Giusto un tarlo sulla trave – Giulio Maffii

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Quando, nel 2010, ho pubblicato con la Samuele Editore il Canzoniere inutile, tra le varie espressioni di stima ce ne è stata una che mi ha letteralmente insegnato un nuovo modo di leggere. Alessandro Agostinelli, pisano, nel suo sito (alleo.it) iniziò la sua nota di lettura con queste parole: ci sono sei poesie potenti in questo libro. A prescindere dal mio libro (ora, a sei anni di distanza, ne è uscito un altro: Il colore dell’acqua) tale approccio mi colpì così tanto da cambiare il mio stesso modo di relazionarmi alla poesia. Ed è per questo che quando leggo anche io cerco effettivamente quelle sei poesie potenti che tutti i libri in qualche modo hanno.

Ho letto Giusto un tarlo sulla trave di Giulo Maffii edito da Marco Saya Editore (2016), autore che avevo già recensito (Le mucche non leggono Montale, Marco Saya Editore 2013) e che ritrovo in questo lavoro con grandissimo piacere e col rispetto di un autore che prima critica la poesia:

La poesia soffre la crisi umana lacaniana: è un trauma del linguaggio che deve comunicare, arrivare, giungere, essere significante. Il problema è individuare l’io narrante. Il narcisismo è troppo elevato, l’io autoreferenziale avviluppa i testi, c’è un nobiliatro di teste pensanti. Luzi, il saggista -in questo caso- non l’eccelso poeta vero, mirabilmente illustra il concetto di vanità e di modestia. Il poeta deve essere naturale, usare la voce per altri non per essere egli stesso attore princeps. Deve combattere una sorta di petrarchismo che sembra affliggere generazioni intere, orgogliose, troppo, delle qualità personali a discapito della vera natura e naturalezza poetica. Sembra di assistere ad una messa in atto del detto popolare che “al mondo esiste un solo figlio eccezionale e che ogni madre ce l’ha.” Le baruffe letterarie sono ordinarie, sono scontri di personalità narcisistiche e di correnti opposte mosse magari non da un credo poetico, ma da bassi e risibili dispettucci personali. Attorno ad alcune figure centrali, forti e di potere, (ma non per questo qualitativamente eccellenti) si muovono le “correnti”, gli adepti. Viene in mente sempre la descrizione che Elio Pecora fa nelle prime pagine di un bellissimo saggio su Sandro Penna, relativa a certe personalità che giravano intorno al grande perugino. In realtà tali figuri si mascherano in gruppo per assumere più forza anche con scritti modesti, con lo scambio di favori concorsuali, con il trincerarsi dietro finte responsabilità. La psicologia della folla spiega molti comportamenti. La follia di certi comportamenti si spiega con la psicologia… e con scarsa poesia.

E poi dà ottima prova di sé dimostrando coi fatti d’essere in linea con le proprie opinioni. A onor del vero devo ammettere che quel libro lo avevo un po’ stroncato, trovando poi in Maffii un interlocutore estremamente aperto al dialogo e non astioso come incontro quando critico un’opera. Questo mi aveva lasciato un’ottima impressione dell’autore (che personalmente non ho incontrato mai) e ora i suoi versi mi confermano il feedback di quel breve scambio di opinioni.

Bernardo Pacini, firmando la postfazione del libro, scrive: Giusto un tarlo sulla trave: la manutenzione della casa-presente, la consapevolezza della sua reale esistenza, del problema da lei significato, prende le mosse da una minaccia risibile: il tarlo che si intravede sulla trave, ovvero un minuscolo insetto che offende la struttura portante del tetto di un luogo abitato da persone che invecchiano e che a quel legno non sopravviveranno. E il poeta sa bene che in fondo non c’è niente da temere, nessuna torma da disinfestare […] Nondimeno, sulla soglia di una “porta senza stanza” ‒ quasi una ghigliottina, il presente vuoto – il medesimo poeta riesce a scrivere: “abbiamo compreso che l’amore esiste/e si nasconde come un indifeso/dentro le nostre rovine”. Sta a noi decidere se accettare o meno la provocazione di Maffii, che ci accompagna alla porta e ci ricorda che “le case alla fine si assomigliano tutte”; in altre parole, invitandoci a tornare nella nostra, di casa: ognuno alle sue travi e ai suoi tarli.

Tornando alle sei poesie potenti sicuramente citerei Non potevamo fare previsioni, Sto per morire un’altra volta, Cerchi di capire, Cado dentro me, Non puoi cercare la gioia in altri posti, Adesso che siamo un po’ più vecchi. Poesie che rifiutano un tono lirico per dialogare con un tu spesso invocato ma con la gentilezza e la pacatezza di un uomo sulla soglia di una porta che conta e nomina gli oggetti della vita (Tu aiutami con il tono della voce / fammi capire sotto il gelo che colpisce / che i non amati hanno sostituito i semi). Un pudore, quasi, che non urla ma parla e racconta appoggiando la materia poetica a una realtà effettivamente vissuta anche nelle sue pieghe meno piacevoli (Non ti sei preservata come speravo / Hai donato togliendo a me / la santità intransitiva del contatto / Quale ferita desertica / puoi ancora strofinarmi addosso? / La morte si dichiara nello specchio / o negli incontri improvvisi / con persone che una volta / avevano un nome).

Un elemento soprattutto mi ha colpito e credo dovrebbe essere oggetto di riflessione per il lettore che apre queste pagine. Perchè ogni autore ha un suo simbolo e riempie tale simbolo di un significato che va cercato, scavato nei versi, compreso. Bisogna in qualche modo avvicinarsi all’autore per capirne effettivamente il dettato. E in Giulio Maffii il simbolo è rappresentato da una morte che torna come refrain che si autocostruisce, si autodefinisce: È facile che il mio corpo si rompa / tu lo sai quante volte sono morto / i meccanismi si increspano […] Inghiotto il sapore di un’altra piccola morte / tutto si ferma nella disillusione di credere alle illusioni / Sono ancora qui e non so niente […] Se potessi fare l’amore / con questo desiderio di morire […] nel baratto di luce ed ombra / la tua agitazione del rimorso / i miei morti che tornavano a galla […] Sto per morire un’altra volta come quando sono nato […] l’apparenza faceva morte / nel mio cuore prima / di una possibile nascita […] La morte si dichiara nello specchio / o negli incontri improvvisi.

Va da sé che siamo di fronte a un concetto che non implica la morte fisica ma uno stato d’animo che definisce la chiusura di una determinata situazione che ha porte nella realtà e nell’intimo privato. L’apparenza faceva morte è dichiaratamente un modo di relazionarsi all’evento di cui si parla. E in effetti in questo libro si parla tanto dolcemente quanto amaramente d’amore quanto si nega la disperazione causata dalla sua complessità (che costituisce la vita stessa, pare dire Maffii tra un verso e l’altro). Perchè il termine morte perde il suo significato di ineluttabilità per diventare un naturale provare momenti di odio / verso le finestre i tappeti la porta di cucina / verso il servizio per due / per la disposizione delle sedie. Con questa valenza è palese che la forza poetica sta nel trattare il concetto di morte come farina da cui trarre il pane, e nel caso specifico un indifeso / dentro le nostre rovine.

Bellissima definizione, quest’ultima, di un amore che necessita della vecchiaia, del dolore, dei nomi delle persone che una volta / avevano un nome, per scoprirsi tale. Dove non ci hanno perdonato mai niente / neanche il nostro perdono. Dove ci straziamo affollati / sulla capocchia di uno spillo. E dove Non farmi diventare di memoria / non farmi contemplare la distanza.

 
 
 
 
 
 

Tu aiutami con il tono della voce
fammi capire sotto il gelo che colpisce
che i non amati hanno sostituito i semi
nel grembo dove rimbomba il rischio
del sonno e della noia
Fammi capire che non siamo sostituti
del sangue o di vecchie lacerazioni
i sottomessi della memoria
La grondaia stremata non gocciola più
il divano è tornato al proprio posto
Coprimi la nuca di bugie
inclinerò la mia crepa e ti verserò lì dentro

 
 
 
 
 
 

Sarà naturale provare momenti di odio
verso le finestre i tappeti la porta di cucina
verso il servizio per due
per la disposizione delle sedie
per gli odori dei saluti
Sento tracce nelle travi di legno
il bricco del caffè mi parla
di altri risvegli e atti mancati
Sento qualche risata
nascosta nell’intonaco
il segno delle cornici
lo spazio che dovrei riempire
Le case alla fine si assomigliano tutte

 
 
 
 
 
 

È facile che il mio corpo si rompa
tu lo sai quante volte sono morto
i meccanismi si increspano
anche in modo semplice
prendi una vecchia foto per esempio
dove le date non combaciano
Inghiotto il sapore di un’altra piccola morte
tutto si ferma nella disillusione di credere alle illusioni
Sono ancora qui e non so niente

 
 
 
 
 
 

Se potessi fare l’amore
con questo desiderio di morire
così che non facesse più male niente
ma gli occhi si annebbiano
ora che ogni dubbio è terminato
che ogni abbraccio è rimbalzato
sopra le scale dove ci siamo incontrati
dove ti avrei amato anche per caso
molto prima di chiunque altro

 
 
 
 
 
 

Non potevamo fare previsioni
i giorni sono limoni fuori stagione
neanche l’azzardo di dimenticarmi
nella tua casa
avrebbe potuto trovarmi qualche ombra
desiderosa di farsi una doccia
il caldo si sa provoca situazioni
che poi passano in fretta

 
 
 
 
 
 

Non possiamo perdonare
quel che siamo stati
o le frasi bevute e mai restituite
I saloni così pieni
da non vedere il vuoto
Altri portano il nostro nome
si muovono inclinati
toccano cuori e muoiono
– è un gesto involontario –
Eravamo cartine tornasole
siamo tutti soggetti a reazioni chimiche
Ci straziamo affollati
sulla capocchia di uno spillo

 
 
 
 
 
 

Ripensavo ai tuoi occhi
che cadevano sul bello
l’apparenza faceva morte
nel mio cuore prima
di una possibile nascita
Chi si placa si perde

 
 
 
 
 
 

Sto per morire un’altra volta
come quando sono nato
come quando un vuotofrusta la luce
l’attimo in cui il leone inghiotte la pietra
dei tuoi occhi dissodati
ad ottocento miglia dal seno
sono qui
tra la caviglia e il cielo

 
 
 
 
 
 

Cerchi di capire
da quale tavola provengo
ma io sto pensando ad altro
Penso che potrei mangiarti tutta
divorarti dall’alito agli alluci tanto sei leggera
sei tu che avvolgi l’universo
senza far sentire il peso
riempi il vuoto e le circostanze

 
 
 
 
 
 

Cado dentro me
precipitando da te
Stasera togli questo orologio di pietra
che ricorda quando non eravamo
uno dentro l’uno
Non dirmi che hai nostalgia del sonno
che il mio respiro
è uguale a quello di chiunque altro
appeso ad una porta senza stanza
Non farmi diventare di memoria
non farmi contemplare la distanza

 
 
 
 
 
 

Non puoi cercare la gioia in altri posti
in altri luoghi assediati fuori di qui
Siamo soltanto io e te
tra le parole e gli oggetti
azzeriamo l’altrove che biascica sui vetri
lapidiamoci di sogni e resurrezioni
Nessuna pietà per ciò che ha vissuto dentro noi
prima che fossimo noi
non ci hanno perdonato mai niente
neanche il nostro perdono

 
 
 
 
 
 

Adesso che siamo un po’ più vecchi
abbiamo compreso che l’amore esiste
e si nasconde come un indifeso
dentro le nostre rovine

 
 
 
 
 
 
 
 

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