Piccolo trattato sulle separazioni

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Separazione – Mario Fresa – olio e collage, 20101

 
 

PICCOLO TRATTATO SULLE SEPARAZIONI

 
 

Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte,
la vita è puro rumore fra due insolubili silenzi.2

Isabel Allende

 
 
 
 
 
 

1. Una lettera d’addio

 
 

Ciao. Si lo so che non risponderai. E che non leggerai queste mie righe perché mi hai bloccato i vari canali di comunicazione e se ti mando un sms nemmeno rispondi. Come so che nessun amico ti girerà queste mie parole perché è inutile parlare a chi non vuole più ascoltare. Sabato presenterò a Trieste Villalta, e tu non ci sarai. Immagino che dopo Parigi te ne andrai a Londra, con lui. O chissà dove ancora. Lui continua a pubblicare la cronaca della vostra felicità e sembrate stare così bene assieme. Sabato presenterò Vanità della mente, il libro, ma in fondo anche questa lettera è una vanità della mente. Ti ho scritto delle poesie ma fra le quattrocentosessantaquattro persone che ad oggi le hanno lette, sia quelle di te a Parigi3 sia quelle di quando ti amavo mentre facevi la pipì4, sono certo che tu non ci sei. Tu sei con lui. E sono certo che a dicembre era lui a mandarti i fiori come adesso lui ti avrà fatto il regalo di San Valentino, non io. Lui arrivato all’improvviso da chissà dove e tu che all’improvviso gli sorridi. A me non resta che dirti che ti ho amata sia quando mi sorridevi sia quando eravamo arrabbiati. Ti ho amata quando ti facevi bella e ti ho amata anche quando facevi la pipì, o ti soffiavi il naso, o ti sentivi poco bene. Ti ho amata durante il lavoro, durante il sonno, quando ti svegliavi, durante i viaggi e durante le separazioni. Io ero come quella stupida vignetta dei due nonni arrabbiati e seduti l’uno da una parte l’altro dall’altra di una panchina, sotto la pioggia, ma lui tiene comunque l’ombrello sopra di lei. Lo facevo con le tue cose, con la tua arte. Ma la vita non era semplice come quella che ora tu hai con lui, perché io sono solo un piccolo Editore. E di poesia. Pochi soldi, tante persone da incontrare. Io non posso portarti in vacanza in giro per l’Italia e l’Europa, io posso solo dare forma alle vite delle persone e cercare di dargli un senso nelle parole che restano. Anche se poi spesso non resta nulla. Come a me, adesso, di te. L’unica cosa buona sai è che in queste tre settimane ho perso dieci chili. Ci voleva proprio in fondo. E ho la barba lunga e so che me la devo tagliare, anche se dicono che sto bene così. Quello che resta, oltre la schiuma da barba e i pantaloni ora un po’ più larghi, è un saluto, un “stai bene con lui”. Perché io di te ho amato ogni capello, ogni tua minima fessura, di te ho amato anche le dita dei tuoi piedi. Ma ora sono io a non trovare più nulla da dire. Alla tua bellezza, ai tuoi silenzi. Spero, per te, non ai tuoi sbagli. Perché ti auguro di essere felice.

15 febbraio 2016

 
 
 
 
 
 

2. Le separazioni

 
 

Le separazioni sono sempre dei luoghi complessi. Perché non avvengono mai contemporaneamente. Prima lascia uno, poi l’altro. I tempi non coincidono né si fondono più. Possono passare mesi prima che uno riesca a contraccambiare l’addio dell’altro. E anche se terze persone si mettono improvvisamente in mezzo il cuore, che è l’unico vero organo pensante dell’uomo, non lo comprende. Va oltre il tempo, oltre quel limite umanamente impossibile da valicare che è il minuto dopo. Non sappiamo se il minuto dopo andremo a destra o a sinistra in un incrocio, ma il cuore comunque pone e prevede le sue direzioni obbligatorie per arrivare all’obiettivo che si è proposto. Che desidera, e vuole. Il cuore come unico organo pensante dell’uomo perché è lì che si formano i pensieri anche quand’essi negano il cuore stesso. Bisogna avere un cuore per annientarlo. Bisogna avere un cuore per spegnerlo.

Spesso nelle separazioni si accusano le persone non di amore ma di possessività. Questo è molto sbagliato. Bisogna amare per desiderare la curva dei ginocchi, delle caviglie, il tallone di una persona. Bisogna amare per sentire il panico del mignolo dell’altro che tocca un’altra persona. Non c’è possessione senza amore. Certo ne esistono formule malate e sono deprecabili, ma è anche vero che l’amore non ha misura, l’amore non ha intelligenza, il cervello stesso è una violenza del cuore.

Una delle cose più inevitabili nelle separazioni sono i tarocchi. Può sembrare una cosa assurda ma la maggior parte delle persone che si separano vanno a cercare tale forma di divinazione sperando che le carte dicano un riavvicinamento. E lo dicono, per giorni. Per poi modificare il proprio responso e dichiarare la fine del rapporto. Ma la fine di un rapporto è sempre la fine di un futuro, e non puoi vedere oltre. E arrivi inevitabilmente e inesorabilmente a quel punto in cui le carte ti dicono che troverai un’altra persona, un altro amore, ma tu non riesci a concepirlo, a prevederlo, il cuore continua a dire per troppi giorni di girare a destra a quell’incrocio.

Bisogna amare per ricordare non solo la piega morbida della schiena, delle scapole, ma anche i suoi difetti, le sue mancanze, che nel bene e nel male rendono unica quella persona. Bisogna amare per riuscire a separarsi.

 
 
 
 
 
 

3. La nebbia

 
 

La nebbia è una cosa bellissima. Perché non permette di vedere le cose attorno a te. Le cose che ci sono e le cose che non vuoi vedere. Difficilmente c’è coincidenza fra queste due realtà. Ciò che esiste e ciò che noi non vogliamo che esista. E la nebbia tutto questo lo nasconde saggiamente. La sua definizione scientifica, se non ricordo male, è sistema colloidale, un insieme cioè di goccioline che galleggiano sospese nell’aria e lasciano passare solo i suoni, i rumori, della vita circostante.

La nebbia è come quando la tua solitudine coglie una moltitudine di persone muoversi attorno a te e non vedi oltre dieci passi dalla tua vita, ne senti il frastuono del suo dover essere ma non lo vedi. E anche quel frastuono è confuso e incomprensibile perché manca il contatto visivo, manca quell’organo più importante di tutti nelle relazioni umane che sono gli occhi. Con gli occhi tu l’hai guardata, l’hai amata, con gli occhi tu l’hai baciata e con gli occhi tu l’hai posseduta fino a farla piangere, o sorridere. È con gli occhi che si ama e si dice addio. Ed è con gli occhi che si soffre.

La nebbia è anche una cosa dolcissima, perché fredda. E nell’assenza ogni essere umano cerca il freddo sulla pelle. Apre i finestrini dell’auto, le finestre e le porte di casa, nell’assenza si cerca il dolore che compensa le carezze, che non sono più tue. Il freddo della nebbia è un’ottima cura allo spazio vuoto che resta dentro agli occhi.

 
 
 
 
 
 

4. Il tempo

 
 

Il tempo è uno dei grandi nemici dell’uomo. Non sarebbe occorso Einstein a dire che il tempo si può allungare e accorciare come sua caratteristica fondamentale, costituente. Nelle separazioni il tempo pare espandersi in maniera talmente abnorme da divenire attesa. Perché l’attesa non è il tempo né la sua misura, ma lo può diventare. E lo diventa quando non riesci a respirare minuto dopo minuto, e quando il battito del tuo cuore non segue l’avvicendarsi dei secondi che non seguono più una logica, ma stanno fermi. E le ore non passano, nemmeno quelle della notte.

I giorni non passano. I giorni diventano anziani seduti alla finestra che guardano pazientemente i rami fermi e secchi dell’albero di fronte a casa. E la loro pazienza non è la tua pazienza, che diventa esasperazione perché ti rendi conto che devi vivere, uscire, muoverti, mentre invece stai solo aspettando. E sei consapevole che ciò che aspetti non arriverà.

Dicono che il tempo curi ogni cosa, e posso anche fondamentalmente crederci, e anche no. Perché nelle separazioni il tempo perde ogni significato e non si può più dire se ciò che ha valore sia ciò che arriverà o ciò che si è perso. Non si può dire che quell’immobilità, quell’apnea, non sia la vita vera che ti tocca per poi lasciarti a un oblio certamente utile a sopravvivere, ma pur sempre composto di dimenticanza.

Il tempo è una linea retta che ti passa in mezzo al cuore, e lo spezza.

 
 
 
 
 
 

5. I ritorni

 
 

Uno dei problemi più gravi all’interno delle separazioni sono i ritorni. Ritorni reali, ritorni fittizi, ritorni consolatori o ritorni vendicativi. I ritorni sono una realtà molto più frequente di quanto si possa immaginare. Perché quando uno dei due soggetti che componevano la coppia tenta un’altra vita nella maggior parte dei casi farà un piccolo passo indietro, una telefonata, una lettera, alla persona che ha lasciato. E che inevitabilmente gli manca. Perché nessun essere umano è di pietra anche se lo vuole sembrare, e nessuna nuova felicità riesce inizialmente a compensare pienamente il ricordo della passata felicità.

Ma i ritorni sono pericolosissimi per chi ancora ama e subisce l’arrivo della telefonata, o della lettera. Perché si vede aprire una porta che pensava chiusa o immaginava almeno socchiusa con la chiara consapevolezza di autoingannarsi. Ora io non so se i ritorni possano essere reali, se siano capaci di far maturare le persone o se siano solo consolatori per l’egoismo di chi ritorna per un istante. So per certo che sono pericolosi perché fanno battere fortissimo un cuore. Un cuore che dovrebbe stare fermo come il tempo. Un cuore che dovrebbe avvizzire per non soffrire.

I ritorni sono una speranza irrealizzata. Sono uno schermo appannato. Onestamente nemmeno io, che sto scrivendo o tentando di scrivere questo trattatello sulle separazioni, so dirvi cosa c’è dietro a questo schermo.

 
 
 
 
 
 

6. Gli amici

 
 

All’interno della sfera delle separazioni gli amici rivestono un ruolo fondamentale. Un nuovo amore spesso isola dagli amici, dal proprio lavoro, dai propri impegni anche. Almeno all’inizio. Una separazione invece ti lancia ferocemente dentro una vita sociale fittissima nel momento in cui proprio non ne hai voglia. Ma ne hai bisogno.

Nelle separazioni gli amici sono telefonate, mail, messaggi vari di consolazione che vanno dalla dolcezza a un’appuntita espressione di forza. Tutto sempre all’interno delle migliori intenzioni. Ma è la solitudine l’elemento più naturale nella separazione, per cui gli amici spesso vengono accolti con fastidio. Un fastidio necessario, apprezzato anche, ma sempre fastidio. Per poi arrivare alla ricerca di loro nel momento in cui, fossero anche passati solo dieci minuti, non ti chiamano.

Spesso accade che perda di significato anche l’attesa di complicità degli amici e si ascolti quello che più intelligente degli altri (o che viene ritenuto tale) dice “tornerà, ha solo una sbandata”. Non ci credi, ma vorresti. Sono parole come acqua fresca per un assetato.

Già l’amore è un essere assetati di qualcosa che non puoi trovare da solo. Già l’amore è un estremo bisogno della saliva dell’altro per placare i morsi dello stomaco. La separazione accentua questo stato e porta alla ricerca di una qualunque cosa che sia in grado di acquietare questo bisogno. A volte sono gli amici, a volte incontri occasionali più o meno squallidi.

Una persona quando viene lasciata è come la foglia che non vuole cadere dall’albero e per questo si attacca ad ogni raggio di sole. Anche se provvisorio. Anche se amico, o nemico. Perché nelle separazioni tutto ciò che non è amico è nemico e tutte le definizioni si estremizzano nelle loro più dirette conseguenze. Il bene o il vuoto.

Il contrario del bene infatti non il male. È un errore comune pensare che nella linea delle cose da una parte ci sia la felicità e dall’altra parte il dolore. Non è così. Dall’altra parte c’è il vuoto, la sagoma cava, inespressiva, cristallizzata in una fotografia in bianco e nero, di chi manca. E allora ci metti dentro qualunque cosa possa riempire quei contorni ma non è possibile.

Un vuoto resta sempre un vuoto, e la sua incolmabilità è la natura stessa dei suoi bordi.

 
 
 
 
 
 

7. La vita dell’altro

 
 

Una delle insidie più comuni nel dolore di una separazione è quella nebbia di cui ho parlato alcune righe fa. Una nebbia che nasconde, deforma, trasforma e permette una percezione deviata dell’altro che abbraccia la totalità della sua vita. Nella separazione vediamo l’altro felice, colmo di una gioia che noi non siamo stati capaci di donargli, i suoi sorrisi diventano emblemi e perdono la loro realtà. Perché in effetti tutto perde la sua realtà, o se ne allontana.

Ma la vita è sempre la vita. E le persone sono sempre persone. Una mia vecchia zia diceva che possiamo cambiare compagno quante volte vogliamo ma i problemi che noi abbiamo ci vengono dietro, ci stanno addosso, e prima o poi riemergono. E le conclusioni diventano sempre simili.

Uno degli elementi più caratteristici di una separazione è anche la non riconoscibilità dell’altro. Perché lo vedi intento a fare cose che con te non avrebbe mai fatto, vedi cambi integrali di abitudini, di posizione in relazione a ciò che prima condividevate. Quella persona che conoscevi all’improvviso non c’è più.

Ma la vita ha delle regole che non si possono aggirare od ovviare. La vita è composta di risvegli e stipendi e gelosie e litigate e piedi sporchi, e cose che comunque non funzionano. Perché la felicità, anche se piccola, non dura mai abbastanza. E questa è una regola a cui sono sottoposti tutti gli uomini e tutte le donne di tutte le parti del mondo e del tempo.

La nebbia non mostra la realtà ma ci mette uno specchio davanti. Perché quando immaginiamo questa sconfinata felicità dell’altro in realtà guardiamo il nostro vuoto. Così fondo da apparire sconfinato e inconoscibile.

 
 
 
 
 
 

8. La follia

 
 

C’è una deviata formula umana, oggi imperante, che vuole l’essere umano funzionare come si suol dire a compartimenti stagni. E tali compartimenti appaiono più come un’omologazione che come una definizione di essere umano. Perché non si può negare e sopprimere la natura lasciando accadere solo quei comportamenti e quelle emozioni comunemente riconosciute come adeguate. L’amore non è comune né adeguato. L’amore è la forza primigenia che più si avvicina alla follia. Se volessimo per un istante immaginare (e di questi tempi non è così semplice) l’esistenza di Dio dovremmo anche accettare che il suo atto di Creazione, che chiediamo e crediamo essere un atto d’amore, fu probabilmente un atto di follia. Perché quel Dio onnipotente e onnisciente sapeva già come sarebbe andata a finire per l’uomo. Ne conosceva già il dolore. Ne consegue che la Creazione fu o un errore o un atto di estrema follia.

Ma la follia non è necessariamente sbagliata. Questo deviato autoconvincimento di normalità ci ha fatto dimenticare che la vita umana non è altro che un gioco della follia5. Bisogna capire, oggi, che l’uomo non può essere costretto dentro un vestito troppo stretto ma va compreso nella sua totalità. Che è fatta anche di vuoto, di buio, di terra dura e nera. E se accettiamo che Dio fu folle a creare l’uomo, quanto folle allora può essere un uomo o una donna che ama. Quanto diritto, cioè, ha di esserlo.

Nella separazione la persona lasciata vive e tocca a fondo tale follia e diventa capace delle cose più inusuali. C’è chi spia, c’è chi urla, c’è chi spacca le cose e chi gira di notte intorno alla piazza di una città senza un punto d’arrivo. C’è chi si chiude in casa, chi diventa violento, chi piange e chi si getta nelle cose più facili e immediate che riesce a trovare. E tutto questo il mondo lo chiama vergogna o imbarazzo dimenticando che è solo uomo, profondamente e completamente uomo.

Uno degli elementi che più rappresentano la complessità di questa follia è infine la gelosia. Una gelosia feroce nell’immaginare l’altro ma allo stesso tempo pronta a svanire di fronte alla sua presenza. Una gelosia che è composta paradossalmente da un’impensata capacità di perdonare.

E in effetti anche il perdono altro non è che una forma sublimata di follia, che chiamiamo amore.

 
 
 
 
 
 

9. Ciò che resta

 
 

Ciò che resta accade sempre di notte. Quando non puoi dormire e cammini e sei come quelle cabine telefoniche che sono state dimenticate, come il lampione che si spegne quando passi, come l’auto che ti corre accanto senza guardarti. Ciò che resta sono sempre lembi di ricordi, foto, immagini sparse che ritrovi nei cespugli, nei muretti, nei pezzi di locali che puoi guardare solo dall’esterno. E tutto questo ti entra dentro e non ti lascia riposare perché non c’è giustizia nella notte. Quella stessa notte che era fatta per amare, per avere, per sentire. Quella stessa notte che era fatta per stare assieme.

E ricordi il colore dei capelli, la lunghezza delle dita, ricordi il profumo delle gambe e non importa se sono state gambe maschili o femminili né se tu sei uomo oppure donna. Perché il profumo delle gambe è sempre il profumo delle gambe e stringerle non ha alcuna forma, non ha sesso, non ha alcuna pace. È l’amore a non essere pace. È l’amore a non avere pelle né capelli se non quelli della persona amata. È l’amore a non avere giustizia se non il respiro della persona che è essenziale per te. E che tu diventi.

Occorrono troppe vite per farne una6 e nella separazione senti chiaramente che la tua vita non basta, che il cuore non batte abbastanza forte e i polmoni non hanno più la stessa forza di ossigenare la tua notte. Ma la notte continua, lenta, crudele nel suo restituirti brani della persona che ti ha lasciato, e tu continui con lei in questo aspro autoalimentare il male.

Ciò che resta è solo un rigirarsi del pensiero che non dorme, l’irrequietudine di un desiderio che non si è più placato. Perché occorrono troppe vite per farne una, e la tua non è più tua.

L’amore non è giusto, nemmeno la sua fine.

 
 
 
 
 
 

10. Conclusioni

 
 

Le conclusioni in una separazione non sono mai veramente possibili. Perché la separazione è tutto ciò che continua dopo una fine, un’interruzione spesso involontaria di un percorso che è stato una vita. E tutto si cristallizza, si amalgama in realtà e irrealtà fino a diventare memoria e mito e dimenticanza. È forse la dimenticanza l’unica similitudine che si avvicina, per definizione, alla conclusione.

Ma la dimenticanza, come ho già accennato, è un cancellare ciò che è stato dal proprio cuore fino a vederne la pochezza, la rinunciabilità, per aprirsi a nuove e migliori realtà. È un meccanismo di sopravvivenza umano ovvio, quasi banale. Sicuramente efficace.

Forse avrei dovuto terminare questo piccolo trattato sulle separazioni con un bagliore di luce. Ma ho cercato di essere onesto e voglio chiudere con altrettanta onestà sottolineando quanto il dubbio resti sempre lo stesso. Nella nuova realtà possibile non esiste una vera e propria certezza che ciò che si è perso sia stato così inferiore a ciò che ci aspetta. Tanto rinunciabile e non tanto prezioso da doverlo dimenticare per sopravvivere. Non è vero che chiusa una porta si apre un portone. Questi sono solo sciocchi meccanismi di consolazione. La separazione cambia la percezione e cambierà per sempre i connotati di ciò che si è vissuto. Succederà dopo un mese, o dopo dieci anni. Ma la percezione della realtà non è e non sarà mai la realtà.

Quello che sappiamo senza ombra di dubbio è che cambiamo noi, come animali umani che devono proseguire un’esistenza.

 
 
 
 

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Note:

1          Mario Fresa, poems/essays/translations

2          Paula, Isabel Allende (Feltrinelli 2002)

3          Taccuino veneziano di lei a Parigi

4          Poesie d’amore a una donna che fa la pipì

5          Elogio della Follia, Erasmo Da Rotterdam

6          L’estate, Eugenio Montale (in Le occasioni)

 
 
 
 

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