Postille al Piccolo trattato sulle separazioni

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L’immagine è un particolare di un quadro di Christos Bokoros

 
 

Stavo andando a Pordenone percorrendo la strada da Maniago a San Quirino quando nell’incespicare dei campi e dei trattori di fine febbraio ho scorto due uccellini in volo, aggrappati. Due piccioni posso immaginare. Nella zona industriale di San Quirino quei due volatili erano abbracciati a lato della strada, sui sassi al di là del fosso, lentamente a mezz’aria. Un’accozzaglia dolce, inusuale, una passeggiata insieme ala su ala. Stavo andando a Pordenone percorrendo la strada da Maniago a San Quirino quando ho scorto quell’abbraccio aggrappato e mi ci sono soffermato alcuni istanti. Il tempo di pochi secondi in auto a cinquanta allora. Pochi attimi per vedere i diversi metri che in realtà si frapponevano fra quei due volatili come due stelle che dalla terra sembrano toccarsi ma sono distanti milioni di chilometri. Stavo andando a Pordenone percorrendo la strada da Maniago a San Quirino quando ho visto la distanza dolorosa di quei due uccelli. Come la vita, che se anche hai qualcuno davanti è sempre distante decine di metri, o milioni di chilometri.

 
 
 
 
 
 

Spesso sento dire che un vaso rotto, anche se riattaccato, resta sempre un vaso rotto. Che uno specchio infranto, anche se aggiustato, restituisce sempre un’immagine venata di ferite. Ma non ne sono più così convinto. Forse le fratture, che sono cicatrici, possono essere intese come moniti, come un stai attento a non arrivare più a quel punto, perchè poi finisce così. Forse il concetto di perdono a cui siamo abituati è sbagliato, o perlomeno limitato. Forse il perdono non è mai legato a un’altra persona ma a se stessi. Perchè capire l’altro è comprendere che si è uguali. In questo il perdono diventa semplicemente un atto di umiltà. Di condivisione. Di consapevolezza che siamo tutti esseri umani che fanno del male. E quelle ferite, quelle fratture, sono cicatrici che lo ricordano. Sono nuovi segnali stradali di cui abbiamo bisogno.

 
 
 
 
 
 

La poesia è la madre delle arti. Non perché sia superiore alle altre, ma semplicemente perché tutte le arti prima o poi si appoggiano alla poesia. E perché le altre arti spingono allo scontro con il fruitore, allo schianto, al grido. La poesia non schianta, non grida. Resta, lenta, quasi muta, quasi immobile. Come una pozzanghera che solo col tempo restituisce la vita. La poesia ha gli stessi ritmi dell’uomo.

 
 
 
 
 
 

È nelle cose semplici che si trova l’amore. Come ad esempio di mattina, sulla tua schiena. Quando uno più uno fa due. Quando uno più uno fa sempre due.

 
 
 
 
 
 

Penso che lo scoglio sia una delle metafore più belle per definire l’uomo, o almeno ciò che dovrebbe essere. Perché per quanto violenta sia l’onda lo scoglio rimane sempre lì, fermo. Viene spazzato via tutto il resto, ma non lo scoglio. Ma questo non vuol dire che ne rimanga indifferente. L’onda erode lo scoglio, lo consuma inesorabilmente, e tanto più forte è la sua violenza tanto più forte lo erode. Ma quell’erosione non fa altro che smussargli gli spigoli, ne rende la forma più morbida. Rende in qualche modo lo scoglio più dolce.

 
 
 
 
 
 

Ho sognato una cosa. Una lumachina che parlava ad una lepre. La lumachina chiedeva: Cos’è l’amore?. E la lepre rispondeva: È una strada su cui devi correre, e correre, e correre. Poi anche la lepre rivolgeva la stessa domanda alla lumachina: E per te cos’è l’amore?. E la lumachina rintraendosi un po’ nel guscio rispondeva: È una strada su cui devi andare piano piano, piano piano. E ho sognato che passava lì accanto una zanzarina, una di quelle fastidiose e che uccidi con la mano perchè non ti pungano. E la zanzarina sorridendo diceva tra sé e sé: L’amore è solo la strada, non l’avete ancora capito. È il terreno su cui camminate.

 
 
 
 
 
 
 
 
Piccolo trattato sulle separazioni
 
 
 
 
 
 
 
 

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