Non fermarti, accarezzami i piedi

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Potrei pensare alle tue gambe
come a un’ipotesi del giorno
se solo tu ci fossi ancora. Di te
ricordo quello sguardo contro Dio
quando ti baciavo proprio lì
dove la terra si unisce al cielo.
Perchè siamo tutti uguali a questo mondo
anche se veniamo da rive opposte
e non sappiamo riconoscerci.

 
 
 
 
 
 

Potrei pensare ai tuoi capezzoli
sotto ai monti che avrei immaginato
appena più grandi, ma sensibili
come la terra nella sua giovinezza
quando il magma erano le piante
e le scintille erano farfalle.
Non si può fantasticare e amare
nella stessa giornata e sui tuoi piedi.

 
 
 
 
 
 

Ricordo che non sapevi dire
da dove venisse il tuo piacere.
Se dall’emisfero australe o boreale
del tuo corpo o da quei dieci minuti
che ti bastavano sulla poltrona o
dalle troppe ore della notte
nascosti in un albergo
per arrivare a una privata apocalisse
che tu stessa mi avevi preparato.

 
 
 
 
 
 

Non fermarti, accarezzami i piedi
quando io ti sono sopra
. Tre anni
e qualche costellazioni in moto
come se noi fossimo importanti.
Una nuova geografia. Ma il mondo
gira sempre nello stesso senso, lì
sul tuo fianco sinistro,
dove anche il tempo è più sensibile.

 
 
 
 
 
 

Eppure non bastano due giorni
a descrivere la tua lunghezza.
Un letto fatto con un cucchiaio,
un muro colorato male
e io che arrotolavo le mie dita
e tu che dicevi di spingere più forte
nella caverna dei tuoi sensi.
La chiamavi la mia casa. Così
anche quel muro sembrava bello.

 
 
 
 
 
 

L’elasticità d’un corpo non è data
dalla misura dei suoi muscoli
o dalla rilassatezza delle ossa.
Così ti piegavi incontro a me
a farmi guerra nel silenzio
perchè entrambi imparassimo che
non è la schiena che si curva
ma è il cuore che si allarga.

 
 
 
 
 
 

Penso che leggendo questi versi
mi diresti parli sempre di misura
quasi fossi un righello o un foglio
.
Come quella volta imbarazzata
quando mi dicevi di non guardarti
                    così aperta e nuda.
Quando la misura non era il foglio
ma la mia incapacità di sostenerlo.

 
 
 
 
 
 

Forse siamo stati bene assieme.
Un giorno, un’ora, un
reggiseno col brillantino in mezzo
o un paio di calze colorate
che avevamo comperato assieme.
In fondo tutto è ripetibile.
Cambiando l’ordine degli addendi
il risultato non cambia.
 
 
 
 
 
 

Ho ritrovato il tuo orecchino
dopo tre, quattro anni
che l’avevi perso. Pareva impossibile
fosse ancora tra quei sassi
ad aspettare un lobo, uno sguardo
che dicesse “tu sei bella”.
Meno impossibile
che io fossi ancora lì a cercarlo.

 
 
 
 
 
 
 
 

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