Mi ami così spettinata? – Elena Zuccaccia

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In quella che di fatto è diventata una piccola rassegna degli autori che ho incontrato al Premio Carducci in Carnia ne Il Comune Rustico, un posto particolare devo riconoscerlo a Elena Zuccaccia, ragazza a dire il vero molto giovane e molto timida (non ricordo mi abbia parlato, se non un saluto veloce). Un posto particolare perchè, me ne sono accorto solo dopo molti giorni, vedo il suo nome accanto al mio nel bel libro Menzogna edito da Pietre Vive Editore. Una raccolta di testi di Marianna Agliottone, Cristian Caliandro, Alessandro Canzian, Pierre Coulibeuf, Guido Cupani, Alberto Dambruoso, Piero Di Terlizzi, Ninni Esposito, Perino & Vele, Roberto Lacarbonara, Sonia Lambertini, Antonio Lillo, Lorenzo Madaro, Marco Montanaro, Paolo Nori, Rossana Piccolo, Marco Tonelli, per il catalogo della mostra di Raffaele Fiorella. Eppure ne avevo anche parlato (qui) ma, evidentemente, come si suol dire il tempo passa anche per me e mi fa dimenticare diverse cose.

La poesia di Elena, che ho tratto dal suo blog (comebavadilumaca, qui) perchè ancora mai organizzata in volume singolo, ha la bella capacità della trasparenza. Una caratteristica che emerge in primis dalla forma, pulitissima ed essenziale. Tanto da diventare scarna, così asciutta che sembra non voler concedere nè dare al lettore null’altro che il necessario. Ed è sul necessario che poi la voce si ferma, riflette, trova i suoi punti e le sue (rarissime) virgole.

Una poesia che credo squisitamente biografica, spesso amorosa ma, proprio perchè filiforme, mai romantica né erotica. Sostanzialmente mai sbilanciata. Un tratto, un segno d’unghia femminile su un vetro appannato, questa è la poesia di Elena Zuccaccia. Una cosa non luminosa né oscura né ferita. Ma che è, quasi in una presa d’atto tra l’altro e il sé. Una pulizia della parola compiuta e posata, dotata di una caratteristica rara oggi: l’eleganza. Che, in futuro, sono certo regalerà cose preziose.

 
 
 
 
 
 

gli usuali aggettivi di possesso
con te io non li conosco
potrei al massimo azzardarmi ad
infilarmi nel plurale
confondendomi nel mucchio tra il
resto
allora potrei anche provare a dire
nostro
e accaparrarmi quanto di te rimane
:
brandelli di fegato
non certo di prima scelta
non opzionati da chi ha preferito tenersi
parti meno usurate
– il cuore, ad esempio, tra le più ambite
appare intatto
rivendibile come nuovo
mai usato

 
 
 
 
 
 

sento russare e non
sei tu
:
il vicino asiatico con la
finestra aperta
compone per me
fragorose sinfonie
e invece di provare
per la consorte
pena le invidio
i calci e i
soffocamenti fino al
mattino /
se volessero
dire dormire con
te – io, non la
moglie del vicino

 
 
 
 
 
 

nell’eterno ritorno
dei nostri abbracci

si consuma la nostra
vita a distanza

 
 
 
 
 
 

mi hai sezionata
per esaminarmi come uno
scienziato il suo vetrino

e poi ricompormi a tuo
piacimento
nell’inconsistente elementarità delle
due dimensioni

(ciò che c’era di profondo:
livellato sotto le tue mani)

pentito / mi guardi:
una figurina

allora provi a gonfiarmi con tutto il fiato
sperando di ottenere
come minimo un bassorilievo

e fai giochi di ombre e luci
con le mani
cercando di immaginare non dico
eccentrici riccioli barocchi ma
almeno una neoclassica plasticità

poi di nuovo con l’alito redento tenti
pieni e vuoti di volume per
scorgere un minimo movimento
nella materia che hai davanti
e che sono io
– che vorrei dirti che sì,
sono viva,
con tutto il corpo immobile
che sì, sono viva e
il mio corpo risponde

 
 
 
 
 
 

la mia piccola morte
offerta a te
chiesto in cambio:
un alito vitale
per quando avrò
voglia di tornare

 
 
 
 
 
 

tanto conosci le virgole umorali della
materia che muove il mio corpo
che proprio non ti posso mentire
nemmeno al buio
– anche lì riconosci i movimenti

solo quando troppa luce
entra a volte dalla finestra
riesco allora a creare
un volto nuovo, deformato
a tuo dispiacimento

:
i dettagli si perdono
/ sovraesposti nella sensibilità
della materia /
per un momento riesco a buggerare i
tuoi occhi accecati
– poi riappaio ancora io

 
 
 
 
 
 

voglio sentire l’estremità
del comportamento
senza portarti con me

lasciarti che mi guardi
a chiederti cosa
riesco a sentire

(mi fa male
tutto,
del mondo)

senza guardarti
mi chiedo cosa
riesci a sentire

mi ami
così
– spettinata?

 
 
 
 
 
 

ricordi la tensione
tra noi due
quando lontani?

(del non
poter fare del
potersi solo dire
se potessi
farei
– e dentro quei
periodi ipotetici
l’idea di ogni cosa)

con nostalgia stacco un
filo che pende da una
manica, lo tendo tra le dita
e fingo
di ritrovarla

:
io ad un capo
tu all’altro
lei in mezzo
a tenerci vivi

 
 
 
 
 
 

prendi una
città piovosa come
questa
aggiungi il sangue che ti esce dalle
orecchie
(perché non sai usare i
bastoncini)
e la mia rabbia
che si trasforma in
sangue (quello che ti esce dalle
orecchie)
e deciditi
a fiatare

una domanda mi
percorre a dirotto:
a cosa ti serve quella
bocca
che non usi per
parlare

(poi mi ricordo
di cosa mi sono
infatuata)

 
 
 
 
 
 
 
 

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2 thoughts on “Mi ami così spettinata? – Elena Zuccaccia

  1. Grazie Alessandro, che belle parole. Spero ci sarà presto l’occasione di incontrarti di nuovo (con meno timidezza). Intanto mi godo tutti i begli aggettivi che hai usato per me e per la mia poesia.

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  2. L’ha ribloggato su comebavadilumacae ha commentato:
    Qui Alessandro Canzian, incontrato al Premio Carducci in Carnia, parla di me (e io lo ringrazio).

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