Viaggio d’inverno – Attilio Bertolucci

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L’immagine è un particolare di un quadro di Manuela Cerolini – qui

 
 

Venerdì scorso al Corso di Lettura e Scrittura Poetica della Samuele Editore a Maniago (qui) abbiamo affrontato dei testi di Attilio Bertolucci tratti da Viaggio d’inverno del 1971. Di Bertolucci, nato a San Prospero Parmense nel 1911 e morto a Roma il 14 giugno 2000, avevo già detto qualcosina qui. Un autore che fa sempre piacere rileggere per la sua intensa quanto semplice complessità che viene equilibrata da una misura del verso rara, quieta, e una consapevolezza umana profondissima.

Parlare di Bertolucci è infatti parlare di natura e di dolore, di uomo e umanità, di luce e di foglie, di cose che bruciano troppo presto e che portano alla domanda fondamentale Perchè non si aspettano i morti? Quanto di cose che nella loro transitorietà diventano eccezionalmente rare e auspicabili, insostituibili (Io voglio tornare a vivere dove l’erba / non è come qui puro ornamento, gioia degli occhi / che dura l’anno intero […] presto nevica, sarà tutto finito ancora una volta).

Ma parlare di Bertolucci è anche confrontarsi con la propria esperienza del dolore, della sua esperienza, della sua accettazione (bagliore d’una sera di tempesta, / e umanamente il dolore cedeva / alla luce che in casa s’accendeva / d’un’altra cena in un’aria più fresca // per grandine sfogatasi lontano).

E, forse, anche col proprio amore (Perchè le farfalle vanno sempre a due a due / e se una si perde entro il cespo violetto / delle settembrine l’altra non la lascia ma sta / sopra e vola confusa che pare si sbatta / contro i muri di un carcere mentre non è che questo […] – Forse credevi d’averla perduta ma eccola ancora / sospesa nell’aria riprendere l’irragionevole moto […] tu non hai che a seguirla incontro alla notte / come l’attendesti nel lume inquieto del sole).

 
 
 
 
 
 

I papaveri
 
Questo è un anno di papaveri, la nostra
terra ne traboccava poi che vi tornai
fra maggio e giugno, e m’inebriai
d’un vino così dolce così fosco.
 
Dal gelso nuvoloso al grano all’erba
maturità era tutto, in un calore
conveniente, in un lento sopore
diffuso dentro l’universo verde.
 
A metà della vita ora vedevo
figli cresciuti allontanarsi soli
e perdersi oltre il carcere di voli
che la rondine stringe nello spento
 
bagliore d’una sera di tempesta,
e umanamente il dolore cedeva
alla luce che in casa s’accendeva
d’un’altra cena in un’aria più fresca
 
per grandine sfogatasi lontano.

 
 
 
 
 
 

L’erba
 
Io voglio tornare a vivere dove l’erba
non è come qui puro ornamento, gioia degli occhi
che dura l’anno intero.
Di questi giorni misera si consola
d’un sole fugacissimo, e a quella
spera ingannevole, a quel breve calore
ride un poco tremando. Ma già
l’aria abbuia, chi è in cammino s’affretta,
cerca con gli occhi riverberi di fuochi e di lampade:
presto nevica, sarà tutto finito ancora una volta.

 
 
 
 
 
 

Leggendo Waldemar Bonsels a G.
 
E ora tu che spendi il tempo bello
della tua fanciullezza in questo secolo
senza speranza, dal basso sgabello
ascolta l’ape Maia in mezzo ai tigli
 
mattutini ronzare in disperata
fuga verso le porte azzurre rosse gialle
della piccola patria minacciata,
ascolta insetti ed elfi che si parlano
 
nei lunghi giorni estivi, nelle notti
rapide e chiare, imitando gli uomini
con goffa gentilezza, ascolta i motti
savi, i delicati ansanti allarmi:
 
quel miele nutra te convalescente.

 
 
 
 
 
 

I pescatori
 
Avete visto due fratelli, l’uno
di quindici l’altro di dieci anni, lungo
il fiume, intento il primo a pesca,
il secondo a servire con pazienza
 
e gioia? Il sole pomeridiano colora
i visi così simili e diversi
come una foglia a un’altra foglia nella
pianta, una viola a un’altra viola in terra.
 
Oh, se durasse eternamente questa
mattina che li svela e li nasconde
come erra la corrente tranquilla,
e li congiunge sempre se un silenzio
 
troppo dura fra loro e li opprime
così da cercarsi a una voce e trovarsi,
intatte membra, intatti cuori, rami
che la pianta trattiene strettamente.

 
 
 
 
 
 

Le farfalle
 
Perchè le farfalle vanno sempre a due a due
e se una si perde entro il cespo violetto
delle settembrine l’altra non la lascia ma sta
sopra e vola confusa che pare si sbatta
contro i muri di un carcere mentre non è che questo
oro del giorno già in via d’offuscarsi
alle cinque del pomeriggio avvicinandosi ottobre?
 
– Forse credevi d’averla perduta ma eccola ancora
sospesa nell’aria riprendere l’irragionevole moto
verso le plaghe che l’ombra più presto fa sue
dei campi vendemmiati e arati della domenica:
tu non hai che a seguirla incontro alla notte
come l’attendesti nel lume inquieto del sole
finché fu sazia del succo di quei fiori d’autunno.

 
 
 
 
 
 

I vecchi più da vicino
 
C’era sembrata vista dal di fuori
la più savia e allegra della gente,
ne avevamo quasi invidiato i colori:
l’argento dei capelli, il rosa delle guance.
 
Ci saremmo voluti sostituire
alla serva che pettinava a lungo
Regina Rossetti, e l’ascoltava mentire
quietamente e ordinare: – Non accendere.
 
Così sembra bello l’inverno, la neve
splende così ai nostri occhi fanciulli,
e per fortuna non è inganno breve.
Sino a che, facendoci più vicini, sentiamo
 
le parole che dicono per sé
senza guardarsi attorno, indifferenti
al sibili che nell’altra stanza fa
la fiamma che sigilla un figlio, attenti
 
a non perdere il sole che li scalda.

 
 
 
 
 
 

In treno
 
Non ricordavo un ottobre
così a lungo sereno,
la terra arata sarchiata
pronta per la semina,
spartita da viti rossastre
molli come ghirlande.
 
Ma non ditemi non ditemi
che è una stagione clemente:
il fumo che la stria
sale da foglie che non sono più,
le cene brillano sparse.
Perchè non si aspettano i morti?

 
 
 
 
 
 

Aspettando la pioggia
 
Che ne sarà di noi se nuvole
non se ne presenteranno più
in questa terra amata proprio
per la sua verde umidità,
 
se le scorte finiranno prima
dell’inverno per noi e per
gli animali e il tempo bello
umetterà ogni mattina gli orli
 
delle finestre come un veleno
e la luna ogni notte entrerà
nelle nostre stanze impedendoci
di dormire, se non sapremo più
 
che fiori portare a coloro
che ci aspettano per chiederci
come mai ancora non li ha
svegliati verso l’alba il rumore
 
della pioggia sui coppi bruniti
così che possa riprendere
il discorso interrotto un altro
autunno quando l’amore
 
durava sino alla consumazione del dolore?

 
 
 
 
 
 

Il tempo si consuma
 
Sono entrato nella gran folla mista
della messa di mezzogiorno, in cerca
di te, ch’eri là dall’inzio,
bambino diligente, anima pura
affamata di Dio, e con inquieto
occhio ho scrutato fra i banchi
inutilmente.
Ma da una tela umile veniva
incontro alla mia ansia il garzone
di falegname, Gesù, della tua età,
a rincuorarmi, mentre intorno, al fioco
accento del sacerdote lontano
si mescolava l’agitazione terrena
delle ragazze e dei ragazzi tenuti
lontani dal bel sole di domenica.
Così, d’improvviso, in un angolo vicino
alla porta, t’ho ritrovato, quieto
e solo, m’hai visto, ti sei
accostato timidamente, ho baciato
i tuoi capelli, figlio ritrovato
nel tempo doloroso che per me e te
e tutti noi con pena si consuma.

 
 
 
 
 
 

Non

Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari,
 
non allontanarti con passo
fiducioso in direzione
dell’estate e non
considerare rassegnata
la fatalità delle averse e del sole,
 
non acquistare viole in prossimità della casa.
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 

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