La metà del letto – Matteo Bianchi

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Quando mi sono accostato all’ultimo edito di Matteo Bianchi, La metà del letto (Barbera Editore 2015), devo ammettere ero indispettito da una lettura che stavo facendo nella quale si portava avanti la solita tesi dello stato disastroso della poesia italiana d’oggi, dei poeti imbecilli, dei poeti che non leggono, dei poeti inutili. Ero indispettito perchè questa tesi non è assolutamente veritiera (e tra qualche giorno spero di dirne qualcosina in più) e Matteo Bianchi lo dimostra chiaramente. A prescindere dalla condivisibilità o meno di certe scelte, in La metà del letto si toccano con mano i riferimenti, le citazioni, talvolta anche i compagni di viaggio dell’autore. Rendendo Matteo un esempio di poeta che legge, che scrive con consapevolezza, che costruisce una sua utilità nella parola poetica. Nel suo rifugio.

Ma per entrare un po’ più nel merito del libro mi è necessaria un’ulteriore premessa. Chi mastica un po’ di PNL sa bene che l’incontro con un’altra persona genera un’impressione. Pare abbiano quantificato temporalmente questa impressione in sette secondi. Questo vuol dire che in quei sette secondi si decide in che modo relazionarsi alla persona che si è incontrata. Di fatto la si giudica. Nulla toglie che poi si possa cambiare idea, ma è dimostrato che l’impressione iniziale resta incisa tanto che ai primi screzi torna inevitabilmente ad aumentare o meno il divario tra i due soggetti. Ecco, la mia impressione, i miei sette secondi in relazione all’incontro con questo libro (perchè tutti i libri sono incontri), sono stati il numero di testi e il titolo.

Un centinaio di testi non sono poca cosa, e per un autore così giovane (Matteo ha 27 anni) possono far ben pensare a un eccesso (è anche vero che la mia visione è un po’ inquinata dal lavoro che faccio: l’editore). In realtà La metà del letto restituisce non più di una decina di lunghe poesie intervallate da flash esplicativi in corsivo, momenti di riflessione che per tornare al concetto di poeta che legge assomigliano al’invocazione alla Musa del poema antico. Cosa che tra l’altro Matteo dichiaratamente fa: Canta, o Musa malinconica, / di chi attende il ritorno a sé, coerente, / immagina e sorprende il corpo / in questo purgatorio. In riferimento e non solo a questo passo il prefatore Roberto Pazzi scrive: La versicolore esuberanza dell’età dipinge scene godibili come pause di viaggio ad assaporare la via percorsa nella osservazione dei gesti minuti dei compagni di via, di questo Ulisse che a poco a poco Matteo è diventato nella vicenda della sua piccola Odissea: «Era quello degli dei il mio caffè. / Osservare gli zaini accalcarsi / al binario in attesa del vagone, / mi ricordava il liceo, le sbarre dorate alla finestra, / l’utero materno. / Forse la mia conoscenza del treno…» «Canta, o Musa malinconica, / di chi attende il ritorno di sé, coerente, / immagina e sorprende il corpo / in questo purgatorio ». Credo che La metà del letto colga in questa quartina una dei suoi apici, toccando la condanna del poeta, quella che già Baudelaire consegnava ad Albatros di sentirsi incarnato. Lunghe poesie inframezzate anche nel loro interno dalle pause della vita, del respiro, come quando appunto respirando si trattiene per una frazione di secondo il fiato. Non frammenti, ma giornate, che svolgono una loro cronaca essenziale e indispensabile.

L’altra impressione, come dicevo, è invece legata al titolo: La metà del letto. L’altra prefatrice, Anna Maria Carpi, scrive: l’amore, non solo ma in prima istanza, che nella raccolta cerca un interlocutore: un amore che c’è o c’è stato, che anche parla, con tanto di virgolette, ma perlopiù in modo sfuggente, tranne, direi, che nel lampante testo conclusivo «Guardandoti, l’abat-jour accesa». Non chiaro se chi giace qui accanto al poeta sia uomo o donna, importante è che x-y in un succinto botta e risposta si comprendono perfettamente: «“E se domani tu perdessi gli occhi?” / “Non riuscirei più a scrivere”. / “Perché?”/ “Non coglierei più i particolari”. / “No, ci sarei io. / Io sarei i tuoi occhi”». L’idea che al primo incontro col libro mi ero fatta era appunto di una raccolta a sfondo amoroso, sfioratamente erotico (anche se non indispensabile). Arrivato a circa metà libro però non avevo ancora trovato un testo che potesse essere in linea con l’impressione fatta. E in effetti le tematiche forti de La metà del letto escludono in qualche modo l’amore come lo si poteva immaginare basandosi esclusivamente sul titolo per prediligere concetti quali la morte (che ritorna continuamente nei testi), la poesia, il paesaggio (nella sua accezione più ampia e forse in questo caso più sentimentale: Avevo di scorta, però, / il profumo delle mele / della vasta piana ferrarese).

Un amore c’è, un amore che sembra finito, ma c’è anche l’amore per una zia, l’amore per la letteratura, l’amore per Venezia, per Ferrara, per gli amici. Non a caso Anna Maria Carpi scrive: Non ci occorre Proust né altro autore o critico per sapere che per un poeta l’opera è l’unica ragione di essere: i suoi amori non esistono se non come materiali che tendono verso di essa e non resteranno che in essa. Perchè La metà del letto, o forse più propriamente L’altra metà del letto, è uno sguardo a cosa c’è oltre il sé, è un fotografare il mondo in maniera quasi oggettiva, quasi o nella misura del possibile. Perchè un poeta non può e non potrà mai completamente escludersi sia dal mondo sia dal verso, e personalmente credo che proprio in questa piega di possibilità/impossibilità nasca la radice prima dell’ispirazione, del verso. Matteo guarda al di là della sua posizione (ed ecco la metafora del letto) per capire cosa o chi c’è accanto, cosa o chi vive lì vicino proprio come fosse nell’altra metà del letto. Questo implicitamente significa un confine, una divisione, che è connaturata nell’esistenza stessa delle persone (il tema della morte delle persone care come ho già detto è ricorrente). Ma il saper guardare al di là diventa il vero atto d’amore che giustifica lo sguardo stesso, l’estasi che pur pacatissima è irrinunciabile.

A ben vedere alcuni testi squisitamente d’amore ci sono e in alcuni punti toccano livelli di altissima liricità. Tra queste Quella sera sotto il tuo balcone che in qualche modo definisce la sostanza amorosa attraverso i suoi effetti: Quando tagli una mela / di quelle fatte a cuore, rosse / di Biancaneve, e controlli / – o per scrupolo o per timore – / quale sia la metà più grossa: / questo è l’effetto dell’amore. Ma fra tutto, per tornare al concetto di impressione in questo caso però fattami a fine libro, quando le carte erano tutte sul tavolo, devo ammettere che l’unica vera relazione d’amore a me è parsa essere quella con la sigaretta. Pare banale detta così, ma di fronte a versi come Fino a che non ho realizzato / il fumo passasse da entrambi gli estremi, / venisse ai miei polmoni, / occupasse le grotte degli alveoli / come una grandinata di ceneri, / quando il cielo scrollava le cime dei monti / e il tuo sguardo si rassegnava / in mezzo alla mia frana, oppure Era il pacchetto di Camel blu / sulla vecchia radio di famiglia / il lascito di mio papà, / l’ansia che sembrava liberazione, non si può non pensare che più che una compagna di viaggio essa sia l’unica cosa che sta al di quà del confine, nella parte del letto del poeta. E forse anche della vita: Tanti mozziconi giallosporco / e rossetto, troppi / risaltavano ammassati tra i sassi / carbone dei continui passaggi/ sulle rotaie roventi, […] Quanti i suicidi sorpassati / dai nostri treni merci.

Ci sono altri due elementi, per concludere, che vale la pena sottolineare in questo libro. Il primo è sicuramente l’impressionante equilibrio con cui Matteo Bianchi costruisce i suoi versi. Cosa che è assolutamente non scontata in un poeta, in questi testi diventa una vera e propria poetica del pensiero. Per riprendere le parole di Anna Maria Carpi: Bianchi è un pensante e un ragionevole, se così si può dire. “Oscuri” sì, in quanto riflessi di fatti personali, di associazioni della memoria involontaria ma, se non incidentalmente, non si arriva mai a quello sfiatato residuo di avanguardie che chiamiamo il criptico. L’altro elemento invece è, soprattutto nella prima parte del volume, il riferimento al freddo: Un mozzicone si abbandona / di spalle, si fida della neve / nella salvezza che congela. Oltre all’ormai conosciutissimo L’asso nella neve della stessa Carpi (Transeuropa 2011) sono apparse recentemente anche altre opere che in qualche modo fanno riferimento al gelo, all’inverno (fra tutte il meraviglioso Trin freit – Spavento freddo di Giacomo Vit, La Barca di Babele 2014).

La storia ci insegna che i poeti volenti o nolenti hanno spesso la capacità di interpretare e perfino presagire la realtà e il suo stato di salute, al di là delle facili apparenze o delle cose che non si vogliono vedere, per cui la domanda che veramente sorge è: perchè oggi i poeti ci parlano di freddo? Una cosa questa, anche grazie a La metà del letto di Matteo Bianchi, che credo ci dovrebbe far riflettere.

 
 
 
 
Cronache dalla neve
 
Ti dedico questa neve non mia,
che non risponde di sé ad alcuno.

 
 
 
 
 
 
Nella nube di neve
smessa dal diretto in ritardo
sui pendolari fiaccati
dalla Bora impertinente,
 
mi travolgeva un sogno:
smarrire di continuo qualcosa
durante il viaggio di ritorno.
A rendermi inquieto, però,
non erano gli oggetti
 
i ghiacci sotto le coperte
 
theòs, radice del mio dubbio.
 
 
 
 
 
 
I fiocchi di latte e pane in mezzo
alle ciglia – gli stessi occhi –
delle scuole lontane.
 
Facevamo a palle di neve
e i colpi a freddo ti crepavano le mani
tornavi quello che eri.
 
 
 
 
 
 
La sigaretta si consuma
tra le dita: ridotto
a un niente
sono io dalla passione.
 
Per prima ti ringrazio
del seguito, della ferita:
noi siamo nel dolore
liberi davvero.
 
Un mozzicone si abbandona
di spalle, si fida della neve
 
nella salvezza che congela.
 
 
 
 
 
 
A colazione: spremuta d’arancia
annacquata, doppio caffè e sigaretta.
Mi dicevi che non tutto
è spendibile in versi.
 
 
 
 
 
 
Sei di fatto a casa tua
e io di fatto a casa mia.
Di fatto siamo soli,
ognuno col suo se.
L’estrema coerenza del caos
sia fuori, sia dentro di me.
 
 
 
 
 
 
Il tumore
il ribrezzo
come ci fosse una colpa
in mezzo.
 
 
 
 
 
 
Faticavi a parlare
ma volevi ugualmente:
andavi prendendo parole
chissà dove.
Facevi la distribuzione dei grissini
che davano in ospedale per pranzo
e del tè zuccherato,
«uno per te, uno per lei, uno per Giulio».
Per te niente e nessuno.
 
Hai mangiato l’ultimo bignè
d’un colpo, sforzandoti,
i miei insistevano che venisse da me
 
poi il cuore scoraggiato
della tua isola bianca
finito il pasto si è fermato.
 
Però, zia, anche le rose si guastano
prima di perdere la testa:
i contorni si scurivano,
le tue rughe intorno agli occhi
farsi via via più spesse,
fosse pentimento o solitudine.

 
 
 
 
 
 
Il cimitero in fondo al viale
del borgo, seguito dal fosso,
quello profondo per le vigne.
Leggermente in salita
incalzavi i pedali
a fatica, ottant’anni
fatti da poco e una figlia in attesa.
Sotto la terra una ferita,
due o tre preghiere
e l’asma ricorrente
di fronte ai cristi e ai vasi in fiore.
Concludevi la mattina
davanti ai cancelli a mezzogiorno,
seduto pazientavi i primi
rintocchi, il suo ritorno.
 
 
 
 
 
 
Era quello degli dei il mio caffè.
Osservare gli zaini accalcarsi
al binario in attesa del vagone,
mi ricordava il liceo,
le sbarre dorate alla finestra,
l’utero materno.
Forse la mia conoscenza del treno
mi ha permesso una corsa straordinaria,
fuori dal programma esistenziale.
 
Gigli genuini fuori dal vaso.
 
 
 
 
 
 
Un tuo orecchino tra le labbra
 
«Forse non ci credi abbastanza
– mi parlava d’amore –
o, più semplicemente,
non hai il coraggio
di darti un’altra possibilità».

 
 
 
 
 
 
Mi piacerebbe fossi seduta
comoda sulla poltrona di fronte,
nostro vagone trasognato
con i graffiti ai finestrini
e le porte mezze aperte.
Rincuorandoti sornione
e a voce mansueta:
«è stata una bella giornata,
                   no?»
– cercandoti la pelle,
una carezza sotto la manica –
«ogni tanto ci vuole
una giornata così». Mia cara, di ritorno
dalla vacanza fingo solo
la vita si possa orientare
come più ci piace e deciderla
dal belvedere di casa,
la mattina presto,
prima di andare al lavoro.
So bene quanto sia pura apparenza
– ma quale asso in mano, quale azzardo? –
di sorprendere la fuga del treno,
tratto di lazo che ci lega al caso.
Uno sconto di pena.
Uno scherzo, uno sbalzo di stagione.
 
 
 
 
 
 
Quella sera sotto il tuo balcone
le auto erano un alone
di sorpasso, che rifletteva
le particelle della nebbia
non toccarsi tra loro.
Lampioni spenti nella bolgia
non mi davano ritorno.
 
Quando tagli una mela
di quelle fatte a cuore, rosse
di Biancaneve, e controlli
– o per scrupolo o per timore –
quale sia la metà più grossa:
 
questo è l’effetto dell’amore.
 
 
 
 
 
 
Sbuffa l’acqua bollente
contro il metallo di una teiera
e si dimena:
solo il freddo si nota
uscendo da una casa riscaldata.
Finisce sempre troppo presto.
Il viso che appena tuo s’intende
ormai dal mio diviso
mi saluta con lo sguardo,
un cenno della mano tra le tende.
Finestre illuminate in fondo al viale,
il pelo annoiato di un gatto
avviluppato tra le mie caviglie
trattenermi dai blocchi della corsa:
arancione inferno invernale
e un’automobile ad aspettare.
 
 
 
 
 
 
Era il pacchetto di Camel blu
sulla vecchia radio di famiglia
il lascito di mio papà,
l’ansia che sembrava liberazione.
 
Lui diceva che l’amore,
quello vero, se ne va
come ci ha sorpreso:
non fa domande.
 
 
 
 
 
 
«Pronto, mamma?
Il treno che temevo avere perso,
è stato soppresso:
hanno investito un tizio
all’altezza di Bologna».
 
Qualcuno si è buttato sotto
alle nove precise:
puntuale
con il suo voto.
 
Qui per noi, invece,
in attesa alla stazione,
una sequela di inutili ritardi
spazientiti dalla vita.
 
 
 
 
 
 
Tanti mozziconi giallosporco
e rossetto, troppi
risaltavano ammassati tra i sassi
carbone dei continui passaggi
sulle rotaie roventi,
gettati senza badarne al peso
durante la sosta obbligata
dell’ennesimo cambio.
Quanti i suicidi sorpassati
dai nostri treni merci.
 
 
 
 
 
 
 
 

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