Oltre il ponte del drago – Anila Resuli

magritte3

Anila Resuli è una poetessa albanese che vive e scrive in italiano ormai da molti anni. Molto brava, molto molto brava. Pur non avendola mai incontrata di persona e non potendo certo dire di averne una conoscenza approfondita (credo ci sentiamo, per caso, una volta ogni due/tre anni via mail) ho letto diverse cose nel suo blog nelcorpoabitato.wordpress.com (qui). E devo ammettere d’aver preso anche ispirazione da una sua poesia, alcuni anni fa, per un mio testo poi uscito su Tuttolibri a cura di Maurizio Cucchi e nel mio Canzoniere inutile edito dalla Samuele Editore con prefazione di Elio Pecora (veramente ormai quache anno fa, qui). Il mio verso era: tra le cartilagini d’un vento / -le unghie spezzate dalla nebbia-, mentre il testo di Anila non lo ritrovo più e me ne dispiace, perchè senza falsi complimenti era nettamente superiore. Tornando ad Anila nel 2012 ha pubblicato con le edizioni Smasher Volti nell’acqua, che come prefatore trova Paolo Fichera il quale, con grande accuratezza, scriveva:

Una donna di 30 anni affronta a ritroso con il supporto di una memoria, sempre fallace, e di una lingua, non di origine, il viaggio compiuto 14 anni prima dall’Albania all’Italia. Un poeta dedito alla poesia corporale spezza un percorso che pareva immutabile e depone una spina in terra per poterla calpestare e sentire dolore, accettando di dire quel dolore. Un nuovo tema (il viaggio senza il corpo), una nuova lingua ancora (non più il verso libero e fecondo, ma l’endecasillabo ferreo e fecondo), un’opera organica (non più poesie sparse)… Perché? Immettere Volti dell’acqua nell’alveo della poesia della migrazione è quanto di più semplicistico ci possa essere. Del resto gli elementi ci sono tutti: un viaggio della speranza, un’autrice albanese che scrive in italiano, una nuova lingua per costruire così una nuova terra. Queste considerazioni aprioristiche, queste domande legittime perdono importanza leggendo i primi versi della prima poesia. In questo poemetto che racconta un viaggio e dove più forte è il sangue di chi scrive, proprio qui noi lettori scopriamo che in questi versi manca la prima cosa che ci aspettavamo di trovare: l’identità. E soprattutto manca la volontà di costruirsi un’identità. Il titolo Volti dell’acqua è lì che parla e dice tutto: non un viaggio ma più viaggi, non un volto ma più volti, non una lingua ma più lingue e volti e lingue e sangue che appartengono non a una terra ma all’acqua, alla mobilità, allo scorrere, al movimento, a chi si specchia in una superficie sempre diversa, mai fissa, che spezza i contorni se toccata (“…il tempo ammaestri, poi guardi/fissi distanti, coi volti dell’acqua,/la terra tace ormai lontana.”). È una creatura d’acqua che parla “…pelle resa/morbida d’acqua, bambina.” nella poesia che introduce il viaggio, una poesia che è il prologo e l’epilogo dove Anila Resuli mette in scena gli elementi di questo flusso: pelle, bambina, corpi, pupilla, nascita, padre. E quel tu che il poeta usa come richiamo è un io che sempre rimbalza, un io che è madre, altri volti, un io che è padre, un padre vero, fisico, che ha ferito e ferirà, un padre terra e guerra, dove “si presta alla tua guerra,/alla mia, già alle vene dove scorre/denso nel sangue il male”. E questo male “si riversa/nella radice, come linfa scura”. E male è la parola chiave (anche se usata soltanto una volta da Anila Resuli in tutto il poemetto). Un male che si fa grembo e ferita e che rende il bisogno di appartenenza a un amore, a una terra, a una lingua un bisogno che non può essere soddisfatto mai pienamente, mai per sempre. Anila Resuli, per affrontare il suo viaggio nel male e se stessa, non fortifica la propria voce rendendola peculiare, affinandola fino a farne non linguaggio ma lingua, ma affronta il suo mare/male con tutte le voci a sua disposizione, voci proprie e di altri personaggi come volti in scena (“nel volto i volti”) perché la costruzione della propria identità è una meta non voluta, non necessaria, una meta immancabilmente mancante e mancata.

Le ultimissime parole di Fichera rendono più di tutte una fotografia vera e intensa della poetica di Anila: perché la costruzione della propria identità è una meta non voluta, non necessaria, una meta immancabilmente mancante e mancata. Non c’è infatti alcuna ricerca e tantomeno alcuna ansia di ricerca anche in questi versi che ho voluto chiedere ad Anila e che lei ha intitolato Oltre il ponte del drago. Gli elementi che possono ricondurre alla raccolta edita ci sono forse tutti: il ponte, il drago che con la sua mole per concetto enorme può essere la guerra precedente quanto il mondo stesso che si incontra ora, l’acqua. Il corpo, vera cifra della sua poesia, mai inutilmente ostentato ma vissuto, abitato, c’è inoltre tutto: io non conosco niente, nemmeno i miei piedi. C’è anche il mare come confessione di un desiderio/bisogno di andare/abbandonare che assomiglia tanto a una fuga, o una resa all’incapacità presunta (dalla stessa Anila mi pare di leggere nel mezzo dei versi) di creare qualcosa senza doverlo/volerlo abbandonare.

E il termine andare ricorre infatti in maniera quasi ossessiva in quasi tutte le poesie legandosi spesso a termini di privazione come una stanza senza finestre, la stanza non è nostra, non parliamo, la Sposa è mancata. Ma c’è anche la possibilità del ritorno, dell’incontro, pur in percentuale molto minore, pur con una timidezza che la rende molto insicura: le voci dove i vicini / ti conoscono per nome, siamo già stati qui, ricorderai nuda la stessa forma / della polvere, gli stessi occhi sugli specchi, / rimarranno. Una percentuale molto minore, una consapevolezza che è molto più probabile l’andare che il tornare. Non a caso l’elemento fisico privilegiato in questi testi sono i piedi, quasi simbolo del movimento corporale che compete l’andare e il tornare. E non a caso nell’ultimo testo, nel testo de la Sposa è mancata, Anila torna a parlare di acqua: metto acqua alle piante di tanto in tanto.

La stessa acqua che faceva il mare della partenza del libro precedente, e che diventa inevitabilmente simbolo, mitologia, solitudine che comprende tutto.

 
 
 
 
 
 
 
 
                posso mostrarti qualcosa del buio,
                ma non avere paura: ricordo le promesse
                che ci siamo fatti. le impronte fisse
                hanno marcato il terreno, l’acqua ha richiamato
                i lupi. svegli, ritornano a bere.
                non c’è fuoco che domina qui.
                il legno secca spesso senza bruciare.

 
 
 
 
 
 
 
 
abbiamo scelto una stanza senza finestre,
dove contenere le voci. le scale tengono lontano
il rumore delle strade, le voci dove i vicini
ti conoscono per nome.
io non conosco niente, nemmeno i miei piedi.
rincuora di tanto in tanto il rintocco
che suona anche l’ora di andare.
 
 
 
 
 
 
 
 
hai detto che siamo stati qui una volta,
abbiamo nominato una figlia,
nostro il pane, nostro il soffitto,
le travi che pendono oltre il giardino,
riposano. la città s’è spenta,
l’inverno ha dominato le strade.
tu resti. io tendo ad andare
per ritornare al mare.
 
 
 
 
 
 
 
 
sappiamo che la stanza non è nostra,
ma la viviamo come se alleggerisse tutte
le nostre notti, la pelle consumata,
le storie dette. i dettagli ricordano fotografie
nei muri, il soffitto di legno che pende ai piedi.
c’è lo stesso odore. siamo già stati qui.
sono state qui le nostre bocche. il freddo
lapidava i corpi. ma c’è sempre qualcosa di cui
aver timore, che ci sia qualcuno,
che il rumore divenga impronta,
che io me ne debba andare.
 
 
 
 
 
 
 
 
mi sembra di sentire ancora il rumore delle chiavi,
l’odore di chiuso unito al freddo, un tuffo
in faccia come sei dentro. fuori la neve alza
vento, innesca silenzi, come fosse già notte.
ma il giorno non sveglia le bocche. non parliamo.
ma sappiamo comprenderci. entri per primo,
per capire chi c’è stato, per inumidire
la stanza di fiato. la solitudine comprende tutto.
dappertutto oggetti, sedie, poltrone, coperte che useremo
per sorreggerci. ci vogliono poche parole. i gesti
resteranno qui. ricorderai nuda la stessa forma
della polvere, gli stessi occhi sugli specchi,
rimarranno, si sa, appena andremo.
 
 
 
 
 
 
 
 
sei sempre lo stesso. non ci si manca,
ma gli anni si vivono come fosse ieri.
la Sposa è mancata. il suo abito resta
un grappolo di polvere in giardino.
rami e pietre sul suo velo.
metto acqua alle piante di tanto in tanto
e la vedo ferma a piangere
il bianco fermo della neve.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Annunci