Libri vs Saponette

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Alcuni giorni fa sull’Espresso è uscito un bell’articolo di Paolo Di Paolo (versione integrale qui) che avvertiva gli Autori del 2016 sul panorama editoriale in cui si sarebbero trovati: Caro scrittore esordiente del 2016, buon anno, il paesaggio non è più lo stesso. I tuoi sogni, le tue ambizioni faranno i conti con un mondo editoriale che, nel corso degli ultimi mesi, ha vissuto quasi un terremoto. Che cosa è successo? Sì, questo lo sai, Mondadori Libri ha acquistato Rcs Libri: il gigante cosiddetto “Mondazzoli” è pronto a controllare circa il 35% dell’intero mercato editoriale e a troneggiare sulla scena. Ma sarà poi così? I piedi, al momento, sembrano d’argilla, si muovono incerti in una nebbia che si taglia a fette. No, non è in pericolo la libertà d’espressione, stai tranquillo. C’è allora qualcosa a rischio? Quella che qualcuno ha chiamato “bibliodiversità” lo è già: tutto potrebbe somigliare sempre di più a tutto, titoli, copertine, stili, un immane pasticcio senza identità, 50mila (tanti sono, più o meno, i titoli sfornati in Italia ogni anno) sfumature di grigio. Ma d’altra parte l’editoria è un mercato, non ha senso scandalizzarsi: gli amministratori delegati hanno sempre l’ultima parola e giustamente vanno per le spicce, giustamente sono laureati in Economia e commercio, di solito mostrano per la letteratura la stessa sensibilità di un televisore o un frigorifero.

Gli spunti dell’articolo sono molti e interessanti: Ma come, ti chiederai tu, non erano matrimoni indissolubili, una volta, i sodalizi editoriali? Lo erano, sì: Pavese o Morante ed Einaudi, Pasolini e Garzanti, Moravia e Bompiani, Tabucchi e Feltrinelli, storie d’amore tempestose che duravano una vita. Come quelle dei nostri nonni arrivati alle nozze di diamante. Ma il punto era, come in un matrimonio, il progetto. Un editore scommetteva sulla durata, sul percorso: sul fatto che il giovane Italo avesse il tempo di diventare (e di restare) Calvino. In questo primo tratto del Duemila, ogni libro è un progetto a sé: si ricomincia sempre daccapo. La memoria è corta, la vista miope. Più che lo scrittore, conta il singolo romanzo: il verbo più in uso negli uffici editoriali è “funziona”. Basta che funzioni, direbbe Woody Allen. E se non funziona? Be’, se non funziona, si prende tempo, ci si annoia, poi si cambia. Lasciamoci così senza rancor. Le case editrici sono appartamenti in affitto, non sperare di lasciare il tuo spazzolino in bagno. Non sei forse cresciuto al tempo della flessibilità? Bene, hai i muscoli allenati.

Paolo Di Paolo avverte anche di una minima controtendenza che in qualche modo può apparire come un’occasione, come quel 2% di possibilità che giustificano il rischio. La media e piccola editoria di ricerca non è mai morta, resiste, continua a difendere un’alternativa, e i risultati si vedono: nei primi dieci mesi del 2015 è cresciuta per numero di copie e fatturato (quasi il 2% in più rispetto all’anno precedente, mentre i grandi hanno perso il 2,8). Comunque, anche nella selva abbastanza oscura della grande editoria le piste ci sono, si aprono qua e là, magari quando gli amministratori delegati sono distratti, ma si aprono. È pieno di gente che ama davvero i libri, che ha mandato giù qualche boccone amaro, ma ha ancora molta voglia di fare. Truman Capote ti direbbe che il mondo in cui si è fatto largo lui, venendo dall’Alabama, non era meno complicato, ispido e ambiguo. Leggi il suo Preghiere esaudite. O Festa mobile di Hemingway, se ti serve qualcosa di epico. Parti sempre dall’entusiasmo, fidati del talento. Tanto vale provarci.

Ad oggi, che io sappia (ma potrei sbagliarmi o potrebbero uscire proprio mentre scrivo queste righe), è stata pubblicata una sola risposta di Andrea Temporelli (qui). E servirebbero davvero «entusiasmo» e «talento», cioè le doti che tutti, ma proprio tutti, in fondo si riconoscono. Ebbene, sai che ti dico? Che non è vero niente, non sono più d’accordo con te e con me stesso. Gli squali travestiti da pesciolini rossi sono veramente pesciolini rossi. E la letteratura non è governata dal Mercato, perché ciò che adesso riempie gli scaffali dei supermercati e foraggia le discussioni buone per i quotidiani non è letteratura. E cercare di personalizzare i libri-saponetta con un po’ di colore e di profumo non è la strada giusta. Perché non si scrive per compiacere il lettore, ma per attraversare sé stessi e sbucare dall’altra parte, facendo marameo allo spettacolo e persino al successo, alle comodità, all’inerzia del mestiere e della propria identità consacrata. La letteratura è ancora questa scelta etica fondamentale. Direi anzi che non è nemmeno una scelta, perché altrimenti la scrittura si intossica da sola: è una predisposizione naturale, un’adesione spontanea. Se si può intercettare un pubblico, si dovrà riuscire insistendo in questa direzione. Capisci? Il pubblico ti deve leggere per sbaglio: la partita è solo con certi interlocutori che tu stesso ti sei eletto: una squadra di vivi e di morti che è più importante della sigla editoriale, dello sponsor che ti promuove, del procuratore che ti assicura la carriera. Anche l’editore insomma, quando possibile e tutte le volte che è possibile, va sfruttato come un equivoco favorevole.

Posto che, come è noto a chi mi segue, io mi occupo di piccola Editoria e nello specifico di Editoria di Poesia, voglio provare a fare qualche riflessione in merito. Che i libri siano come saponette è cosa di cui ho già parlato ed è cosa che in fondo ha una sua ovvietà abbastanza chiara. Addirittura banale. I libri sono degli oggetti, nulla di più e nulla di meno, hanno dei costi di produzione, di promozione e di distribuzione. Ma a onor del vero i libri sono prodotti molto più onerosi, a livello di costi, delle saponette. Se infatti un ipotetico inventore X inventa la saponetta G essa avrà, oltre i costi di produzione e via dicendo succitati, anche i diritti d’uso dell’invenzione da versare al Signor X. Ma la saponetta avrà milioni di copie e sarà utilizzata molto probabilmente per un periodo discretamente lungo di anni. Non avrà necessità di subire particolari trasformazioni da un paese all’altro (se proprio non la confezione). Se invece immaginiamo un libro credo siamo tutti d’accordo che le copie di quel libro saranno comunque inferiori dei pezzi di saponetta. Giocoforza si capisce che il produttore della saponetta ammortizzerà il costo dell’utilizzo dell’idea in molti più pezzi rispetto al libro. Per cui il guadagno del produttore di saponette sarà (infinitamente) superiore a quello dell’Editore che deve pagare i diritti d’Autore su un numero molto inferiore di pezzi potenzialmente vendibili. Detto questo dobbiamo anche considerare che portare una saponetta dall’Italia alla Francia implica un semplice cambio di confezione, mentre il libro obbliga a un costo di traduzione che spesso non è così ininfluente. In sintesi voglio dire che i libri sono come saponette perchè obbediscono alle medesime regole di mercato, ma non sono come saponette perchè in effetti hanno dei costi molto maggiori.

Ora bisogna mettere in campo anche un altro dato di fatto: un prodotto deve essere vendibile e il fattore discriminante non è certo il produttore, ma il cliente. In Editoria purtroppo non è nato ancora nessun Steve Jobs capace di creare, al posto del prodotto, il luogo dove inserire il prodotto di fatto costituendo un nuovo mercato. In Editoria, se si vuole reggere l’insieme dei costi di cui sopra, bisogna vendere il libro. E se una volta appunto l’Editore si poteva permettere di proporre nomi perchè la sua clientela lo seguiva con fiducia e (perchè no) competenza, oggi il lettore non segue più l’Editore. Oggi il lettore non compra più il libro di qualità ma il libro dell’autore che conosce. Che poi la conoscenza passi attraverso (l’ex) tubo catodico ecco spiegata la nuova strategia di marketing editoriale che come in ogni attività che esiste (e che vogliamo che ci dia da mangiare mese dopo mese) ha tutto il sacrosanto diritto di esistere. Altrimenti l’attività/Casa Editrice chiude. Personalmente considero questa evoluzione non come un abbassamento del livello culturale dell’Editoria ma semplicemente come un abbassamento del livello culturale della domanda. Che poi questa semplice constatazione ci faccia paura per la sua banalità, questo è un altro discorso.

Paolo Di Paolo comunque dice di tentare lo stesso la strada della qualità, Temporelli inizialmente osa perfino il termine scelta etica. Certo l’ideale bello e nobile della letteratura va mantenuto ma anche contestualizzato. L’unica scelta che personalmente vedo è quella del gruppo e non quella dello sbaglio, che però non può prescindere dall’attività dell’Editore. Certo adesso parlo da piccolo Editore ed è chiaro. Ma sono i piccoli Editori di oggi quelli che portano avanti ricerca, sperimentazioni, sono loro a cercare/trovare gli Autori e a farli crescere. E lo possono fare perchè hanno dimensioni talmente ridotte che non subiscono il peso economico delle sorelle maggiori e soprattutto perchè hanno una filosofia sensibilmente differente. Nella piccola Editoria non si vendono saponette ma si comprano lettori. Uso volontariamente questo termine perchè quanto il piccolo Editore dà per un corrispettivo di 10 euro ha un valore molto ma molto più ampio di quei 10 euro. Non solo per il valore in sé del prodotto, ma anche per la mole di lavoro che ha portato a quel prodotto. E comprare lettori significa farli affezionare, legarli alla Casa, all’Autore, significa nella maggior parte dei casi legare l’Autore ai suoi lettori. E oggi, purtroppo, questo è uno dei pochi dialoghi veramente possibili.

Alcuni giorni fa ero a Udine e parlavo con Gian Mario Villalta e Alberto Garlini quando quest’ultimo ha detto una cosa che mi ha molto colpito: la cultura non è nella fascia alta della letteratura, cioè quella della grande Editoria, quanto non è nella piccola che è appannaggio della piccola Editoria. Sta nel mezzo. Lì si trovano le perle. Certo non posso dire di essere completamente d’accordo soprattutto quando si cita la piccola Editoria, ma il ragionamento in sé non fa una piega. Motivo per cui non credo che oggi si possa parlare di pesci rossi o squali ma semplicemente di una biodiversità dove in una zona trovi determinate cose in un’altra altre. E questa biodiversità è una decisione non degli Editori, ma dei lettori. Di coloro cioè che decidono quali prodotti comprare e quali no.

Che poi l’Autore veda nell’opera un valore aggiunto altissimo e meritorio delle più elevate tirature e prestigi è cosa che si può ben capire e ben giustificare. L’uomo è fatto così. Ma poi c’è il problema delle vendite. Grande opera non implica vendite. Dieci minuti in televisione implica vendite. Vendite implicano successo. La domanda, ripeto, pone queste regole e non se ne esce perchè in fondo questa è l’unica scelta che viene fatta. È una scelta compiuta dai lettori, e che gli Editori subiscono. E che gli Autori non accettano. Una scelta che in qualche modo la piccola Editoria circumnaviga puntando al gruppo dei lettori, puntando al piccolo, alla misura. Tutto questo la piccola Editoria lo ha capito.

La domanda però è un’altra: e gli Autori? Lo capiscono?

 
 
 
 
 
 

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