Un vuoto duro come un sasso – Eugenio Montale

montale

 

La settimana scorsa ho tenuto il primo incontro del Corso di Lettura e Scrittura poetica a Maniago (qui il resoconto della lezione) e come compiti per casa ho chiesto di copiare le due sezioni di Xenia di Montale. Un esercizio che trovo efficacissimo per acquisire strumenti e orecchio in poesia. So che Montale è uno di quegli autori da cui tutti siamo partiti e che oggi tutti snobbiamo perchè inflazionato, onnipresente, da superare. Io stesso devo ammettere che era un po’ che non lo riprendevo in mano e mi sono scoperto affascinato dal Quaderno di quattro anni che mi aveva sempre lasciato perplesso. Adoravo, e adoro ancor oggi, il primo Montale. Da Satura in poi devo dire riscontravo una leggibilità più complessa, meno vicina. Eppure adesso, pur non riuscendo ad apprezzare tutti i testi, trovo delle perle che, sarà perchè sono anche io cresciuto, iniziano a farsi capire. E quindi li copio pure io in linea coi compiti dati alla classe del Corso di Lettura e Scrittura poetica.

 
 
 
 
 
 
Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaìto né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, è strano, nella mia insonnia.
 
 
 
 
 
 

L’opinione
 
Al tempo dei miei primi vaneggiamenti
non era ancora nata l’Opinione.
Ora essa dilaga, s’è persino cacciata
nelle scuole elementari.
Sempre meno opinabile l’incontro con un Messia
inascoltato che dica non pensate.
La vita non ha molto da fare
con l’uomo e tanto meno con le idee.
E che avrebbe poi da fare la vita?
Questo non è insegnato dalle mirabili
sorti di cui si ciarla.
C’è chi lo sa magari ma ha la bocca
sigillata e non parla.
 
 
 
 
 
 
Per un fiore reciso
 
Spenta in tenera età
può dirsi che hai reso diverso il mondo?
Questa è per me certezza che non posso
comunicare ad altri. Non si è mai certi
di noi stessi che pure abbiamo occhi
e mani per vederci, per toccarci.
Una traccia invisibile non è per questo
meno segnata? Te lo dissi un giorno
e tu: è un fatto che non mi riguarda.
Sono la capinera che dà un trillo
e a volte lo ripete ma non si sa
se è quella o un’altra. E non potresti farlo
neanche te che hai orecchio.
 
 
 
 
 
 
Sotto la pergola
 
Sulla pergola povera di foglie
vanno e vengono i topi in perfetto equilibrio.
Non uno che cadesse nella nostra zuppiera.
Credo ne siano passate
negli anni più generazioni
in una quasi simbiosi
con gli occupanti di sotto.
Certo non era poca la differenza
di status, di abitudini e di lingua.
Di lingua soprattutto. Nullameno
l’intesa era perfetta e nessun gatto
sperimentò l’ascesa della pergola.
Mi resta qualche dubbio sulla zuppiera
che suggerisce immagini patriarcali
del tutto aliene dalla mia memoria.
Non ci fu mai zuppiera, mai dinastie
di roditori sul mio capo, mai
nulla che ora sia vivo nella mia mente.
Fu tuttavia perfetta con ore di tripudio
la reticenza, quella che sta ai margini
e non s’attuffa perchè il mare è ancora
un vuoto, un supervuoto e già ne abbiamo
fin troppo, un vuoto duro come un sasso.
 
 
 
 
 
 
Il fuoco e il buio
 
Qualche volta la polvere da sparo
non prende fuoco per umidità,
altre volte s’accende senza il fiammifero
o l’acciarino.
Basterebbe il tascabile briquet
se ci fosse una goccia di benzina.
E infine non occorre fuoco affatto,
anzi un buon sottozero tiene a freno
la tediosa bisava, l’Ispirazione.
Non era troppo arzilla giorni fa
ma incerottava bene le sue rughe.
Ora pare nascosta tra le pieghe
della tenda e ha vergogna di se stessa.
Troppe volte ha mentito, ora può scendere
sulla pagina il buio il vuoto il niente.
Di questo puoi fidarti amico scriba.
Puoi credere nel buio quando la luce mente.
 
 
 
 
 
 
L’omicidio non è il mio forte.
Di uomini nessuno, forse qualche insetto,
qualche zanzara schiacciata con una pantofola
sul muro.
Per molti anni provvidero le zanzariere
a difenderle. In seguito, per lunghissimo tempo,
divenni io stesso insetto ma indifeso.
Ho scoperto ora che vivere
non è questione di dignità o d’altra
categoria morale. Non dipende,
non dipese da noi. La dipendenza
può esaltarci talvolta, non ci rallegra mai.
 
 
 
 
 
 
In negativo
 
È strano.
Sono stati sparati colpi a raffica
su di noi e il ventaglio non mi ha colpito.
Tuttavia avrò presto il mio benservito
forse in carta da bollo da presentare
chissà a quale burocrate; ed è probabile
che non occorra altro. Il peggio è già passato.
Ora sono superflui i documenti, ora
è superfluo anche il meglio. Non c’è stato
nulla, assolutamente nulla dietro di noi,
e nulla abbiamo disperatamente amato più di quel nulla.
 
 
 
 
 
 
 
 

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