Il Terzo libro e altre cose – Giorgio Caproni

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Alcuni giorni fa ho tentato una definizione di poesia ed arte che a tutti gli effetti non era una definizione ma un suggerimento di prospettiva. In Poetica del non luogo (qui) ho tentato di intersecare (come in quelle raffigurazioni di due cerchi che hanno in comune un pezzettino di area che fonde i diversi colori) alcune sfumature di Augé con alcune sfumature di Focault per immaginare la poesia come un luogo precario, di passaggio, anonimo indicando così la relazione tra il fruitore d’oggi e l’opera d’arte, e un luogo sospeso, che ha delle regole di accessibilità indicando in qualche modo l’opera stessa. Avevo inoltre sottolineato l’esempio del supermercato (presente sia in Augè sia in Focault) come chiave di lettura che per la poesia diventa quasi un metro di misura, una cartina tornasole. Quando cioè il non luogo riesce a diventare, in maniera totalmente inaspettata, luogo, ecco allora siamo di fronte a un’espressione veramente poetica proprio in funzione del suo cambiamento inaspettato.

La poesia è sempre e comunque precaria e sempre e comunque il luogo dell’inaspettato. O come ho detto nel succitato articolo è un non luogo eterotopico. Nasce spesso da momenti di crisi come ad esempio il dialetto del nord est ormai del secolo scorso (me ne sono occupato qui e qui, quest’ultimo a firma di Giacomo Vit). Si esprime spesso in una forma ritmica e in questo caso ricordo il bellissimo saggio di Fillippo Strumia L’emergenza del verso. Note di analisi della poesia (qui) il quale suggeriva che il ritmo in poesia è sostanzialmente la sua accessibilità: Come se la ripetizione di comportamenti e gesti coltivasse, grazie alla risonanza di gruppo dei neuroni specchio, il terreno su cui attecchisce la possibilità di pensare. D’altro canto l’antropologia propone da tempo ipotesi equivalenti, come lo sviluppo delle tecniche agricole e la domesticazione degli animali come conseguenza di comportamenti rituali. Torniamo alla metrica, l’organizzazione stabile e ripetitiva dei versi può essere considerata, direi, l’equivalente linguistico del comportamento rituale. Cambiano le parole, in parte il ritmo interno del verso, ma la caduta della rima avviene implacabilmente nel momento giusto. Se, immaginando, estendessimo questo andamento nello spazio vedremmo dispiegarsi delle forme geometriche o, se vogliamo, movimenti ripetitivi di danza. La metrica è il rito linguistico, potremmo dire fonetico, alla base della poesia.

Un poeta che in questo caso è quasi un esempio per eccellenza di quanto detto è sicuramente Giorgio Caproni, riedito recentemente da Einaudi in Il Terzo libro – e altre cose (di lui avevo già detto qualcosa a proposito del Franco cacciatore, qui). Volume che inizialmente era uscito nel 1968 e che oggi l’Editore ripropone con prefazione di Enrico Testa e postfazione di Luigi Surdich. Nel suo dar conto in versi del vario moto dell’esistere, Caproni appare quindi, oltre che il lucido e rastremato e geometrizzante poeta del vuoto e del nulla all’opera nei libri finali, anche un poeta dell’amore, della sua corporeità, desiderio e tensione (dalla bella prefazione di Enrico Testa). Un poeta Caproni che nasce e vive in tempo di guerra (la crisi) facendola continuamente ritornare nei suoi versi (la seconda e la terza sezione del volume si intitolano Gli anni tedeschi – I lamenti e Gli anni tedeschi – Le biciclette). Un poeta che gestisce il ritmo proprio come suggerisce Strumia, come accessibilità, in questo modo rendendo la poesia un’eterotopia capace di trasformare il non luogo in luogo: Ma l’urgenza passionale, la spinta del “cuore”, i sussulti del “petto”, incidono in maniera determinante sulla forma metrica, perchè si avverte, a prosecuzione di un’iniziativa di lavoro tecnico sulla dimensione e sulla sagomatura del sonetto già avviata al tempo dei Sonetti dell’anniversario, che se Caproni riprende la partitura del più classico dei metri della tradizione formale, lo fa per suonare una musica del tutto originale (dal saggio in postfazione di Luigi Surdich).

 
 
 
 
Alba
 
Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brividi attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitío tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte!
 
 
 
 
 
 
Le giovinette cosí nude e umane
senza maglia sul fiume, con che miti
membra, presso le pietre acri e l’odore
stupefatto dell’acqua, aprono inviti
taciturni nel sangue! Mentre il sole
scalda le loro dolci reni e l’aria
ha l’agrezza dei corpi, io in che parole
fuggo – perchè m’esilio a una contraria
vita, dove quei teneri suori,
sciolti da pori vergini, non hanno
che il respiro d’un nome?… Dagli afrori
leggeri dei capelli nacque il danno
che il mio cuore ora sconta. E ai bei madori
terrestri, ecco che oppongo: oh versi! Oh danno!
 
 
 
 
 
 

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