Versi scritti con la bora

triestebora

 

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace

Umberto Saba

 
 
 
 
Come la bora, al fine, il vuoto
concentrico delle persone per strada
come fogli che svolazzano,
gli operai al di là della parete,
le persiane chiuse, il tuo
reggiseno abbandonato sotto al letto
e il bacio che ci siamo dimenticati
ieri sera, in un’osteria della città.
 
 
 
 
 
 

Mettere bene in fila le posate
perchè il vento non le stralci
gettandole a terra come il resto.
Ma qui il vento non può entrare
credo tu stia pensando. Dormi.
Non sai che il vento invade dappertutto
insinuandosi tanto fra i tuoi capelli
quanto nelle lenzuola della sera.

 
 
 
 
 
 

Nell’hotel in cui abbiamo dormito
– lì dove sbattevano le porte –
abbiamo lasciato accidentalmente
una macchia di cibo sulla parete.
Credo una Senape, o un Ketchup
che sarebbe un po’ più nobile
– dobbiamo comunque mantenere
un minimo di posa –, una macchia
che dice che noi siamo esistiti
in qualche modo, in questo luogo, insieme.

 
 
 
 
 
 

Per un attimo ho pensato di rubare
lo straccio di questo albergo.
Dante ne avrebbe riso. Via
Campanelle 54 e lo segniamo
come un girone in cui tornare
forse anche per questo straccio
che abbiamo sporcato con il vino.
Esistiamo, come uomini,
nelle macchie che lasciamo.

 
 
 
 
 
 
 
 

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