Spaziotempi minori – Mario Laghi Pasini

pasini

 

L’esistere è un infinito campo di mirabili istanti, su cui margini Astolfo-Don Chisciotte conduce la sua perlustrazione, prediligendo, poiché è anche trovatore, il distillare la sostanza verbale che dentro di loro scorre. Con queste parole Alessandro Fo introduce la particolarissima raccolta di versi di Mario Laghi Pasini Spaziotempi minori (Interlinea 2016, tra l’altro proprio oggi uscita nel blog della Rai di Luigia Sorrentino, qui). Una raccolta lontana da quanto siamo abituati e per questo di non facilissima lettura. Ma è Alessandro stesso, da persona e poeta intelligente quale è, a indicarci i punti di riferimento per navigare queste pagine: La «buona vita» di un ingegnere, con la passione della letteratura. Autore di racconti, anche pubblicati. E di versi tenuti invece chiusi nei «quaderni», per incertezza e pudore. Ora, venuto a sera del vivere concesso dalle stelle, Mario Laghi Pasini si risolve a ripassare in rassegna quegli oggetti, spolverarli, ricomponendo i quaderni.

Più avanti Alessandro indica un’ulteriore elemento da tenere bene a mente leggendo questi versi: L’assetto limpido e fermo dei versi di Spaziotempo minori – reso ancora più perentoriamente epigrafico dalla scarsissima punteggiatura – non è il prodotto di un’improvvisazione, ma, al contrario, il risultato di una lunga politura. I versi di questo libro infatti disegnano una figura di pensiero estremamente esile e soffusa, priva di picchi acuti se non con qualche accenno, che a fronte dell’età dell’autore (è nato a Siena nel 1939) dicono una posa in realtà difficilmente districabile, solo apparentemente semplice, intenzionalmente lieve.

Mi viene in mente un libro appena pubblicato dalla Samuele Editore, Bruciati il cuore di Filippo Passeo (prefazione di Giulio Maffii, copertina di Alfio Giurato, qui), che similmente a Mario Laghi Pasini incontra un autore di una certa età (pur più giovane, Passeo è nato nel 1951) che traccia nel foglio una geografia che rifiuta ogni complessità, ogni giro di parole. Arrivando a una sintesi apparentemente semplice ma profondamente vissuta e densa (Sono entrato in bagno / che lo sciacquone non l’avevi pigiato / e ho urinato distratto sulle tue urine là. // Tutto di noi abbiamo rimescolato: / è forse questa la vera intimità?).

Autori come Mario Laghi Pasini e come Filippo Passeo, così distanti dall’abitudine e dalla richiesta contemporanea, forse ci indicano non tanto un uso della parola quanto un uso della vita. Cosa sulla quale è sempre e comunque bene riflettere.

 
 
 
 
 
 
Una barca di queste
che tu vedi
dipinta
mi porta via
e non saprei
quale sia
ma il paese
dell’entropia
che mi aspetta
è chiuso per te
per definizione
di memoria
che muore
con l’amore
 
 
 
 
 
 
E poi era disteso
nella penombra
fra voci sussurranti
senza più forza
senza capire perchè
Così mi chiese
l’ultima cosa impossibile
fra le tante
Questa volta con la voce
con la voce bassa
con gli occhi velati
e la mano sulla mia
Portami via con te
Ultime parole
e la mia mano
da ritirare
 
 
 
 
 
 
La carta che completa il gioco
il fungo dietro il cespuglio
il pesce dentro la grotta
il significato del vivere
 
 
 
 
 
 
Assenza protratta
fin quasi
alla dimenticanza
paese abbandonato
agli ultimi vecchi
Risuonare di risa
remote rubate
al ricordo
Improvviso esserci
della gemma sul ramo
Gocce d’acqua
sotto la neve
 
 
 
 
 
 
Ti ho vista
nella fosforescanza della sera
in una collina di fiori gialli
e papaveri rossi
Ti nascondevi
rivelando pallidi
emisferi tremanti
brivido della pelle
al tocco dei fili d’erba
nella piccola brezza della sera
Pensieri di prime carezze
ripetizioni del primo respiro
sorpreso sospeso
vertigine complice profonda
fioche scie luminose
di stelle precipitanti
Dolce sogno di un vecchio
che tu non conosci
nel declinare della sera
 
 
 
 
 
 
 
 

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