La prima volta delle cose – Antonella Sbuelz

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Esce per Edizioni Culturaglobale di Cormons (GO) La prima volta delle cose di Antonella Sbuelz. Un libro che conferma la sottile capacità poetica di una scrittrice particolarmente attenta al ritmo e capace di profondità rare nel panorama letterario contemporaneo. Versi come L’alba del pedale è nel tuo piede o Ma non è vero che il passato passa. Il passato / rimane sospeso come polvere in una stanza al sole, / quando l’estate scrolla il cuore al buio / e l’ombra si acquatta nelle pieghe / del giorno che si spinge nella sera dimostrano la capacità di Antonella di evocare con pochi tratteggi quadri profondamente complessi, radicati nella storia e nella mitologia che queste poesie racchiudono.

Perchè in La prima volta delle cose si scopre una vera e propria mitologia della prima volta dove le cose sono la variabile che incontra il mondo nel suo succedersi. Eri attratto dagli sconfitti, dalle vite / rattoppate dei perdenti […] a cinque anni il buio è un’avventura […] È tardi, ma lo riconosco oggi. Il mio era solo gioco, / il tuo era Cielo. Ciò che resta invariato è la prima volta che perde il suo connotato di inizio per divenire un punto fermo della memoria e della riflessione sulle cose: C’è che nel continente dello sterno / troppo non detto resta inesplorato / e l’ultimo sorriso di ospedale / è terra di nessuno e no, / non vale, non vale che lo porterò con me.

In questa piccola ma puntuale raccolta Antonella esplora diversi ambiti del vivere: il ricordo, il volo, lo strappo, la diversità, il seme, l’ombra, le promesse, le assenze. Chiudendo infine con le cose che trasforma il tuo primo ricordo della poesia iniziale in la nostra prima volta. Una chiusa che spiega e dichiara lo sguardo rivolto al mondo attraverso il filtro dato (la prima volta) e l’analisi del filtro stesso che, nel noi, trova una sua definizione precisa: La prima volta del tuo sguardo addosso / fu per me / la prima volte delle cose.

 
 
 
 
 
 
Impronte
 

La prima volta dello strappo

 
Ma non è vero che il passato passa. Il passato
rimane sospeso come polvere in una stanza al sole,
quando l’estate scrolla il cuore al buio
e l’ombra si acquatta nelle pieghe
del giorno che si spinge nella sera.
Rimangono gli attimi puliti
e la scorza degli attimi sprecati,
e la città sommersa dei rimpianti
nel blu di un cielo rovesciato in mare,
e le notti cadute per sbaglio
su distanze spalancate all’improvviso
e sui nomi che abbiamo più amato.
Rimane qualche sguardo, una parola.
La polpa di un incanto, una paura.
E il barcollare tiepido, leggero,
della tua prima corsa
in grembo al mondo: quando i rami
– come a maggio i desideri –
lasciavano impronte nella luce,
e dentro la memoria della luce
c’è la mia mano che ha tremato piano
nell’attimo che ti ha lasciato andare,
mentre la voce ti diceva Va’.
 
 
 
 
 
 
Serve forza
 

La prima volta del seme

 
È seme anche l’istinto dei ricordi,
è seme il riposo sotterraneo in attesa
di un brivido di vita, di una crepa
nel torpore dell’inverno.
Per bucare la cresta del gelo
a certe memorie serve forza,
la violenza di un raggio di luce, l’imprudenza
di un coraggio tutto nuovo.
Poi germina un viso, una voce.
Fiorisce il gesto esatto di una mano
che trattiene il passato in una presa.
O si scioglie un dolore, ma piano:
come se la sua polpa fosse illesa.
 
 
 
 
 
 
Quando il cielo era cielo
 

La prima volta delle promesse

 
Eri attratto dagli sconfitti, dalle vite
rattoppate dei perdenti: la gallina
aggredita dalle altre, l’emigrante che fa ritorno a casa
più povero di quando era partito, il prigioniero
della timidezza, l’affogato nella propria opacità.
E l’uccello che perde lo stormo,
che resta indietro, che non ce la fa.
 
Guardavo il cielo in groppa alle tue spalle:
ci sussultava il mondo, nei pensieri.
La mia mano serrava la presa senza sentire il vuoto,
non ancora: a cinque anni il buio è un’avventura.
Sarebbero venute altre promesse,
avrei cercato altrove
quel riparo: l’equilibrio sulla punta delle dita,
la pelle nuova dopo la ferita,
la clemenza di un rifugio contro il gelo.
 
È tardi, ma lo riconosco oggi. Il mio era solo gioco,
il tuo era Cielo.
 
 
 
 
 
 
Esplorazioni
 

La prima volta delle cose

 
La nostra prima volta fu
di sguardi, di esplorazioni curiose.
I polpastrelli leggeri,
i corpi a riempirsi di attesa.
La luce del primo pomeriggio
stagliava ombre nitide sul muro.
Sospeso il tempo breve dell’incanto,
lontani gli attacchi e le rese.
 
La prima volta del tuo sguardo addosso
fu per me
la prima volte delle cose.
 
 
 
 
 
 
 
 

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