Elis island – Silvio Ramat

ramat

 

Silvio Ramat pubblica a settembre di quest’anno un libro tanto particolare quanto affascinante. Elis island (Mondadori 2015) è infatti una collezione di testi e lettere che compongono una corrispondenza tra il poeta (che usa rigorosamente l’endecasillabo) e una sua amica di nome Elisabetta (legittimata da Ramat stesso a usare la prosa). Le coordinate del dialogo restano (volontariamente) sfumate nello sfondo di un’economia dell’opera che non le pretende. Il pretesto è una non meglio definita malattia dell’autore che lo costringe suo malgrado in un luogo di cura che viene descritto più per particolari minimi che per ambienti, più per relazioni strette che per funzioni (tra camera e loggiato). Da questo stato di esilio (non a caso il libro ha per sottotitolo poesie da un esilio) nasce lo scambio epistolare che in nota l’autore sente di dover di spiegare, o meglio giustificare, l’oscurità delle origini (rimane oscuro, fin dalle prime battute del carteggio, il come i due interlocutori possano corrispondere, se colui che scrive in versi lamenta la propria segregazione in una sorta di non-luogo. Ma è verosimile che lei conosca l’indirizzo dell’amico, nelle cui mani le lettere arrivano senza busta).

Un’opera che nasce da uno stato di esilio, da un dichiarato non-luogo che è anche momento di sosta, di pausa (Elisabetta esprimerà una certa invidia per questo stato di pausa causato dalla malattia, che a lei manca), indefinita come la malattia e l’intera geografia fisica e psicologica in cui si trova l’autore. In questa sospensione l’interlocutrice appare un punto di riferimento fondamentale e fondante il percorso di guarigione che nel suo termine non mancherà di vestirsi d’una certa malinconia. Perchè se la malattia ha donato il dialogo la guarigione inevitabilmente lo toglierà, creando questa doppia relazione tra segregazione fisica / libertà dell’intelletto e liberazione fisica / abbandono di quel particolarissimo momento di libertà. Per altri momenti? Forse. Elisabetta più di Silvio crede in quest’ultima opzione e la suggerisce all’amico che si dice ramo divelto / che ti cerca impaurito, a cielo aperto.

Elisabetta in tutto il libro rappresenta la tenera amica (dal punto di vista di lui), l’insegnante / casalinga che ammonisce ma prescindiamo dalla trama: non tragedie, please! (dal punto di vista di lei). Un contraltare delicato che personalmente mi ha ricordato le lettere di Veronica Micle a Mihai Eminescu (il maggior poeta rumeno), nelle quali il poeta non prescinde mai da un certo tono poetico che la ragazza puntualmente riporta a un livello più colloquiale, quotidiano, più concreto e pratico (Elisabetta nel saluto finale del libro di Ramat di troverà a dire: Unico consiglio è rimettersi in marcia e per te che ami la geografia complessa, i ritorni e gli abbandoni, non deve essere difficile. Dimmi solo una cosa, modesta, da casalinga incuriosita. Che è la “frusta” che sbocconcelli fuori dal forno?). Un contraltare, ripeto, di cui il poeta si nutre per limare il suo verso che ha un contesto preciso (Specie non rara, ma è già raro l’essere / e il dirsi uccelli, avere il cuore in volo. / Di qui, amara, l’invidia dei poeti. / Dei poeti aggrondati e senza un nido).

Se poi si va ad analizzare la relazione che si instaura, il rapporto di equilibri, non si può non notare quanto la poesia stia in piedi da sola, molto spesso senza continuare un discorso precedente o, in caso di risposta, muovendosi velocemente verso altri argomenti. Mentre Elisabetta risponde puntualmente e resta nell’ambito circoscritto deciso e proposto dal poeta, finendo (con la meravigliosa maestria di certe donne) per muovere il discorso dell’interlocutore stesso verso precise destinazioni da lei accarezzate. Elisabetta di fatto parla col poeta mentre quest’ultimo prega gentilmente di scrivermi spesso. Portando a pensare (almeno a chi scrive questo articolo) a un’Elisabetta quasi più poeta del poeta stesso, nelle sue meravigliose immagini che non hanno bisogno del verso per dirsi poesia (La toppa che ripari uno strappo passato. Non mi direi che non ne hai. Li abbiamo tutti, sia che ci piaccia la polpa, o che sia la buccia a tradirci. Così bella quando è bella… e ancora: Mi chiedi un aggettivo che identifichi le ore d’agosto quando il tempo nell’afa sembra immobile, e non è (sia chiaro!) che un’illusione: solo è cessato il vento, che è il vero metronomo del giorno. Scelgo: vigile).

Un epistolario, Elis island, che fa dell’esilio un ricovero dove scoprire, all’interno dell’interpretazione femminile che emerge dall’amica Elisabetta, la via della guarigione o di una possibile guarigione. Dove non importa se l’occasione sia reale o squisitamente letteraria perchè è il dialogo il vero protagonista e il vero messaggio dell’opera. Dialogo che tocca tanto la quotidianità dei due attori coinvolti quanto i ricordi del passato, dei viaggi, delle esperienze vissute, fino a riflettere sulla poesia più contemporanea quanto su quella novecentesca, con sfioramenti quasi filosofici sulla vita e la sua conformazione. In pagine che assomigliano già a un’opera classica e senza tempo. Come lo sono certe donne. Come lo sono certi poeti.

 
 
 
 
 
 
 
 

La mia corrispondente in questo carteggio, Elisabetta Graziosi (Elis) – amica e collega di antica data –, lascia a me la responsabilità d’autore per questo libro.
Penso che i nostri nomi dovrebbero figurare entrambi sulla soglia dell’opera. Ma perchè? – ha insistito lei, irremovibile – due autori quando uno può bastare?
Peccato.

 
 
 
 
 
 

I

Mia cara amica,
             i medici m’impongono
una lunghissima convalescenza.
So che non potrò muovermi, né accetto
che mi si “trasporti” come un bagaglio.
Lo sento, che non verrai a visitarmi.
Come darti torto? Cerotti e bende
imbruttirebbero un dio. E invece tu
mi ricordi quale fui in altro secolo,
piacente nella scorza come un albero
verzicante. Legato a un orizzonte
che non muta, comincerò a seguire
attento il volgere delle stagioni
(due? Tre?) provando a distinguere fiore
da fiore, stella da stella.
                 Ti chiedo
– se non ti costa fatica – di scrivermi
spesso. Io risponderò (così dicevano
una volta) “a stretto giro di posta”.
Fissa tu gli argomenti. Aggiungo solo
che vorrei sapere della tua infanzia,
te bambina vedere tra le bambole
e magari sgridata dalla Mamma
per qualche gioco in cui troppo indugi.
Io mi servirò dell’endecasillabo.
Ma tu, se preferisci, usa la prosa.

10 febbraio

 
 
 
 

Caro Silvio. Ti rispondo con sollievo (e userò la prosa). Le e-mail che mi arrivano oramai a frotte sono improponibili: hanno messaggi intimidatori e mittenti malnoti. Da molto non scrivo una lettera e so che la macchina in panne s’avvierà con lentezza. Farò fatica a seguirti: chissà, forse avrò dubbi fino alla fine della tua convalescenza.
Intanto potrei cominciare dicendoti che la sera è bellissima da qui, attraverso i vetri della finestra: ancora quelli vecchi, a bolle e granuli, che impediscono di vedere oltre con troppa precisione. Così sai che sono in campagna. Che da tempo non scrivo. Che gli ostacoli valgono ben qualcosa quando si avvia una corrispondenza. È sufficiente per darti la parola?

 
 
 
 
 
 

VI

Amica temeraria – temeraria
nel pensare che fosse in California
libito e licito il radicamento
di una tua vita nuova. Ho celebrato
la Lombardia e i suoi cieli (così belli
quando son belli…) perchè ti convinca
che sono là i nostri giusti colori,
una tavolozza dove trionfano
i grigi e, se c’è un rosso, è il rosso spento
di Bologna e della Valle del Po.

Quasi trent’anni or sono, una vacanza
(undici settimane) l’ebbi anch’io
(alloggio in Santa Monica, un viale
parallelo all’Oceano). L’acerbo
carminio dei fiori del coral tree
contende nella memoria il primato
al giallo dei papaveri nei pressi
di San Diego. Fin verso il mezzogiorno
annebbiavano tiepidi vapori
la Grande Arancia, pur giunta al suo colmo
la primavera.
         Se mai feci breccia
in qualcuno, lo ignoro. L’acutezza
per capire mancò alla giovinezza.

5 marzo

 
 
 
 
 
 

VII

Amica premurosa, sto imparandolo
rapidamente: una convalescenza
come la mia può diventare amena,
sol che ai destinati custodi io mostri
quella parte di me più rispettosa
delle bandiere della medicina
senza chiedere una sconto di pena
o evasioni nei dì di festa.
           Il mondo
(il mio mondo), accetto che si divida
tra camera e loggiato: c’è abbastanza
spazio, abbastanza cielo.
           Se qualcuno
mi recapitasse qualche buon libro
(troppo pochi ne ho portati con me)
e buoni film ne sarei consolato.
Magari Hitchcock: Gli uccelli,
Nodo alla gola, Notorius, Vertigo

(titolo che la traduzione sciupa:
brutto La donna che visse due volte;
salviamo i monogrammi impareggiabili:
Casablanca, Manhattan, Amarcord,
Senso, Furia, Furore
…).
                     Si, Vertigo
e di colpo risarà California,
non la Grande Arancia, dove un’intrepida
giovinetta pensò di trapiantarsi,
ma, quattrocento miglia verso il nord,
la città ancora folta di lucchesi
com’io la vidi nell’Ottantadue:
il grattacielo a cappello di mago
e la baia con di fronte Alcatraz
e Lombard Street a saliscendi e poi…

(non importa se non l’ho mai capito
fino in fondo, quel film: spesso mi càpita
di amare più della polpa la buccia).

8 marzo

 
 
 
 

Caro amico convalescente (ma già in via di guarigione! già diretto a nuovi programmi!). Mi pare che la tua camera, o loggiato che sia, sia più ampia di quello che pensavo e forse anche più frequentata, se contiene tante immagini. Già sospettavo ti piacesse San Francisco: dove io non vorrei tornare. Una città troppo europea, fra caffè, luoghi di raduno, conversazioni. Mentre Santa Monica e Sunset Boulevard mi hanno sedotto. Tutta Los Angeles mi ha sedotto, estranea come un altro mondo, dove in molto dichiarano di non riuscire a vivere. Ecco: titolo per titolo (ma prescindiamo dalla trama: non tragedie, please!), mi sarebbe piaciuto vivere in due modi (La donna che visse due volte) conducendo senza commistioni e senza vertigini (ahi Vertigo!) due diverse vicende biografiche. Per alimentare due anime diverse: una provinciale, complessa e sfumata in terracotta e l’altra disinvolta e abbacinata. Non ero (fin da allora) affatto temeraria, semmai mi piacevano le ipotesi alternative. Sognavo di diventare anche un’altra donna.
Quanto durerà la tua reclusione? quanto ancora starai fra gli addetti alla salute? Dirò che un poco ti invidio, tanto per certo non mi credi. Incapace come sono di vacanze (i giorni vuoti sono un’afflizione per l’anima) mi è capitato invece a più riprese di desiderare una malattia solo per godere di una sosta. Non so bene se in questo desiderio entrasse il ricordo del babbo medico, con lo stetoscopio nel taschino invece della stilografica (non c’erano le biro). Le malattie in casa si passavano rigorosamente a letto senza sconti. Separati dai fratelli. L’aranciata sul comodino e la mamma che provava il termometro. Io allora desideravo solo andare a scuola e invece mi toccava rimanere a casa sorvegliata a vista. Ora invece che a scuola non ci vado volentieri, nessun malessere viene a salvarmi nella mia salute di ferro. Aggiungo: per ora.
Ma a te, amico caro, auguro di riprendere le forze, la vita. Qualche impennata. La toppa che ripari uno strappo passato. Non mi direi che non ne hai. Li abbiamo tutti, sia che ci piaccia la polpa, o che sia la buccia a tradirci. Così bella quando è bella…

 
 
 
 
 
 

XVI

Dalla mia vita e dai miei versi, amica,
ogni stimolo di solennità
si è cancellato. Non per volontà
ma per stanchezza.
           Un tempo, cacciatore
di simboli nel quotidiano scialo
– lezione dei maestri! –, o pescatore
che, anche se si assopisce, un soprassalto
nella lenza lo desta e, pur mancata
la preda, un’ansia resta, un desiderio
a dargli gloria…
           Ero questo, fui questo
per lunghi anni.
           Da quando succede
ch’io veda il desiderio andato in fumo,
l’ansia incenerita?
            Scrivo sentenze
ovvie, che ho perduto il senso del futuro.
La mia città è una pallida pianura.

6 aprile

 
 
 
 

Caro Silvio. Forse c’è poca stoffa per vivere grandi momenti. La coperta si è fatta corta. Non so trovare altri argomenti per la tua inappetenza, transitoria (?). Ma oggi in campagna era un giorno di piena primavera, e in calzoncini e smanicata, ho dato il diserbante col pennello, bene attenta a non toccare le rose che ora stanno gettando. Sogno che siano belle. Che fioriscano insieme agli iris dal profumo di limone: selvatici, stupendi. Che gli aranci riprendano le foglie perse al chiuso dei ripari. Che l’erba Santa Maria rinverdisca. Bellezza. Era il primo degli obiettivi che mi ero data al ritorno dalla California. Gli altri due: intelligenza, amicizia. Ma su questi ho poco potere, non ho imparato a coltivarli. Dalla collina variopinta prima di ridiscendere alla sua pallida pianura, l’amica cittadina ti invia un saluto.

 
 
 
 
 
 

XXXV

Pensieri, amica, di un giorno di festa.

La grazia di un albero, a quel che so
(molto sentito dire, poco visto
dal vero), è anche nella dignità
del suo morire: una folgore, un sisma,
il calcolo dell’umana tribù
con i suoi strumenti che non perdonano.
Ma la malattia (quando arriva, è strage
di cipressi e castagni, e noi chiamiamo
quei morbi a volte con gli stessi nomi
invalsi per i mali che distruggono
i nostri corpi), ma la malattia
non mi pare che tolga, come toglie
all’uomo, la decorosa bellezza
del consistere, pur soffrendo, in piedi.

È questo il trema della mia domenica
sfiorata da una luce di tempesta.

3 luglio

 
 
 
 

Caro amico. Sarà il clima di sanatorio o di ospedale che ti contagia anche in questi parallelismi ingrati? Morte degli alberi: folgore, sisma, calcolo dell’umana tribù (come ti dici). Ma ci sono somiglianze meno drammatiche, per noi, tutti frutti di uno stesso albero.
Quest’anno le pesche sono dolci. Profumano anche da lontano più di un cespuglio di fiori. Mi ero convinta (davanti alle pesche insapori degli ultimi raccolti) di aver scelto una razza sbagliata (credo che i tecnici la chiamino cultivar). E invece il pesco quest’anno si è generosamente riscattato: aveva solo bisogno di cure più intense. Altra terra, più acqua, una potatura diversa.
Non vorrei trasformarlo in trattato filosofico, ma mi ha preso il dubbio: e se avessi sbagliato anche io e anche altrove non la scelta dell’albero, ma l’attenzione?
E poi che c’è di male, anche in finale, ad avere (dopo tanti errori) uno strascico di pesche dolci? Questo medita nel fine settimana in campagna la quasi filosofa e amica Elisabetta.

 
 
 
 
 
 

XLIV

Amica intenta ai raccolti, e già desta
col pensiero alle sémine venture,
è accaduto anche a te che una parola
(un nome, un aggettivo luminoso)
tra mille ti definisse, d’un tratto,
una giornata, o un’ora di quel giorno?
L’agosto, quando inerte mi trascina
in una delle sue trappole d’afa
(le conosco e so bene che dal rovo
son sparite le more), a dar battaglia
in campo aperto rinuncio. Uno solo
è il mio aggettivo, per quel giorno: flebile.

16 agosto

 
 
 
 

Caro amico. Nata sotto il solleone non so proprio cosa sotto il solleone sia flebile (ho citato troppo fino ad ora, altrimenti sarebbe la volta di Ungaretti): sei forse l’unico a pensarlo. Mi chiedi un aggettivo che identifichi le ore d’agosto quando il tempo nell’afa sembra immobile, e non è (sia chiaro!) che un’illusione: solo è cessato il vento, che è il vero metronomo del giorno. Scelgo: vigile. Vigile come chi guarda, consapevole che sta per finire qualcosa di effimero ed è necessario sorvegliarne la durata. L’estate al sommo dura poco. Tre o quattro giorni al massimo, poi qui in collina si avverte il discendere del tempo: la sera è troppo fresca. L’aria meno inerte.
Il mio compleanno cade in questi giorni. Dirlo a te che vivi recluso in un luogo dove i giorni si ripetono senza ricorrenze sembra indiscreto. Tento di farlo: gli anni (i miei) scorrono in fretta e sono ora troppi. Non è facile. In cerca di soluzioni semplici al grande problema dello svanire progressivo della giovinezza (se posso ancora chiamarla così) mi è venuta in aiuto la cara amica del dipartimento di fronte: «Ma le hai viste le mogli dei colleghi?».
Doppiezza dei ruoli e difficili raffronti! Come insegnante e come moglie. Resta che spesso le mogli dei colleghi sono a loro volta colleghe. Con chi paragonarsi? La faccenda si complica. Elis.

 
 
 
 
 
 

LXIV

Da te, amica, mi aspetto, e non da altri,
un parere, a stretto giro di posta.
Mi dirai tu se abbia o no per sigillo
questo nostro romanzo un “lieto fine”.

Destatomi di colpo, nel più gelido
silenzio dell’aurora (ti racconto
cose di appena poche ore fa),
ho visto, fuori dell’uscio, uno zaino
con dentro il necessario, dalla giacca
alle scarpe, e per terra un borsellino
con quanto basta a camparci tre giorni.
In più, una sporta con cibo e bevanda.
Mappe, niente. Né un foglio che assomigli
a quello in uso quando si dimette
un degente. Cerco invano un biglietto
di commiato, un saluto. Schiena e petto
senza più fasciature (sono entrati
nel mio sonno, più di sempre furtivi?).

Ai due cancelli non c’era un lucchetto.

Libero, dunque! libero e affidato
alla sorte. A un ventoso crocevia
un odore di forno mi ha guidato
al panificio non lontano. In sosta
su una panchina esterna alla bottega
sbocconcello una frusta, bevo acqua
da una fontana che butta continua.
L’aria mi suggerisce un’altitudine
(sei-settecento metri) collinare.
Distante dalla patria? A che dimora,
delle molte che ho vissuto, debbo
puntare per trovarmi? Gli avventori,
mentre scrivo per te questo ragguaglio,
entrano ed escono, e non ce n’è uno
che faccia caso a me, ramo divelto
che ti cerca impaurito, a cielo aperto
………………………………………………..

novembre

 
 
 
 

Caro Silvio. Certo: fine lieto. «Libero, dunque! libero e affidato / alla sorte»? Sei in buone mani. Altitudine collinare: «sei-settecento metri»? Eccellente. Magari sei qui prossimo al mio rifugio appenninico; e se non lo sei, vi potrai arrivare. O non arrivare mai, a tuo piacimento. L’invito vale per i prossimi mesi, quante sono durate (dieci mesi: da febbraio a novembre, se ho contato giusto) la nostra corrispondenza e la tua strana, inespressa malattia, né più né meno.
Manteniamo fede al provvisorio degli eventi imprevisti: ci siamo incrociati e scritti per caso. Sporta, zaino, borsellino: chi ha fatto il tuo bagaglio s’intendeva dell’essenziale. Il futuro è lungo una spanna e tre giorni bastano a instradarlo per altre vie. Se, s’intende, era curabile la tua malattia.
Non aggiungo nulla. Non pensare alla letteratura fuorviante: Kafka non c’entra, Buzzati non c’entra, lasciali perdere. Quello che devi attraversare dopo il «ventoso crocevia», non è un
Castello e nemmeno il Deserto dei Tartari, dove questi minimi bagagli da strada (sporta, zaino, borsellino) sarebbero superflui. Consìderati di nuovo on the road. Unico consiglio è rimettersi in marcia e per te che ami la geografia complessa, i ritorni e gli abbandoni, non deve essere difficile.
Dimmi solo una cosa, modesta, da casalinga incuriosita. Che è la “frusta” che sbocconcelli fuori dal forno? Nelle mie lande di crocette e di rosette (confortanti! una mistica da rosacroce domestico), questo è un pane ignoto, un poco minaccioso per via del nome. Non avrai scelto male? E così finiamo di scriverci. Forse era ora. Un abbraccio dalla tua Elisabetta.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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