati. Estirpano la radice dalle costole, l’alfabeto dal ventre. È necessario carpire questo tacere dei chiodi, questi stipiti immaginati che ci condannano a un varcare dissennato e implacabile.

What is beyond can be seen. It reminds us of the maps to go back and live, to take the scars and breathe a new spirit into them. But there is something among this rubble of men and women, something among these hallucinated searches that makes salvation the only credo, something to be burned. The flame is a clear “Yes”, like a stab with a knife that cuts into choice, a flowering of coincidences, an unspeakable shame. It coincides with the crying, the sweat, the fire that inflamed the voice before memory went askew and the pounding planted images of ruin in the dark. Before the seeds, the rosary devoured by drift, a secret war poisoned the horizon. Like a distracted promise, the laws of love settle in agony upon the expansion of the dream and steal sleep from night. To rummage around among the borders of silence, suspense is not enough; to stage a crude, blind theatre where men hide like ghosts so they no longer have to believe in the touch of skin, the stroking of fingers, shadows are not enough. Animals Before the Flood is a book that after reading rises in the body, besieges the veins, and tries the road of the heart once more. Wrapped in tenderness, evenings spit out the corpses that once were us. They tear out the roots from our ribs, the alphabet of the stomach. The silence of these nails needs to be pulled out, these imaginary stocks that condemn us to an unhinged, implacable crossing.

Gianluca Chierici
su Animali prima del diluvio
Animals Before the Flood

 

Testi in cui vi è, certo – ma remota, privata di qualsiasi compiacimento decadente, di qualsiasi svenevolezza ed estenuazione estetizzante –, l’eco della città del silenzio dannunziana (o di quella «Ferrara la morta» di cui Corrado Govoni, ad emulazione della Bruges di Rodenbach, cercò, a inizio Novecento, di plasmare l’immagine e il mito); ma nei quali prevale un ritrovato respiro, una rinnovata ariosità, discorsività e umanità del canto, oltre, e non al di qua, di ogni tentazione di formalismo o d’intellettualismo chiusi in se stessi. Il che non indebolisce, ma semmai rafforza, la portata simbolica, la correlatività esistenziale dei luoghi, degli ambienti, dei nomi, e dei ricordi che essi, quasi proustianamente, richiamano e ridestano. D’altro canto, la metafisica stessa non porta alla vaghezza o all’indeterminatezza, ma, al contrario, come lo stesso De Chirico sottolineava (e lo stesso potrebbe valere per certi scenari del primo Montale), proprio alla precisione, alla nettezza e alla limpidezza, quasi classiche, di forme e contorni.

Her poems contain a sure echo – albeit one remote from and free of any kind of decadent smugness, soppiness or aestheticizing extenuation – of D’Annunzio’s city of silence (and also perhaps of “Ferrara the Dead”, in which Corrado Govoni, emulating Georges Rodenbach’s Bruges-la-morte, sought to meld image and myth back in the early 20th century). At the same time, her poems resound with a triumphant, rediscovered breath, and a renewed breeziness, discursiveness and humanity, which lie beyond, not this side of, any attempt at formalism or intellectualism closed in on itself. This does not weaken but rather strengthens the symbolic content, the existential correlativity of the places, environments, names and memories, which in an almost Proustian manner these recall and reawaken. On the other hand, in and of itself metaphysics does not lead to vagueness or indeterminateness but rather, as De Chirico himself underlined (and the same might apply to some of Montale’s early scenarios), to an almost classical precision, clarity and limpidity of form and contours.

Matteo Veronesi
su Alfabeto dell’invisibile
Alphabet of the Invisible

 

Una poesia rotonda ed equilibratissima che pur stando in bilico (una sorta di bilico esistenziale della poetessa) tra diverse assenze ed esistenze non risulta mai precaria, mai a rischio di caduta, ma ben puntellata (e quanta maestria dimostra in questo Chiara!) sul canto. Come fosse il canto stesso il punto fermo, di riferimento, il continuo approdo e rifugio di un andare alla deriva che ha la sua destinazione (si scopre leggendo) nel canto stesso. Con un virtuosismo oggi raro che sa però evitare l’esercizio di stile in funzione appunto della sua rotondità, che diviene quasi necessità. La poesia di Chiara è essa stessa corpo rotondo e necessario che si muove a prescindere da chi ha davanti (un altro corpo o nebbia) perchè sa che la cosa fondamentale è il movimento. Che va salvaguardato a prescindere da chi lo accoglie o ascolta.

Un’antologia di quasi dieci anni che si conclude con una serie inedita di particolarissima efficacia e coinvolgimento: La nudità della luce (The Nakedness of Light). Forse una delle punte più alte di Chiara (io stesso l’ho pubblicata in Alfabeto dell’invisibile per la Samuele Editore per cui mi sento legittimato a dichiararlo) dove i versi s’addensano non tanto attorno all’esperienza biografica (pur presente) ma a una vera e propria riflessione che in taluni testi diventa dichiarazione di poetica.

 

Dice di quest’aspra fame di silenzio, / dell’aperta pace dello sguardo / di un mondo che avvolge e non / circoscrive, della voce cangiante / del vento che ascolta e non chiede / Dice dell’esistere semplicemente / in pelle di trasparenze che accoglie

It tells of this keen hunger for silence / for the open peace in the gaze / of a world that enfolds and does not / circumscribe, of the lilting voice / of the wind that listens and does not ask / It tells of existing simply / in skin of transparencies that welcomes

 
 
 
 

Alcuni testi tratti da La nudità della luce (The Nakedness of Light)

 
 
 
 
Ho avuto per noi la frenesia del tempo
alitando germogli tardivi per sbocciarli,
la pazienza circolare di frangenti quando
si allungano a lambire incerti se ritrarsi,
l’incoscienza sorda di cielo all’addensarsi
di nuvole nell’alba di tempeste inannunciate,
la sete di ghiaccio a inghiottire acqua viva
nella curva impossibile d’erba quando tenta
di posporre tra le zolle l’arrivo dell’inverno,
il salto mortale di una foglia nel roveto
quando delinfata devia in volo la caduta
Non cerco ora l’attesa che non cambia
divorando insonne secondo per secondo
la cenere gelata di una notte immacolata
 
 
 
I have had for us the frenzy of time
stirring late buds to bring them into bloom,
the circling patience of shoals when out to lap
they stretch, unsure whether or not to withdraw,
deaf carelessness of sky when thickening
with clouds at the dawn of unannounced storms
thirst of ice swallowing living water
on grass’s impossible curve when it tries
to push the arrival of winter back into the turf,
a leaf somersaulting in the oak stand
when like a dolphin in flight its fall curls away
Now I do not seek waiting that does not change
devouring us sleepless second by second
frozen ashes of an immaculate night

 
 
 
 
 
 
L’alba infine gravida di mondo
prepara il cielo teso a dire il giorno
nel vagito di luce in crescendo
Sia pace o resa o avuto amore
quest’esitare accorto nel risveglio
dei corpi accanto senza più bisogno
di pelle d’abbracci o baci di parole
tu domandi al vento di portarti
le note acuminate dei ricordi
ora che hai limato d’acqua e tempo
gli spigoli duri di risposte rinunciate
cedendo ai mai del desiderio un senso
 
 
 
Heavy with the world the dawn at last
prepares the skies outstretched to say day
stirring in a crescendo of light
let there be peace or surrender or love spent
this shrewd hesitation in awakening
bodies beside with no more need for
skin of hugs or kisses of words
you ask the wind to carry you
the pointed mass of notes of souvenirs
now that with water and time you have honed
the hard edges of replies held back, renounced
conceding some sense to desire, did you ever

 
 
 
 
 
 
Il tuo è la somma di ogni ritorno
gonfia le maglie infuocate dell’aria
a intessere la trama fitta dei respiri;
abbiamo inanellato giorni invano
nel greve diadema degli anni
inchiodato a chi non siamo stati
Cercati adesso nel petto mentre aspetti
le chiare vocali sarchiate nel pozzo
tremendo delle parole che abbiamo
infinitamente piegato a rinnegarci
 
 
 
Yours is the sum of each return
that bulges sweaters enflamed with air
to weave the close warp of breath;
into ringlets we have twisted days in vain
into the years’ heavy diadem
nailed to the people we have not been
Now look for yourself in your breast while
awaiting the clear vowels hoed up from
the tremendous well of words we’ve endlessly
folded just so we can deny them.

 
 
 
 
 
 
Lei mi ricorda l’allora e le attese
quando ancora si pensava che il bene
avesse una solare sua destinazione,
che per lavorare serva prepararsi
nei pomeriggi caldi d’aula studio
a sudarsi un sabato sul litorale
Solo poco dopo imparammo a tenerci
alla pace precaria del non avere casa
nel duro viaggio del non più cercare
dove sono i crolli a incidere le tappe
a fre più sicuro il ponte che ci lega
nell’unica terra straziata che ci accoglie
da un estremo all’altro di noi stessi
 
 
 
She reminds me of then and the waiting
back when we still thought that goodness
had a solar destination of its own,
that to work we needed to prepare ourselves
in the classroom on hot afternoons
sweating away Saturdays on the coast
It didn’t take long after that to learn to keep
the precarious peace of having no home
on the hard journey of no longer trying to find
where breakdowns fit in the stops
make the bridge safer, the one that joins us
on this single tortured earth that holds us
from one extreme to the other of ourselves

 
 
 
 
 
 
È perché torna con lo stesso nome
e tocco caldo sulla pelle di passione
a disseminare il vuoto nelle strade,
dove a ogni angolo si sciolgono
sagome a metà consunte di stagioni,
ha lo stesso passo accorto il vento
in curva sulla cava cupola del cielo
di poco alterando la voce del vuoto
nel moto delle poche cose a picco
sul quartiere incastonato dentro
il torpido abbandono del mattino,
dove chi resta si nasconde, a volte
piange, che temo tanto quest’agosto
tornato da un tempo che ci lasciò
senza un settembre da aspettare.
 
 
 
And it’s because she now returns with the same
name while hot on passion’s skin that I touch
to strew the streets with emptiness
where at every corner forms dissolve
forms of seasons half worn down,
the same shrewd pace it has, the wind
curving about heaven’s hollow dome
hardly changing the voice of emptiness
in the motion of the few sheer things
in the district set like a stone within
morning’s lazy abandon, where
those who remain are hidden, sometimes
weeping, how I fear this homonymous
August that once did leave us
with no September to wait for

 
 
 
 
 
 

Chiara De Luca ha studiato Lingue e Letterature straniere all’università di Pisa, ha frequentato la Scuola europea di traduzione letteraria di Magda Olivetti a Firenze e il master in traduzione letteraria per l’editoria dell’Università di Bologna, dove ha conseguito un dottorato in Letterature europee. Ha insegnato Lingua e Cultura italiana all’Università di Parma e alla John Hopkins University di Bologna e ha lavorato come insegnante e consulente per il Goethe Institut, la Inlingua e altre scuole di lingue e italiano per stranieri. È poeta, saggista e traduttrice da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015), raccolta di saggi, articoli e recensioni su un centinaio di poeti contemporanei italiani e stranieri, già pubblicati in precedenza su rivista, in volume o in antologia. Ha pubblicato con Fara i romanzi La Collezionista (2005) e La mina (stra) vagante (2006), i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (Bologna, 2004), in parole scarne (Kolibris, 2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (Kolibris 2009, 2010), The Corolla of Memory (Kolibris, 2010), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (Kolibris, 2010) e Alfabeto dell’invisibile (Samuele Editore, 2015). Come saggista e traduttrice ha collaborato con numerose riviste, e-zine e siti internet. Come saggista ha scritto articoli, recensioni e saggi accademici. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea (http://edizionikolibris.net). Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News, dedicata alla poesia da tutto il mondo, alla letteratura della migrazione, al bilinguismo, all’arte e alla fotografia (http://irisnews.net).

 
 
 
 
 
 

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