Par li’ zornadis di vint e di malstâ / Per le giornate di vento e di tormento – Gruppo Majakovskij

majakovskijcopertina

 

Ci sono libri che nascono per fare la storia. E un Editore, quando ne ha in mano la bozza, lo percepisce chiaramente. Par li’ zornadis di vint e di malstâ / Per le giornate di vento e di tormento del Gruppo Majakovskij è uno di questi libri. Una raccolta antologica per tappe caratterizzanti di uno dei Gruppi storici più significativi del dialetto del nord est Italia. Che insegna quanto il fare poesia possa prescindere dal singolo fino a diventare un’azione a tutti gli effetti corale che ha la sua unità nella ricerca della lingua, nel suo studio. Un’opera, questa, che segna un punto fisso nelle evoluzioni della letteratura dialettale friulana e non solo. E che in molti punti definisce quasi un canone.

Il Gruppo Majakovskij è composto da Rita Gusso, Francesco Indrigo, Manuele Morassut, Silvio Ornella, Renato Pauletto, Daniela Turchetto, Giacomo Vit

La prefazione è a cura di Giuseppe Zoppelli, la copertina a cura di Gianni Pignat

 
 
 
 

PAR LI’ ZORNADIS DI VINT E DI MALSTÂ

PER LE GIORNATE DI VENTO E DI TORMENTO

 
 
 
 

Il filo resistente di una continuità con i propri ideali e di una fedeltà a sé stessi e al proprio impegno, lunga più di vent’anni, è confermato dal Gruppo proprio da una parola chiave come vint, che ritorna in questa quarta tappa costituita da Par li’ zornadis di vint e di malstâ, ma già presente in Da un vint insoterat. Anche questo libro, come gli altri, è diviso in sezioni, che a volte corrispondono ai titoli di precedenti spettacoli (è il caso ad esempio, in Da un vint insoterat, di Luce di un luogo, Dissonanze, Poesia divampante fulgore, spettacoli tutti della fine degli anni Novanta): Il dolore della vita, Omaggio a Majakovskij. Essere nel mondo, Banalità della guerra, I luoghi della poesia, Muri, L’utopia. Il futuro desiderato. Ma ritornano, qui, anche l’omaggio al nume tutelare del Gruppo, vero e proprio faro ispiratore con cui “conficcarsi nel cranio del mondo”; il tema della guerra, che la tanto conclamata globalizzazione e fine della storia (F. Fukuyama) non solo non hanno cancellato dall’orizzonte delle relazioni tra gli Stati o reso obsolescente, avviandoci a una kantiana pace perpetua, ma l’hanno tragicamente resa ancora più attuale, arrivando – col terrorismo internazionale – sin nelle nostre case, quelle che una volta sembravano tiepide e sicure in mezzo al dilagante male del mondo («Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case» avrebbe detto il monito inascoltato di Primo Levi che ci chiedeva di non distogliere lo sguardo dal male).

[…]

Noi non viviamo – come ci suggeriscono i poeti del Gruppo nelle loro poesie – nel migliore dei mondi possibili ma, semplicemente, nel meno peggio dei mondi reali, perché sempre un altro mondo è possibile, e questo la letteratura – in quanto utopia – lo sa e lo ha sempre saputo. La forma poetica più che riconciliarci, come voleva Adorno, attraverso il piacere, l’emozione e la bellezza, col presente e con l’ordine attuale delle cose ci pro-tende, in quanto promesse de bonheur, verso l’utopia e il non-ancora, poiché sempre “qualcosa manca” (Bloch via Brecht); e proprio questo la poesia ci dice: che qualcosa manca. Piero Boitani termina con queste parole la sua Prima lezione sulla letteratura, a proposito del Racconto d’inverno di Shakespeare: «Impartisce una miracolosa lezione sulla letteratura. Perché recita il vivere: com’è, come dovrebbe, come potrebbe essere». Ecco, in questo com’è, in questo come dovrebbe o come potrebbe essere la vita sta tutto lo slancio utopico della letteratura, nella dialettica tra essere, dover essere e poter essere. La letteratura non si ferma a com’è il vivere, va oltre nell’indicarci e nel suggerirci come dovrebbe o potrebbe essere il vivere.

[…]

I poeti del Gruppo Majakovskij non condividono nemmeno l’atteggiamento di quegli intellettuali che smantellano, sbaraccano, disertano e rinunciano al loro compito critico; e non accettano la paradossale sfiducia di quei poeti contemporanei che non credono nel potere della parola poetica o della parola tout court, e proprio nell’epoca dell’inflazione della parola, dell’infopollution e della lingua di plastica (in opposizione alla quale essi scelgono il dialetto), della logosfera in cui tutti siamo immersi e inviluppati tra media e web, che finisce per depotenziare, svuotare, usurare e logorare la parola stessa e per deresponsabilizzare il locutore che non risponde più di quel che dice. E così la parola perde peso, valore e potere d’acquisto nei confronti del reale. Il rischio è uno svuotamento della parola, la falsificazione del significato delle parole, la loro “manomissione”, e questo richiederebbe – per contro – una maggiore responsabilità da parte dei professionisti della parola e dei poeti stessi. La parola poetica, invece, mantiene una manutenzione continua del linguaggio anchilosato dei media, della pubblicità e della propaganda politica, più propensi questi ultimi – per dirla con Carofiglio – alla manomissione delle parole: insomma il discorso poetico “sloga” lo slogan, attua una slogatura delle articolazioni e delle giunture irrigidite e arrugginite della lingua, torce il collo – in quanto espressione delle verità umane – alla vuota retorica, ai luoghi comuni, alle ideologie politiche, ai tic verbali. La parola poetica, proprio perché fatta della stessa volatile materia del linguaggio, è un efficace e potente antidoto alla sclerotizzazione, all’anchilosi, alla paralisi, allo svuotamento, alla sordità, alla narcotizzazione del linguaggio mediatico, di quello pubblicitario e del discorso politico. Assumerne anche solo una minima dose giornaliera può avere il salutare e benefico effetto di mitridatizzare il veleno e le tossine della lingua di plastica. Per questo il poeta è, per riprendere un racconto di Kafka, la sentinella insonne che sempre veglia sulla lingua e per questo, utopicamente, i poeti – sulla scorta di Heaney – xe quei che va in giròndon / coa poesia in scarsea e i / trasforma el viver coe so vision (Rita Gusso).

dalla prefazione di Giuseppe Zoppelli

 
 
 
 
 
 
Anemoni Rossi
 
Spetemo ‘a aria che canbi,
a orisonte un gropo de caigo
sospesi in un tenpo sensa tenpo,
aresi æa verità
tute e do e parti sensa confini…
fin al prossimo colpo
dove i angei fedei a ‘na promessa
ne conpagnarà.
Torno parché son partìo
e cascà sacagnà dal tòn,
parché ‘sta aria morsegada
spolvera el fià caldo dee to caresse,
un nostro rider de boscheta
svanpìr nel profumo del fièn.
Go visto fin dove pol rivar
‘na bestemia ponpada
sgionfa de ragion
robe che no’ se pol contar ai omini,
soo dei anemoni rossi posso dir
ne germoja un fraco sbusando ‘a neve.
 
Rita Gusso
 
 

Anemoni rossi.
Aspettiamo l’aria che cambi,/ all’orizzonte un nugolo di nebbia/ sospesi in un tempo senza tempo,/ arresi alla verità/ entrambi i fronti senza confini…/ fino al prossimo colpo/ dove i angeli fedeli ad una promessa/ ci accompagneranno./ Torno perché sono partito/ e caduto pestato dal tuono,/ perché questa aria morsicata/ asperge il fiato caldo delle tue carezze,/ un nostro ridere di bosco/ svanire nel profumo del fieno./ Ho visto fin dove può giungere/ una bestemmia abnorme/ tronfia di ragioni/ cose che non si possono raccontare agli uomini,/ solo degli anemoni rossi posso dire/ ne germogliano una moltitudine bucando la neve.

 
 
 
 
 
 
Dut a man sanca, liziera a coreva
su par la cadopa e si zonteva a plan
a li’ sors pì grandis e pensierosis
disora il sorneli.
‘Na grisputa clara, propit un sen
di nuia che, co l’azur al tacheva
a ridi, a ciapeva corsa e a feva
il volt da la musa, ch’a s’impieva
di colp coma fuminant dentri la not,
e li’ spalis e li’ mans e il cuarp
e il mont a ridevin cun te, cussì che
dutis li’ robis si cuietevin ator di nun.
 
Dutis li’ voltis ch’i no ài slungiat
la ponta dai dets a carezati, a nizulati
chȇ pisula grispa, al è il miò tribulâ.
E adès ch’a mi è permetut di vioditi
doma in sun, tra la vegla e li’ tiaris
piardudis, l’ombrena no si scangia pì.
 
Francesco Indrigo
 
 

Tutto a sinistra, lieve correva / lungo la nuca e lenta si univa / alle sorelle adulte e assorte / sopra la fronte. / Una rughetta chiara, proprio un segno / da nulla che, quando l’azzurro incominciava / a ridere, partiva veloce e percorreva / tutto il volto, accendendosi di colpo / come fiammifero dentro la notte, / e le spalle e le mani e il corpo / e il mondo ridevano con te, così che / tutte le cose si ammansivano attorno a noi. / / Tutte le volte che non ho avvicinato / la punta delle dita ad accarezzarti, a cullarti / quella piccola ruga, è il mio tormento. / E ora che mi è permesso di vederti / solo in sogno, tra la veglia e le terre / perdute, l’ombra non si dirada più dagli occhi.

 
 
 
 
 
 
Riponi l’I-Pad e sbuffi spazientito
quando ricordo che non sopporto
la vendemmia meccanizzata.
 
Guardi il paesaggio cambiare rapidamente e ti estranei
quando parlo dei soliti viaggi:
Pakistan, Muro, Apartheid, paesi che non ci sono più.
 
Ordinare parole non è giocherellare con la candela accesa
sul tavolo del ristorante
o a cuor leggero portare in discarica
cassetti solo apparentemente vuoti.
 
È ricaricare l’orologio fermo,
aggiustare la vecchia bicicletta,
comperare il biglietto del treno.
 
Restare, annusare, riempire, vedere.
Angolo dove lanciare la palla per salvarsi.
 
Manuele Morassut
 
 
 
 
 
 
Il saresàr
 
E il saresàr
al doventa ‘na nula
‘na còtula ch’a trima
ta li giambis magris e dretis
di ‘na fantassina slava
lavris di maras’cia
i vui plens di nulis
ch’a corin ta la bora.
 
Silvio Ornella
 
 

Il ciliegio
E il ciliegio/ diventa una nuvola/ una gonna che trema/ sulle gambe magre e dritte/ di una ragazzina slava/ labbra di marasca/ gli occhi pieni di nuvole/ che corrono nella bora.

 
 
 
 
 
 
Armando
 
“Armando, pì che armat
del sclop jera de paroe”
ditheva me nono!
“Sui stat in prethon co lui,
fin quandi che no i lo
à portat via co ‘a puarta
pa faghe el processo!
Sì co ‘a puarta! Sai cossa
che dithi! A puarta la jera de toa
e lui el veva scrit co un ciodo:
«El general el vuol fathe ‘a Giulia»!
Sto mona el veva ancia firmat
co ‘na A dentro ‘na O, parchè
el se ciamava Ostan, el ditheva!
I lo veva mitut dentri parchè
el jera sciampat, par puoc.
Co i lo storcia lui el rispuns:
«Sui sciampat co’a BiCi»
«La Bolscevica e Comunista!»
l’à thigàt thuito un general.
E lui «La veva do robe tonde e dure
che ‘e baava sol che sui salts!»
«Spara, spara, tanto siamo noi a spararti!»
el dis el general e ghe fa scrivi
al segretario: «Tradisce la Patria
con una puttana!» e el donta a vous:
«Fosse anche una bicicletta
era una puttana lo stesso!»
Indrio l’è tornat sol che el lenc.
 
Renato Pauletto
 
 

Armando
“Armando, più che munito / dello schioppo, era di parole”/diceva mio nonno! / “Sono stato in prigione con lui,/ fin quando non lo hanno / portato via con la porta / per fargli il processo! / Sì con la porta! So quello che dico! / La porta era di tavola / e lui aveva scritto con un chiodo: / «Il generale vuole farsi la Giulia»! / Questo ingenuo aveva anche lasciato la firma / con una A dentro una O, perche si chiamava Ostan, diceva!/ Lo avevano imprigionato perchè aveva disertato, per poco./ Quando lo mettono alle strette risponde: / «Sono scappato con la BiCi» / «La Bolscevica e comunista!» / ha gridato subito il generale. / E lui: «Aveva due cose tonde e sode / che tremolavano solo sui salti!» / «Spara, spara, tanto siamo noi a spararti!» / proruppe il generale e fa scrivere / al segretario: «Tradisce la Patria / con una prostituta!» e aggiunge a voce: / «Fosse anche una bicicletta era una prostituta lo stesso!» / Indietro è tornato solo il legno”.

 
 
 
 
 
 
Canson dea mare
 
Te me a domandat de pissà fioi
vantada ta na spaliera de liet
co i uoi fissi taa cultrina
fra un respiro e un sburt.
 
Te ai fat fioi come birique,
grisoons de coor
taa piel dei curtirf,
orlevadi sensa sussuro
pa slungià cu’ ti e man tal timp,
ma tradit le el me cuor
strafuida a me vita
ades che coma un mul
te so sanc dea muart e del so baston.
 
I omis no se pianta
come braga tal pantan
e gnancia no sei conta
come rase o pitins
I omis i costa fadia
e vuialtri, stupidi, li butè via.
 
Stupide e to bandiere
stupidi i to cunfins
stupida mi a credi aa to vuoia.
Mi te ai fat paa tiara
e ti te a semenat sal.
I me ombui i pians
omis diventadi piera.
 
Daniela Turchetto
 
 

Canzone della madre.
Mi hai chiesto di pisciarti figli /aggrappata alla testiera del letto /con gli occhi fissi alla tenda / fra un respiro e una spinta. // Ti ho fatto figli come lucertole, / brividi di colore /sulla pelle dei cortili, / cresciuti in silenzio / per allungare con te le mani sul tempo /ma tradito è il mio cuore /mal spesa la mia vita / adesso che come un mulo / sei sangue della morte e del suo bastone. // Gli uomini non si piantano / come talea sul pantano / e neanche non si contano / come anatre o pulcini./ Gli uomini costano fatica /e voi, stupidi, li buttate via.// Stupide le tue bandiere / stupidi i tuoi confini / stupida io a credere alla tua voglia. /Io ti ho fatto per la terra / e tu hai seminato sale./ I miei lombi piangono / uomini diventati pietra.

 
 
 
 
 
 
Cu la me lenga
 
Cu la me lenga, un puc spissada,
roseada cà e là tal manic, i vai
avant, sot chistu clar di luna,
e provi a disfidà sterps e stròpis
ch’a vòlin fami pòura, fami
il sgambèt, dimi di mètimi intòr
peraulis slusignòsis, coloràdis,
intant ch’a mi cres sot i piè
un aga sporcia di fangu…
Cu la me lenga plena di vinciars,
arcassis, poi, vits, i passi pai trois
strès di chista nustra etàt…
 
Giacomo Vit
 
 

Con la mia lingua.
Con la mia lingua, un po’ appuntita, / rosicchiata qua e là sul manico, / avanzo, sotto questo chiaro di luna, / e provo a sfidare sterpi e siepi / che vogliono spaventarmi, farmi / lo sgambetto, dirmi d’indossare / parole luccicanti, colorate, / mentre mi cresce sotto i piedi / un’acqua sporca di fango … / Con la mia lingua densa di salici, / acacie, pioppi, viti, passo per i viottoli / stretti di questa nostra epoca…

 
 
 
 
 
 
 
 

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