Taccuino veneziano di lei a Parigi

parigi

fonte immagine: freepik.com

 
 

Un po’ alla volta e non di colpo
sale il prezzo di non andarsene prima

Mary Barbara Tolusso

 
 
 
 

Il punto d’incontro fra due auto
                         o due treni
è sempre lo schianto, il
segmento spezzato delle linee
d’incontro fra due bocche, e il taccuino
che mi avevi regalato a Venezia
dove ancora ti scrivo qualche verso.
Come le persone quando si incontrano
o non si incontrano mai.

 
 
 
 
 
 

È sempre troppa la distanza
tra Parigi e Trieste,
io col treno, tu con l’aereo
e mano nella mano un sorriso
che sembra ti faccia felice.
Purtroppo non ho calligrafia
per fotografare questo sole
che innamorandoti mi schianta.

 
 
 
 
 
 

Ho scritto le mie prime poesie
in treno, e ancora non cambia.
E ti scrivo ancora da un viaggio
che anche se si muove
non arriva da nessuna parte.
Perchè è la vita che non si muove
mentre tu giri le ginocchia
che avevi belle e sei lontana.

 
 
 
 
 
 

Penso si potrebbero contare
i riflessi delle cose che non sono.
Ed essere poeti, a volte, o simili,
quindi capaci di una qualche
parola, forse una metafora,
un’allegoria protratta
come quando lui ti prende tra le braccia
la bocca tutta e te la bacia.

 
 
 
 
 
 

Dicono si possa misurare
il futuro, interrogando i tarocchi.
Viene fuori il gatto, l’amore
rovesciato, e una felicità plausibile.
Bisogna però mescolarle bene
e per almeno quattro volte
prima di accettarne il vuoto.

 
 
 
 
 
 

Sembra inverosimile parlare
alla ragazza all’altro lato
della stanza, che non è stanza.
E ci muoviamo ancora al sole fisso
al suo tramonto
e alla tua foto alla vetrina
e al tuo letto parigino che risolve
solo per un istante
il puzzle della tua felicità.

 
 
 
 
 
 

Stanotte ti vedrò sorridere
e faticherò a rileggere i miei versi
scritti nel tuo taccuino
perchè realizzare qualcosa in movimento
ha sempre un nonsoché di precario,
una frazione che non dice il tutto,
un cane che passa con la museruola
troppo stretta anche per guaire.

 
 
 
 
 
 

Penso il dolore faccia bene.
Misura la tensione delle vene
che portano tutte quelle immagini
che ci siamo lasciati indietro, i
suoni, gli odori nelle stanze.
Come quando facendo l’amore inspiri
il rumore dell’altro
e ti sembra bellissimo.

 
 
 
 
 
 

La nostra vacanza più bella
dicevi essere stata Manfredonia.
L’alba in Friuli, il tramonto in Puglia.
E adesso che hai Venezia, Roma,
Parigi, a me resta quella Manfredonia
che ci aveva visti abbracciati
e soli nella riva
come solo è tutto questo mare.

 
 
 
 
 
 

Si pensa che per scrivere si debba
stare in qualche modo male
ma è una bugia. È per stare
male che bisogna scrivere
trovando le parole più adatte, i
compromessi più giusti
come le sue mani fra i tuoi capelli.
È per stare male che si scrivono
le cose più dolci come poesie.

 
 
 
 
 
 

Una porzione monodose di pensiero
per poterti pensare forse una
                         forse due
volte al giorno, col dolcificante
da mettere nel caffè. Io
invece smetto di usare perfino
lo zucchero perchè mi basta
la seta delle tue calze
per addolcire il mio male senza te.

 
 
 
 
 
 

Proprio non avrei potuto restare
nel locale a bere e a parlare
pensando a te nell’altra parte
della mia vita o semplicemente
di quest’ingiusto atomo di tempo
a lezione con un bicchiere, in mano
una forchetta, un bacio alla francese,
le persone che parlano fra loro
in una lingua che non conosco.

 
 
 
 
 
 

I poeti chiedono sempre i poeti.
Anche al buio, al buio del ritorno
da Trieste a Pordenone
dopo aver visto un amico di famiglia.
Ma questa non è Roma, non è
Venezia e nemmeno Ferrara
o il divano parigino in cui disegni
ma solo la fine dell’autostrada
appena sotto la fine dei binari.

 
 
 
 
 
 
 
 

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