Salva con nome – Antonella Anedda

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Salva con nome di Antonella Anedda è un libro che ha ormai un paio d’anni, quasi tre (Mondadori 2012) e che ho voluto riprendere in mano in occasione del progetto di Luigia Sorrentino Un poeta legge un poeta, che prevede la pubblicazione di video di lettura. Nello specifico ho seguito una performance (non mia) su un testo di Antonella in realizzazione proprio in questi giorni e che mi ha dato il la per questo articoletto (ricordo che il progetto inizierà ad essere pubblicato dal 14 febbraio – maggiori informazioni qui).

Antonella Anedda, personalmente, è una di quelle letture che avevano lasciato il segno non solo a me come lettore, ma all’intera mia adolescenza col libro Residenze invernali (Crocetti 1992). Un segno, quello di Anedda, indelebile per la capacità di usare la parola in maniera delicatissima eppure feroce, appuntita, con punti d’appoggio che sono veri e propri simboli che nascono e bruciano nell’esistenza temporale del testo poetico, della sua lettura.

In Salva con nome Antonella è sempre Antonella, la stessa poetessa d’esordio ma con una capacità di abbracciare la realtà sempre più matura e coraggiosa, di quel coraggio che include anche la paura: Non erano le immagini che facevano spavento, ma la loro cadenza, il loro ritmo spento. Non voglio con questo saltare i libri che si sono susseguiti tra i due succitati, solo tracciare una linea privatamente sentimentale tra quell’amatissimo Residenze invernali (che resta il mio più amato) e questo Salva con nome dove è proprio il nome ad assumere il dovere di stabilire punti fermi (paradossali), punti d’appoggio in una realtà in cambiamento, in disfacimento: solo dire che spingere le braccia dentro il freddo / è una prova che ha il senso di trovare il verbo in una frase.

Esiste una gioia, inevitabilmente ed assolutamente, e lo confessa la stessa autrice. Ma anche il male non si espande ma si addensa riportando in maniera sottilissima a uno degli elementi più toccanti della raccolta, il brodo: Se devo scrivere poesie ora che invecchio / voglio vederle scorrere, perdersi in altri corpi / prendere vita e nel frattempo splendere sulle cose vicine, / tenermi compagnia come le cipolle sbucciate nella luce / mentre preparo un brodo con gli occhiali offuscati. Un brodo che non riporta ma ricorda quanto questa poesia sia ancorata a una realtà quotidiana, squisitamente vissuta, nella quale il vivere è anche il testimoniare la caducità delle cose, la loro morte.

Per questo l’uomo diventa testimone passivo di una realtà che vive a prescindere da lui stesso, che va avanti, che lo consuma. E il nome delle cose, che è anche la funzione della poesia stessa, serve all’uomo a fermare brevi attimi d’incandescenza (appunto al pari delle poesie) per ancorarsi a un qualcosa di sicuro, di certo, di eterno in un’esistenza composta da un susseguirsi di non eternità. Ma il nome è anche un giogo, un laccio, nonostante tutto necessario. Un male, una necessità che però ci salva (anche se la domanda resta: come? Perchè le parole non salvano nemmeno se stesse).

Nonostante tutto, e nonostante noi, e nonostante l’ironia insita nel bisogno di questo male: Questo confondersi, che dovrebbe insegnarci quanto puerilmente siamo attaccati ai nostri nomi, mi ha ricordato di colpo il grande vetro – quasi un quadro – che conserva le ossa degli 800 martiri in una cappella della cattedrale di Otranto. Con un’ostinazione che non doveva conoscere noia, il comandante turco (che ora dà il nome a un ristorante alla moda) fece uccidere le ottocento persone che avevano rifiutato di convertirsi all’Islam. Stipate dietro un vetro che ha molte parti già offuscate, le tibie sono molto più numerose dei minuscoli crani collocati in alto e di cui non sappiamo né il sesso né l’età né il nome.

 
 
 
 
 
 
SALVA CON NOME
 
 
 
 

Cos’è un nome? Nulla. Un suono che si chiama corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri. Non avere nome significa fuggire: pochi hanno il coraggio di andarsene nel nome che hanno fino al nome che sono.
Il nome è la tragedia senza sangue che si consuma quotidianamente. Ci chiamano, noi rispondiamo, dobbiamo rispondere, dobbiamo voltarci a rischio della follia. Chi e dove sono, cosa succede se decido di disfarmi del nome, di farmi chiamare in un altro modo? E quante persone dovrei ammaestrare?
Se il destino è nel nome, il mio sta impallidendo fino a spegnersi e forse si disfa: una sconosciuta in un posto sconosciuto.
Il nome scivolerà via con il corpo, ci saranno dei segni su una pietra per un tempo che giustamente fa sorridere i fisici, poi l’unica corrispondenza sarà l’aria.

In questo libro i nomi possono essere dati arbitrariamente da chi legge, possono essere associati a vecchie foto di visi che colleziono negli anni e di cui non so il nome.
Hölderlin aveva capito che nella firma Scardanelli c’erano scaglie di pace.
Hölderlin corrispondeva a un nome spesso deriso. Scardanelli scardinava il passato.
Ho lasciato i nomi dei luoghi, mi piace osservare come gli esseri umani cadano inghiottiti dai paesaggi.

 
 
 
 
 
 
 
 
1943
 
 
Torna: è polvere ma entra nella casa
mette l’ombra sul muro e sul cuscino,
muove le piastre s’inclina di gas viola.
Sente la sottrazione come in vita il gelo
calcola le pause ma sa che è inutile sommare
numeri e vuoto, volo degli atomi alla lana
al pelo dei gatti sui tappeti.
Nuda guarda come precipita
la sua memoria nella stufa.
 
 
 
 
 
 
 
 
Spazio della paura diurnia
 
 
Adesso che il sonno si è spezzato come un ramo
sarebbe impossibile inghiottire questa brina
sfinirsi di freddo in cerca di parole
scucire i sogni e appenderli sui fili
come i lenzuoli nel gioco dei fantasmi.
Invece solo il dolore è forte.
Sale dall’osso della schiena
fa della mente un cranio,
gela e vorrebbe tepore,
intiepidire, essere un uovo, un albume di sole.
 
 
 
 
 
 
 
 
Spazio dell’invecchiare
 
 
Solo la nudità alla fine ci raggiunge
esatta come la luna crescente nei capelli.
Esiste una gioia nella reticenza
e un riparo perfino in questo spazio
che ha un inizio e una fine.
Non voglio scrivere un’elegia della vecchiaia,
solo dire che spingere le braccia dentro il freddo
è una prova che ha il senso di trovare il verbo in una frase.
 
Senti come guadagni la via del corridoio.
Non è scontato il passo col respiro.
Conta i mattoni pensando ai ciottoli di fiume
all’acqua che ti fasciava il piede
ricorda quanta tenacia c’è voluta a decifrare
le mappe dentro le parole.
 
 
 
 
 
 
 
 
Ancora ti svegli con un brandello di futuro (forse, forse
dice la trave nella luce mattutina).
Ancora pensi a una scaglia di amore (forse, forse
dice vagando per la stanza la luce mattutina).
Ancora hai la forza di pensare che il silenzio ti cura
e la solitudine splende
con gli avanzi del cibo su cui si posa il cielo.
 
 
 
 
 
 
 
 
Donna che nuota
 
 
Non vista si allontana, se la vedono
si cancella come carta vetrata.
Scende nell’ade del mattino
lascia le scarpe sul greto
respira il verde.
Flette la marna
la plasma con le dita e il fiato,
beve a sorsi la sabbia.
 
 
 
 
 
 
 
 
Ritratto di una tuffatrice
 
 
               Charles Darwin annotava quanti pensieri nascano
               da una testa immersa in acqua fredda

 
 
Affiorando dal mare invernale
valuta il rosso pompeiano delle gambe
il grigio delle labbra
il bianco che riga i polpastrelli
infine il sesso
stretto nel gelo come in vita.
 
 
 
 
 
 
 
 
Concerto per paura, coro e voci
 
 

(Immagina questa coppia. Lei che scosta con il piede la pantofola, il drappo della vestaglia sulle spalle, lui che si avvicina. La pioggia riga i vetri e le foglie scrosciano a terra. Il caffè brucia nel vano della cucina in lontananza. E il pericolo è buio, buio e polvere misti a desiderio.)

 
 
 
 
 
 
 
 

L’abete scroscia come un torrente.
Si scuote di uccelli. Ti dico: per tutta la notte mi ha inseguito il vento in forma di lupo. Non erano le immagini che facevano spavento, ma la loro cadenza, il loro ritmo spento. Non dico tutto.

 
 
 
 
 
 
 
 
Non ti ho detto che la mia paura è una piccola macchia:
una zona calva, una frazione di pelle nuda.
Vedevo il suo impercettibile ingrigirsi.
La paura s’imperla come un’ostrica
il bordo sfrangiato di grigio più scuro.
Tanto piccola da non essere spiegabile.
Screpolata. Tanto insignificante
da non darmi voce per gridare la scoperta
che il male non si espande ma si addensa.
 
 
 
 
 
 

Altri testi da questo volume qui, un vecchio post del 2013.

 
 
 
 
 
 
 

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