Storie naturali – Vincenzo Della Mea

dellamea

 

Sono storie naturali e innaturali le sue, storie che tentano un denominatore comune tra i tanti codici che abbiamo a disposizione – dall’informatico al “naturalmente” genetico – per confluire in quei simboli metalinguistici che più precisamente chiamiamo: versi, poesia. Non è un processo semplice. Non lo è affatto. Anche perché per intraprendere questo tipo di strada è necessaria una vera e propria igiene dogmatica […] In queste espressioni di “logica” che pur vanno a capo così come vuole il genere, rimane di più un senso di straniamento, leggendo ciò che solitamente non appartiene al tradizionale ambito poetico. Della Mea mette in versi quello che siamo abituati a scorrere su manuali scientifici, tentazione già in atto da “L’infanzia di Gödel” (1999) dove iniziava a delinearsi la metrica personalissima dell’autore, fatta di endecasillabi e di mega-byte, di logica e quesiti filosofici, di fisica e metafisica insomma, anche se non c’è alcuna trascendenza divina […] Una lezione forse imparata da Poe, quando il grande autore americano ci insegna che il miglior modo per celare qualcosa – per esempio una lettera rubata – è non nasconderla. Così le poesie di “Una ferita benigna” o di “Storie naturali” sembrano aver raggiunto questa maturità, quella del non detto, non spiegato con puntuali tecnicismi, evocato naturalmente tramite la vita stessa, senza bisogno di uno specifico riferimento che un tempo – nella poetica di Della Mea – poteva essere il software e le sue similitudini tutte umane.

Con queste parole Mary Barbara Tolusso firma la postfazione dell’appena edito Storie naturali di Vincenzo Della Mea (Raffaelli Editore, 2016). Autore udinese nato nel 1967, ricercatore universitario nel campo dell’Informatica Medica e delle Tecnologie Web, ha pubblicato L’infanzia di Gödel (La Barca di Babele, 1999), Algoritmi (Lietocolle, 2004), I sogni della guerra (Circolo Menocchio, 2008). Sue poesie sono inoltre apparse su diverse riviste ed antologie tra cui “Nuovi Argomenti”, “Caffè Michelangiolo”, “Almanacco del Ramo d’Oro”, “Nazione Indiana”, “Daemon”, “Le voci della Luna” e in traduzione su “World Literature Today”. In quest’ultimo edito confluiscono, grazie anche all’aiuto di riordino e necessario abbandono (dalle parole dell’autore in nota) di alcuni versi a cura della stessa Mary Barbara Tolusso e di Pierluigi Cappello, testi e libri precedentemente già usciti nella direzione di un momento di riflessione e bilancio (nella misura della sua possibilità). Non a caso l’autore indica in sottotitolo le coordinate temporali di inizio e fine: 1992-2015.

Nella prima sezione, I sogni della guerra, ciò che emerge immediatamente e senza inutili velature od opacità è la caratteristica essenziale della poesia di Della Mea, quanto Tolusso indica puntualmente come senso di straniamento, una sorta di dissonanza, quasi uno scarto. In questo caso specifico una distanza tra lo status quotidiano e uno status di guerra che rivela l’apatia del primo (il quale ha una sua localizzazione geografica tanto precisa quanto sentita: Udine). Uno status di guerra che effettivamente non sussiste (La notte contavamo le scatolette; / del giorno rimaneva una pioggia di bombe / la paura senza rimedio degli anziani / alle scosse, alle luci intermittenti / e più niente da fare / aspettare l’appiglio di un altro disastro / (episodi finti, lo so: zapping / tra I sopravvissuti ed un film di sottomarini)). Nella seconda sezione invece, Una ferita benigna, la voce si modula tra un mondo personale (Quando ero un ragazzino di montagna / sognavo qualcosa che non ricordo più. / Ricordo però che il solo volerlo / faceva stare bene: / come una specie di ferita benigna / aperta dietro lo sterno / e tanta, tanta aria / che asciugava dentro) e uno più ampio, più collettivo (Avrei immaginato di incontrarlo / solo sulle montagne più alte delle mie domeniche / il rapace che sfioro in autostrada / appollaiato sul guard rail. / Qua, la preda / è un grumo di visceri col marchio del battistrada / l’insetto fermato dal radiatore / il panino dimenticato nella piazzola / i pochi resti sfuggiti alla pietà / dopo l’incidente. / È questo e non il panorama / che il falchetto attende, indifferente).

Lo scarto, la dissonanza citata in riferimento alla prima sezione in un contesto maggiormente sociale, ritorna nel primo testo della terza sezione, Viaggio in Calabria, ma analizzata da un punto di vista più personale (Salgo gradini difficili / per andare a salutare / la cugina o cugina di cugina / che di me ricorda / cose che nemmeno io ricordo / a mille chilometri da me / e così vicini). Si continua poi con La stagione dei saldi che con la medesima pacatezza, acuta nella sua analisi, ritrova i non luoghi di Augé (di cui ho parlato alcuni giorni fa nell’articolo Poetica del non luogo) nel senso di uno spaesamento sempre molto specifico, mai effettivamente giudicato (Alla pizzeria col nome di trasmissione televisiva / ci si arriva dall’aria condizionata dei corridoi / passando tra le grate abbassate dei negozi / con la padronanza inquieta / del guardiano di prigione. / Perché a quest’ora, qua, / non si ferma nessuno: / sono tutti già là, nella luce / della serra in mezzo al capannone).

In Algoritmi, la sezione successiva, Della Mea pare quasi tentare una chiave di lettura della dissonanza percepita (Non vorrei essere esattamente / come un dimostratore di teoremi / meccanico e pure determinista / che produce sentenze derivate / dai suoi tre assiomi, in continuazione, / senza una passione per l’infinito / che genera né pietà per se stesso / strumento delle leggi della logica. / Eppure per sapere che non sono / mi serve proprio una dimostrazione.). Le sezioni che seguono (La lezione, L’infanzia di Gödel) continuano nella medesima direzione tangendo diverse realtà e sfaccettature con ritorni ed echi delle parti precedenti (Sulla banchina stanca del ritardo / di un treno, ringrazio la signorina / che ignorando me o le convenzioni / si aggiusta le calze nere alzandosi / la gonna. Non seguo l’operazione / per non farle pagare il disagio; / mi basta l’idea di un raggio di coscia / che nuovo investa di nuovi colori / questo giorno sciacquato in varechina […] Quando il giornale radio ci comunica / che in America il conto dei suicidi / supera ormai quello degli omicidi / tu sorella maggiore perlopiù / innocente mi guardi e allibisci / perché affermo che è segno di benessere. / Mi stupisco anch’io – che chi vuole andare / non collimi con chi da altri è mandato: / sarebbe minore lo strazio, forse / sicuramente una notizia in meno).

L’ultima sezione infine, che dà titolo alla collezione intera, Storie naturali, ribalta in qualche modo lo scarto tra le cose per un punto di vista che, se da una parte appare ancora ipotetico, da un altro punto di vista si presenta forse più risolutivo (E allora è meglio confidare / nella ragione del cemento armato / esemplificata dall’architrave / nel sussidiario del terremotato […] Così il nostro civile giardino / nasce dalla distanza / tra noi ed il vicino). Per una conclusione efficacemente autocritica che Mary Barbara Tolusso riprende in questi termini: Allora è anche possibile, infine, rendere il lettore più temerario, congedarlo mostrandogli quella lettera rubata che nella sua verità ci dovrebbe costringere a una verticale collaborazione con l’intensità, quell’anticonsolatorio che permette la pienezza – a ostacolare o forse arricchire il gene – senza attendere troppe illusorie risposte prima della parola: fine.

La finissima filigrana
dell’acido desossiribonucleico
sembrerebbe implicare
tutta la vita potenziale
dell’animale detto Enzo.
Fino al minimo gene
che traduce in proteine
ogni senso della parola
fine.

 
Di seguito alcuni testi tratti dal libro:
 
 
 
 
Sapevamo che stavano arrivando
ma non il come:
solo riassunti di puntate precedenti.
La paura era di sabbia
di vischio nel letto, la notte
attendendo il segnale dell’uomo di guardia.
E l’inaspettato sono stati i missili
da guerra chirurgica, i fischi
i traccianti lisergici per la ricerca;
la fuga in piazza sdraiati per terra
ridotta l’altezza alla dimensione
che l’ordigno intelligente disdegna.
Solo che uno è in piedi
e il radar lo vede e a nulla vale l’avviso e
 
l’esplosione della suoneria.
Ma il lutto rimane
quasi come a svegliarsi col radiogiornale.
 
 
 
 
 
 
Io comunque sopravviverò
nel mio rifugio antiatomico
sepolto al primo piano di un condominio
l’aria pulita del condizionatore
dietro i doppi vetri che filtrano
l’occhio nemico del kamikaze.
Alla tele solo effetti speciali
magnificati dall’home theatre:
brontolii cupi e scariche lontane
come un’afa immobile carica di fuoco
che passerà, ne sono certo.
Ma a Udine,
d’estate, può durare
settimane.
 
 
 
 
 
 
Temporale
 
Sento piovere come in paesi lontani
visitati tanto tempo fa:
gli schiaffi vari e decisi del vento
alberi che spazzano la luce dei lampioni
gocce che chiazzano il cemento dei garage…
Salgari Conrad Capitani coraggiosi
nel letto freddo dell’inverno a Chiusaforte
solo gli occhi fuori
e una mano che gira le pagine.
 
 
 
 
 
 
Mi riconosco nell’ansia
della commessa nel negozio di accessori
che al telefono enumera alla titolare
tutti i successi della domenica
è andata bene
ho venduto due borse
anche la rossa
bisognerà ordinare.
 
Eppure ero entrato quasi per pena
nel negozio vuoto
di cose che servono solo da regali
per una ragazzina che non tenta nemmeno la triennale
che ha già scelto l’attesa
di un cliente un rinnovo un fallimento
che le dia salvezza eterna.
 
 
 
 
 
 
Invecchiare
 
Come un vecchio programma scritto in Fortran
troppo ingombrante per la riscrittura
utile quel che basta per tenerlo
così, con i bachi, i dati persi,
i messaggi d’errore incomprensibili:
ecco il paradiso della pensione.
Non grafica, intelligenza artificiale,
ma la sopravvivenza in sala macchine
il tepore del condizionatore
pochi utenti fedeli via seriale.
 
 
 
 
 
 
Gli infiniti
 
L’infinito si crea in equazioni
anche più corte di un endecasillabo
delle volte compare all’improvviso
nell’indice errato di un ciclo for
si può nascondere nella chiarezza
di un segno di uguale tra due reali…
per fortuna non sono gli infiniti
ineffabili di stelle lontanissime
di anguste particelle immaginate:
per confutarli, si stacca la spina.
 
 
 
 
 
 
La crepa
 
La crepa è nata chissà come
diresti per caso magari
un differenziale interiore
una tensione nel terreno
un errore di miscelazione
cresce a prima vista insensibilmente
ma se ci pensi
capita per punti discreti
a piccole catastrofi che scopri la mattina
 
 
 
 
 
 
 
 

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