Il colore dell’acqua – una riflessione

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In questi giorni, per causa e probabilmente grazie a questo incidente capitato tra Mondadori e Antonio Riccardi, con conseguente rottura del rapporto di collaborazione tra i due, si sono succeduti diversi articoli sulla poesia, sul suo valore, sui poeti, con tutta una serie di domande sulla vitalità o sulla morte degli stessi e della poesia. Tra i diversi interventi non possiamo non ricordare Franco Loi, il quale suggerisce che noi usiamo la parola per la pratica della vita e ci pare che, come la usiamo per la pratica, la possiamo usare anche per il fare della poesia. Non è così: la parola pratica della vita esige una convenzione, la poesia esige emozione. Il poeta deve sapere sempre mettere in relazione la propria emozione, il proprio moto, con la parola che usa. E siccome il moto nasce dalla profondità dì noi, deve saper mettere in relazione la propria interiorità con la parola. O Alberto Casadei, il quale afferma che La poesia è viva, ma ora bisogna ricostruire un pubblico competente in risposta a Paolo Di Stefano, il quale a sua volta nell’inserto del Corriere della Sera La Lettura suggerisce che A dispetto di una morte ripetutamente annunciata, a quanto pare, la poesia resiste. Ed è in salute. Grazie a collane e riviste guidate da editori eroici, i versi trovano nuovi lettori, nonostante il fatto che il rapporto tra le generazioni dei poeti sia ancora difficoltoso.

Si inseriscono anche Lello Voce e Alessandro Trocino, i quali rispettivamente affermano che la poesia è nata prima dei poeti e quello che ci si augurerebbe sarebbe che di essa infine si parlasse: dei suoi mutamenti, del suo ruolo e della sua funzione nella contemporaneità, della rivoluzione mediale di cui si sta rendendo protagonista nell’indifferenza generale. Ma questo è esattamente ciò che non accade, al punto che a me viene, da tempo, il sospetto che ad essere morta non sia la poesia, ma la critica letteraria (Lello Voce) e che c’è un piccolo plotone di poeti «performanti», che non leggono poesie alate da un piedistallo, ma con reading e poetry slam cercano un contatto vero con i lettori (Alessandro Trocino). Non ultimi voglio ricordare Maurizio Soldini che afferma che Non si fa il poeta, il poeta si è e i discussissimi articoli di Alfonso Berardinelli e Gilda Policastro che in un botta e risposta rispettivamente affermano che se la collana di poesie Mondadori chiude è perché non ci sono più poeti pubblicabili (Alfonso Berardinelli) e che si leggono libri pubblicati da collane fuori mercato o di nicchia, ma, soprattutto, si legge poesia nella rete: è lì che si travalicano gli angusti confini delle letterine nostrane, perché il grande merito dell’avanguardia, mentore Arbasino, è stato quello di aver riaperto le frontiere, obbligando gli scrittori a confrontarsi con quanto succedeva fuori (Gilda Policastro).

Io stesso mi sono avventurato in questa discussione parlando prima della presunta chiusura della Collana di Mondadori (Il naso che cola della Poesia) e poi tentando una piccola riflessione un po’ polemica sulla base degli articoli di Paolo Di Stefano e Lello Voce (Evviva la Poesia è vegana!). Un’altra interessante discussione è nata su facebook in relazione un po’ al mio articolo un po’ a delle affermazioni (a dire il vero molto sensate) di un altro poeta che conosco, Julian Zhara, tra Giovanna Frene, Giovanna Rosadini, Alberto Toni, Andrea Ponso e Alessandro Fo su cosa alla fine va effettivamente considerato come poesia (dato che discutiamo sulla sua vita o sulla sua morte non è sciocco chiedersi prima che cos’è che è vivo o morto). La stessa discussione è poi rimbalzata nuovamente sul Corriere della sera con il bell’articolo di Giovanna Rosadini la quale, molto generosamente citando me e la Samuele Editore, sostiene che al di là delle posizioni e ragioni dell’una e dell’altra parte, e dei destini editoriali della poesia, il dibattito sta evolvendo concentrandosi più specificamente sul significato del fare poesia, si sta trasformando (per esempio con l’intervento di Franco Loi, uno dei grandi vecchi della poesia italiana, sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore) in qualcos’altro. Cioè, in una discussione su cosa sia la poesia e come avvenga che la si scriva. Il che mi trova oltremodo d’accordo.

Di qualche giorno prima l’articolo di Chiara Fenoglio: potremmo dire che il poeta, ormai smarrito il suo ruolo socio-culturale, rischia oggi di perdere anche la sua funzione etica e critica: la poesia attraversa certamente un momento di fervore quasi incontrollabile (come rilevato da Paolo Di Stefano su «la Lettura» del 9 agosto e in edicola fino al 14), ma il dato critico regredisce, non è più il retroterra del verso, ma il suo antagonista. Il poeta stesso sembra convinto di non poter più esercitare la sua presa di possesso sul mondo: la tendenza privatistica ed emozionale da un lato e quella celebrale, da laboratorio di scrittura dall’altro, hanno cannibalizzato lo spazio poetico ed espulso la competenza critica verso la «mansione» meno ingombrante del recensore, dell’esperto, del tecnico (e in questo senso Fortini aveva visto lontano). Si vorrebbe che i critici si limitassero a descrivere, talora che tacessero del tutto, e che i poeti chiudessero le finestre sul mondo.

La cosa interessante è che sia Chiara Fenoglio che Giovanna Rosadini condividono una posizione che vuole essere un punto essenziale della discussione pur di fatto non appartenendogli, ma forse proprio per questo diventando il centro più assoluto e pertinente della discussione: Giovanna, nel succitato articolo, dice che se si prende e pensa il mondo della poesia come una comunità, fatta di persone in carne e ossa che, in un vortice di energia tangibile, scrivono e interagiscono, ebbene, non ci sono dubbi, la poesia è viva, vivissima, eccoci, siamo noi, siamo qui, ciascuno con i propri moduli e stilemi, viva la diversità, ciascuno (autori e fruitori) con le proprie legittime preferenze e idiosincrasie, ciascuno con le proprie ossessioni… Il bello, per chi ha questa passione o necessità (e qui sta, a mio parere, il vero discrimine) è partecipare di questo (litigiosissimo, permalosissimo, e anche per questo vitale) mondo… Sarà poi il tempo, il processo di storicizzazione (e canonizzazione), a dire chi saranno i grandi del secolo… Mentre Chiara, nell’altro succitato articolo, similmente ricorda che ciò che invece urge è una nuova aggregazione, una nuova interferenza tra i terreni della critica e della poesia: la parola poetica è in effetti tanto più legittima, tanto più vera, quanto più si articola a partire da una tradizione e in frizione elettrostatica con la storia e la cronaca da cui sorge. Certamente il setaccio dei nomi significativi che oggi pare così difficile nella dispersione e moltiplicazione di blog, micro-editoria, riviste, sarà tra qualche anno meno ardua. Ma intanto? L’ansia del canone impone delle scelte, la necessità di rifondare il rapporto con il pubblico (scolastico prima di tutto) prescrive di operare non tanto per criteri prestabiliti ma verificando passo passo la sopravvivenza del verso nel mondo, il «valore d’uso» cui ha fatto riferimento Berardinelli. Un’idea, un suggerimento di ritorno alla comunità anche se, in uno scarno quanto luminosissimo commento nella succitata discussione facebook, Andrea Ponso avverte che la “communitas” è relazione libera il cui unico “munus” è la resposabilità verso l’altro.

Un altro elemento interessante, restando in questi due ultimi articoli ricordati (che danno un buon spaccato dell’evoluzione della discussione) è l’inserimento di nomi e testi (Giovanna Rosadini cita me, Chiara Fenoglio cita Alba Donati) per un ritorno al fronte della poesia, quasi una declinazione verso il testo e meno verso il dibattito. Che trovo fondamentale perchè è poi il verso scritto a restare l’unico vero tavolo di discussione attorno al quale sedersi e confrontarsi. Come fa ad esempio Luigia Sorrentino nel suo blog di RaiNews con la lettura di uno squisito Lucio Piccolo anche lei riportando la discussione (almeno così a me pare) sul piano del testo puro e semplice.

Ed è allora di testi che voglio tornare a parlare, di versi al fronte, perchè tutto si gioca su questo, con un 90% di letture (ed è quanto tento di fare in questo blog) e un 10% di scritture. Quelle che noi facciamo, e che proponiamo alla comunità dei poeti e dei lettori. E dato che anche io sto confezionando un libro di versi voglio continuare la discussione proponendo ciò che è la mia visione della poesia, ma sui testi. In questo blog infatti, oltre alle diverse note di lettura a volumi che occasionalmente mi capita di leggere o che mi vengono fatti gentilmente leggere, ho spesso parlato del libro che sto cercando di far nascere. In effetti sono molto innamorato di questa pratica laboratoriale, che è una vera e propria relazione che la rete ci permette di instaurare col lettore, perchè si può far vivere al lettore il libro nella sua genesi e costituzione, facendolo diventare parte integrante dello stesso tornando così a restituire quel valore socialmente corale che deve essere proprio della poesia, se si intende poesia come testimonianza del proprio tempo. Prima di questo spazio su wordpress avevo infatti aperto un blog simile su leonardo.it dal titolo Progetto per un libro, ormai qualche anno fa. Quel progetto era sfociato, dopo diversi incontri e confronti coi lettori, nel Canzoniere inutile pubblicato con la Samuele Editore (2010, prefazione di Elio Pecora, letto a Pordenonelegge nello stesso anno).

Prima del Canzoniere inutile, che pure ha avuto lusinghieri riconoscimenti da Franco Buffoni, avevo pubblicato Christabel con nota di Paolo Ruffilli e La sera, la serra (quest’ultimo citato in un’edizione de L’Espresso nel 2013). Dal Canzoniere inutile ho pubblicato altre cosucce, sempre con la Samuele Editore, ma senza quell’organicità che insomma appartenevano solo a Christabel e al Canzoniere inutile. Piccole plaquette quali Cronaca d’una solitudine e il Luceafarul (quest’ultimo menzione speciale al Premio Montano 2014 e presentato all’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia sempre nel 2014). Plaquette, ripeto, piccoli esperimenti più o meno riusciti. Perchè un libro di poesia è in fondo una narrazione ben più ampia e organica, una sorta di punto della situazione che deve mettere in relazione diversi aspetti della microrealtà personale dell’autore con delle riflessioni di più largo respiro. E nel frattempo gli anni ci hanno riportato all’attenzione la poesia d’amore anche grazie a stupendi libri come quello di Maria Grazia Calandrone (Serie fossile, Crocetti 2015) facendo capire che la tematica amorosa non necessariamente poggia su un io autocelebrativo, ma può essere strumento di comunicazione, un vero e proprio linguaggio.

Con questo non voglio dire che Il colore dell’acqua, il libro di cui alla fine ho deciso titolo e sezioni, e sua conclusione, sia un libro d’amore. Assolutamente non lo è. Un caro amico, Federico Rossignoli, più che descriverlo lo giustifica dicendo che è un libro sul corpo femminile. In realtà personalmente non lo considero nemmeno a questo livello, nonostante nel 2013, alla definizione della sua seconda parte, lo avevo in qualche modo io stesso accusato di erotismo sentimentale (Scrivere un libro e gli ombelichi di Kundera). Il colore dell’acqua, senza alcuna voglia di suggerirne letture, è nelle mie intenzioni un racconto sulle relazioni contemporanee, sul loro fallimento, su come noi ci appoggiamo al corpo femminile e su come noi stiamo nel mondo. Con un’attenzione particolare a ciò che ha senso e a ciò che non lo ha, in riferimento ad esempio a Dio, alla felicità, all’essere umano in quanto tale e portatore di aspirazioni e necessità.

Non è stato facile alla fine spingere 3 libri differenti in un solo scatolone, il libro come ora è nato. Forse più per me che per il lettore appaiono non omogenee le tre sezioni che veramente parlano non solo di mondi, ma di cosmi differenti, o per meglio tornare alla terminologia del libro di case differenti. In realtà le singole parti, pur in versione più estesa, hanno già avuto diversi riconoscimenti. Histoire d’O ha vinto il secondo Premio Leone di Muggia nel 2012 (il primo Premio era andato a Fabio Franzin) e parte di essa è stata tradotta in spagnolo da Alejandra Craules Breton per un bel Dossier della Poesia Italiana per la rivista Circulo de Poesia. Aftermath è stato tradotto da Andrea Sirotti in inglese per l’ambito anglofono. Infine La ragazza di nome Olga è stata richiesta dalla Benemérita Universidad Autónoma de Puebla in Messico per essere tradotta anch’essa in spagnolo.

In rete si trovano diversi articoli e citazioni dal libro e più di tutte mi piace ricordare la bella nota di Francesco Tomada ad Aftermath. Adesso credo il lavoro sia veramente concluso in una sua circolarità che non ha altro da dire se non attraverso altri percorsi, differenti. Per cui propongo una piccola carrellata esemplificativa dei suoi testi come stimolo, incitamento a tornare a parlare di testi facendo parlare loro e solo loro. Perchè la poesia scritta e pubblicata oggi è veramente l’unica risposta possibile alla domanda: la poesia è morta?

 
 
 
 
 
 

IL COLORE DELL’ACQUA

 
 
 
 

Oggi all’A&O di Pordenone
ho comprato un profumo per la casa,
di quelli a pochi soldi, perchè
mi ricordava l’odore d’una donna
che conoscevo tanto tempo fa.
Si, proprio quell’odore lì,
di vaniglia acre che ti suda
e ti fa male al cuore.

 
 
 
 
 
 

HISTOIRE D’O

 
 
 
 

È pericoloso dirsi amore,
dirsi il mio corpo è solo tuo.

Perché poi uno ci crede
creandosi un’iconologia dell’altro,
quasi un dizionario dei dettami,
                    delle carezze.

E poi arriva un insetto qualunque
che si appoggia sulla pelle,
                    e non è più tua.

 
 
 
 
 
 

Ti racconto la mia malinconia.

È l’entrare in un negozio sapendo
che ci sarai stata a braccetto
con lui, o mano nella mano, o
in una qualunque altra forma
                    affettuosa
che ti ha legata a un altro uomo.

È l’ascoltare una donna che mi vuole
curare la tristezza con un’ora
                    – forse due –
nel letto, quasi madonna dolorosa
                    in un atto di pietà.

È ricordare il sorriso del tuo volto
                    sapendo che lui lo bacia.

È questo sapere che ti ho amata
per tre anni sette mesi e quindici giorni
e qualche movimento della terra
                    intorno al sole.

 
 
 
 
 
 

Sono tornato al laghetto dopo più
di un anno dalla nostra apocalisse.

           Tutto era come allora.

Gli stessi steli d’erba le stesse
                    papere
– almeno credo – la stessa polla
d’acqua dove ti regalai la stessa
                    rosa.

Mancavano solo i nostri baci
                    lunghi,
il tuo sentirti bella dopo
aver fatto l’amore e il mio
sentirmi l’unico uomo
                    per te.

Mancavano anche i tuoi occhi
dello stesso colore dell’acqua.

 
 
 
 
 
 

AFTERMATH

 
 
 
 

Un sorriso. Una facile stagione.
La ragazza ha le calze lunghe
e le labbra che sanno d’alcool.
Altri si tengono per mano.
Più in là una svendita d’usato
            fa da memoria
da mercato, per cartoline. Una,
forse rumena, legge le carte,
come tutto fosse conoscibile.

 
 
 
 
 
 

Anche un rumore di finestre
sbattute può essere parola.
Il rumore di una donna in filigrana.
Anche i panni stesi e gli abbracci
da lasciare ad asciugare
fanno un camminare nella sera
che ne ricuce il senso, se c’è.

 
 
 
 
 
 

In fondo ci è stato utile tornare
al ghetto di Trieste. Lo stesso ristorante.
E parlare della morte di Fabrizio
e delle scale alla Sinagoga. La
barista ci ha offerto anche il dolce
ma proprio non potevamo, noi
ridevamo della ragazza con lo scialle
che passava tutta civettuola. Sandro
dice è l’ironia alla fine che ci salva.

 
 
 
 
 
 

LA RAGAZZA DI NOME OLGA

 
 
 
 

La ragazza di nome Olga
è una ragazza che non conosco,
né me ne sono mai innamorato.
Ma se me la immagino la penso
con la pelle bianca come i capelli
di mio padre, e il seno grosso
– ma la memoria non fa vedere –
e con l’utero profondo
come il buio dentro un uomo.

 
 
 
 
 
 

La ragazza Olga me la immagino
il lunedì con un vestito ampio,
colorato, molto appariscente.
Il martedì con qualcosa più aderente
alla sua pelle, e così andando
avanti nel vuoto della settimana
sempre più fasciata alle sue gambe.
I capelli raccolti, perchè le cadono.

 
 
 
 
 
 

La ragazza di nome Olga
si taglia le unghie ogni martedì
mattina, quasi fosse un rito,
una cosa importante per il mondo.
E tiene una mano fra le gambe
a respirare l’alito di Dio
ogni qual volta si addormenta.
La ragazza di nome Olga
è innamorata in modo abominevole.

 
 
 
 
 
 

La ragazza di nome Olga
questa notte non è tornata. Non
ho sentito le scarpe accanto al letto,
le ragnatele nell’armadio, non
ho sentito i capelli che le cadono
né le calze che si toglie, e lancia.
Non ho sentito l’acqua della doccia
né altra sete nella stanza.

 
 
 
 
 
 
ilcoloredellacqua
 
 
 
 
 
 
 
 

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