Orientarsi con le stelle – Raymond Carver

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Una delle cose che mi hanno sempre affascinato della poesia è la sua capacità di essere geografia, mappatura più o meno definita di sé. La poesia è specchio, è una strada che coi suoi tornanti sa spiegarti chi sei. Te lo sa ricordare. Non tradisce questa pur semplice definizione Orientarsi con le stelle di Raymond Carver (Minimum Fax 2006, poi riedito nel 2013 da cui l’edizione in mio possesso). Carver è uno dei maestri della poesia americana (1938-1988) che sa essere limpido e chiaro, pulito ma arzigogolato, sa comunicare l’esperienza di una vita vissuta ma con la trasparenza di un racconto dettato a voce.

Devo ammettere che non sono riuscito ad affrontare l’intero volume di Carver in quanto, per mia disposizione, venivo letteralmente assorbito e attratto (una sorta di magnetismo poetico) dai testi più inerenti il rapporto con una donna. Non me la sento di definire tali testi semplicemente d’amore in quanto le loro sfumature sono veramente molteplici, composite. Dai riferimenti all’amica con cui ci siamo toccati alla moglie piacevole quando non proprio nuda (con un sorriso memorabile mentre è in bagno). Fino all’attenzione minuziosa per le sue pantofole che a ben vedere è un dolcissimo atto d’amore trasfigurato dal tepore che di lei vi resta, e nella sua esclamazione quando le ritrova. Per poi arrivare alla sua partenza nella quale le cose assumono un nuovo valore (da buttare/riutilizzabile) a parte il letto che non trova più alcuna collocazione né spiegazione.

Vi è una sorta di disperata dolcezza o dolcissima disperazione in Carver, un essere testimoni disarmati delle cose che ti comunicano le presenze umane e i loro significati. O almeno questo a me dice il verso del poeta americano allo stesso tempo instillandomi un senso di spaesamento. Perchè non riesco a comprendere se in quest’apparente limpidezza ci sia l’Autore o se l’Autore sia stato capace di estrarre da me in quanto Lettore determinati pezzi di vita che nel suo verso acquisiscono nuova luce. Un orientamento, per fare il verso al titolo, che è quella mappa e geografia di cui parlavo poc’anzi.

Espressione, per quanto mi riguarda, di una grande poesia.

 
 
 
 
 
 

Fortuna

 
Avevo nove anni.
Ho vissuto con l’alcol
tutta la vita. Bevevano
anche i miei amici, loro però lo reggevano.
Prendevamo le sigarette, la birra,
un paio di ragazze
e andavamo via, al fortino.
A fare gli scemi.
Certe volte si fingeva
di svenire, così le ragazze
dovevano curarti.
Ti mettevano le mani
nei pantaloni mentre
tu te ne stavi lì cercando
di non ridere, o magari
erano loro che si mettevano giù,
chiudevano gli occhi e
ti lasciavano trafficare dappertutto.
Una volta a una festa papà
venne alla veranda di dietro
a fare un goccio d’acqua.
Sentivamo le voci
più alte del giradischi,
vedevamo la gente intorno
che rideva e beveva.
Quando papà ebbe finito
si tirò su la zip, per un po’ fissò
il cielo stellato – era sempre
stellato allora
nelle notti d’estate –
e tornò dentro.
Le ragazze dovevano andare a casa.
Dormii tutta la notte al fortino
con la mia migliore amica.
Ci baciammo sulle labbra
e ci toccammo.
Vidi le stelle svanire
verso il mattino.
Vidi una donna che dormiva
sul nostro prato.
Sbirciai sotto la sua gonna,
poi mi feci una birra
e una sigaretta.
Ragazzi, questa è vita,
pensavo.
Dentro, qualcuno
aveva spento una sigaretta
nel barattolo della senape.
Buttai giù una sorsata
dalla bottiglia, poi
un tom collins caldo,
poi un altro whisky.
E anche se andavo di stanza
in stanza, in casa non c’era nessuno.
Che fortuna, pensai.
Anni dopo,
avrei ancora scambiato
gli amici, l’amore, i cieli stellati
con una casa vuota, nessuno da aspettare,
e tutto il bere che serve.

 
 
 
 
 
 

Fallimento

 
Ventott’anni, una pancia pelosa che mi sporge
dalla canottiera (esentasse)
sdraiato su un fianco
sul divano (esentasse)
ascolto il suono bizzarro
della voce piacevole di mia moglie (esentasse anche lei).

Siamo nuovi
a questi piccoli piaceri.
Perdonatemi (supplico la Corte)
siamo stati imprevidenti.
Oggi il mio cuore, come la porta d’ingresso,
resta aperto per la prima volta dopo mesi.

 
 
 
 
 
 

Questioni rurali

 
Una ragazza spinge una bicicletta nell’erba alta
tra mobili da giardino rovesciati, l’acqua
che le arriva alle caviglie. Tazze senza manici
navigano sull’acqua scura, e piattini
di porcellana finemente incrinata.
Alla finestra di sopra, dietro tende di damasco,
gli occhi azzurro chiari del fattore la seguono.
Cerca di chiamare.
Frammenti di carta gialla da lettere
fluttuano nell’aria invernale, ma la ragazza
non gira la testa.
Il cuoco è via, nessuno può sentire.
Poi, ecco due pugni sul davanzale.
Si avvicina per udire quel lieve
mormorio, le storie interrotte, le scuse.

 
 
 
 
 
 

Insonnia invernale

 
La mente non può dormire, può solo giacere sveglia,
ingolfata, ad ascoltare la neve che si aduna
come per l’assalto finale.

Vorrebbe che venisse Čechov a somministrarle
qualcosa – tre gocce di valeriana, un bicchiere
d’acqua di rose – qualunque cosa, non importa.

La mente vorrebbe uscire di qui
fuori sulla neve. Vorrebbe correre
con un branco di bestie irsute, tutte denti,

sotto la luna, in mezzo alla neve, senza
lasciare traccia, neanche un’impronta, nulla.
È malata, stasera, la mente.

 
 
 
 
 
 

La strada

 
Che nottata! I sogni o non vengono affatto
oppure si tratta di un sogno che forse forse
annuncia una perdita. La scorsa notte mi hanno abbandonato
senza una parola su una strada di campagna.
In una casa laggiù sulle colline c’era una luce
non più grande di una stella.
Ma avevo paura di andarci e ho continuato a camminare.

Poi mi sono risvegliato al rumore della pioggia sui vetri.
Vicino alla finestra un vaso di fiori.
L’odore del caffè e tu che ti tocchi i capelli
con il gesto di chi non c’è più da anni.
Ma c’è un pezzo di pane sotto al tavolo
accanto ai tuoi piedi. E una fila di formiche
va avanti e indietro da una fessura nel pavimento.
Non sorridi più.

Fammi un favore stamattina. Chiudi le tende e torna a letto.
Lascia perdere il caffè. Faremo finta
di essere in un paese straniero, innamorati.

 
 
 
 
 
 

Sempre alla ricerca del meglio

 
Ora che sarai fuori per cinque giorni,
fumerò tutte le sigarette che vorrò,
dove vorrò. Farò i biscotti e me li mangerò
con marmellata e grasso di pancetta. Poltrirò. Mi concederò
di tutto. Passeggerò sulla spiaggia se ne avrò
voglia. E ne ho voglia, da solo
a pensare a quando ero giovane. Alle persone
che allora mi amavano alla follia.
E a come le amavo anch’io più di ogni altra.
Tranne una. Ti giuro che farò tutto
quel che voglio mentre sarai fuori!
Ma c’è una cosa che non farò.
Non dormirò nel nostro letto senza di te.
No. Non mi fa piacere farlo.
Dormirò dove cavolo mi pare…
dove dormo meglio quando sei fuori
e non ti posso abbracciare come faccio.
Sul divano rotto del mio studio.

 
 
 
 
 
 

Energia

 
Ieri sera a casa sua, dalle parti di Blaine,
mia figlia si è sforzata di spiegarmi
cos’è che non aveva funzionato
tra me e sua madre.
«L’energia. L’energia era sballata tra voi due».
Somiglia a sua madre
quando sua madre era giovane.
Ha la stessa risata.
Si scosta i ciuffi di capelli
dalla fronte proprio come sua madre.
Riesce a consumare una sigaretta
fino al filtro in solo tre tirate,
tale e quale sua madre. Credevo
che questa visita sarebbe stata facile. Mi sbagliavo.
È dura, fratello. Quegli anni
inondano il mio sonno quando cerco
di dormire. Per svegliarmi e trovare mille
cicche nel posacenere e tutte
le luci della casa accese. Non riesco
a fingere di non capire niente:
oggi mi porteranno
a tremila miglia da qui per finire
tra le braccia affettuose di un’altra donna che non
è sua madre. No. Lei è presa
nel volano di un nuovo amore.
Spengo l’ultima luce
e chiudo la porta.
E mi avvicino a quella cosa antica, quale che sia,
che fa girare le catene
e ci fa andare avanti senza scampo.

 
 
 
 
 
 

Dolore

 
Mi sono svegliato presto, stamattina, e dal letto
ho guardato lontano nello Stretto e ho visto
una barchetta traversare le acque agitate
con una sola luce accesa. Mi sono ricordato
di un mio amico che era solito chiamare
a gran voce la moglie morta dalla cima dei colli
attorno a Perugia. Che ha continuato a mettere un piatto
in tavola anche per lei per molto tempo dopo che
non c’era più. E apriva le finestre
per farle godere l’aria fresca. Queste manifestazioni
le trovavo imbarazzanti. Al pari degli altri suoi
amici. Non riuscivo a capirle.
Fino a stamattina.

 
 
 
 
 
 

Felicità in Cornovaglia

 
Sua moglie era morta e lui era invecchiato
tra il cimitero e la porta di casa.
Camminava con un passo caratteristico.
Le spalle curve. Non si curò più
dei suoi vestiti e i capelli lunghi gli s’imbiancarono.
I figli gli trovarono qualcuno.
Una donnona di mezza età con
gli scarponi che sapeva
spazzare, passare la cera, spolverare, fare la spesa
e portar dentro la legna. Che poteva dormire
in una stanza sul retro della casa.
Cucinare i pasti. E piano
piano riportare in vita il vecchio,
fargli ascoltare poesie che gli leggeva
la sera davanti al fuoco nel
caminetto. Tennyson, Browning,
Shakespeare, Drinkwater. Uomini
con un nome che prende spazio
in una pagina. Lei gli faceva da maggiordomo,
da cuoca, da governante. E dopo
un po’, oh, non si sa e non importa
quando, cominciarono a vestirsi bene
la domenica e a passeggiare insieme in città.
Lei sottobraccio a lui.
Sorridenti. Lui fiero e contento
e con la mano sulla mano di lei.
Nessuno li rifiutava
o cercava di sminuire questo fatto
in alcun modo. La felicità è
una cosa così rara! La sera lui
ascoltava poesie, poesie, poesie
davanti al fuoco.
Di quella vita non ne aveva mai abbastanza.

 
 
 
 
 
 

Un pomeriggio

 
Mentre scrive, senza guardare il mare,
sente la punta della penna che comincia a vibrare.
La marea si ritira sulla ghiaia.
Ma non è per quello. No,
è perché lei sceglie proprio quel momento
per entrare nella stanza senza nulla indosso.
Insonnolita, neanche tanto sicura di dove si trova
per un momento. Si scosta i capelli dalla fronte.
Si siede sulla tazza con gli occhi chiusi,
il capo chino. Le gambe allargate. Lui la vede
dalla porta. Forse
sta ricordando cosa è successo la mattina.
Perché dopo un po’ apre un occhio e lo guarda.
E sorride dolcemente.

 
 
 
 
 
 

Pantofole

 
Noi quattro ce ne stavamo seduti a chiacchierare quel pomeriggio.
Caroline raccontava un sogno. Di come s’era svegliata
abbaiando, una notte. E aveva trovato il suo cagnolino,
Teddy, che la osservava accanto al letto.
Anche l’uomo che all’epoca era suo marito
ora la osservava mentre raccontava il sogno.
Ascoltava con attenzione. Sorrideva, addirittura. Però
c’era qualcosa nel suo sguardo. Un modo
di guardare, un’espressione. L’abbiamo avuta tutti…
Lui era già innamorato di una donna
che si chiamava Jane, anche se ciò non implica una critica
a lui, a Jane o a chiunque altro. Ci mettemmo tutti
a raccontare sogni. Io non ne avevo nessuno.
Fissavo i tuoi piedi, appoggiati sul divano,
in pantofole. Tutto quello che mi veniva da dire,
ma non lo dissi, era come quelle pantofole fossero ancora tiepide
una sera quando le ho raccolte dal punto
dove te le eri tolte. Le avevo messe accanto al letto.
Ma l’imbottita c’era caduta sopra nella notte
e le aveva nascoste. La mattina dopo le hai cercate
dappertutto. Poi mi hai gridato giù per le scale:
«Le ho trovate!» È una sciocchezza,
lo so, una cosa tra noi. Eppure, una sua
importanza ce l’ha. Quelle pantofole smarrite. E poi
quell’esclamazione di gioia.
Va bene che è successo
un anno fa o poco più. Avrebbe potuto essere
ieri o anche l’altro ieri. Che differenza fa?
La tua gioia e quell’esclamazione.

 
 
 
 
 
 

Mia moglie

 
Mia moglie è scomparsa insieme ai suoi vestiti.
Si è lasciata dietro due paia di calze di nylon e
una spazzola per capelli dimenticata dietro il letto.
Vorrei richiamare la vostra attenzione
su queste calze formose e sui robusti
capelli scuri impigliati tra le setole della spazzola.
Butto le calze nel sacco della spazzatura; la spazzola
invece me la tengo e la userò io. È solo il letto
che sembra strano e impossibile da spiegare.

 
 
 
 
 
 
 
 

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