ti ho letto le tue vertebre, la pelle

mantella2

Continuo in questo post le modifiche e l’evoluzione della piccola operetta che inizialmente avevo chiamato ti ho letto le tue vertebre, la pelle e che avevo pubblicato alcuni giorni fa. Il post è sempre lo stesso, e di seguito lascio la prima e la seconda versione dei testi per quanti vogliano prendersi la briga di valutare il lavoro svolto. Devo avvertire però che questo progetto lo sto un poco abbandonando per prediligere La ragazza di nome Olga (qui) che credo sia di molto superiore, o perlomeno più pregnante. Ho anche cercato di inserire questi testi dentro Olga senza riuscirvi. Olga evidentemente non vuole.

Ciò che mi intriga di Olga è la sua dichiarata inesistenza. Nasce molto banalmente da un nome letto in una mail, una di quelle che arrivano da wordpress sui nuovi post dei blog ai quali si è iscritti, nel telefono. Olga sa di non esistere, ma proprio perchè lo sa esiste e dà ragione al rapporto che si instaura con lei. Un rapporto di fatto di voyeurismo che ha una certa morbosità pur nella sua normalità. Come è normale Olga nella confusione della sua vita (nemmeno io capisco se ha un solo ragazzo o ne ha molti, e forse nemmeno lei). Fino ad arrivare alle domande che anche io mi pongo cercando di gestire questa nuova operetta e la sua chiusura: chi è Olga? La ragazza che vive al di là del muro dell’appartamento o il muro stesso? E questo muro è l’isolamento di chi immagina Olga o di Olga stessa? O è l’isolamento delle persone? E l’inesistenza di Olga è un’inesistenza solo sua o di tutti? Quanto siamo consapevoli di esistere in fondo?

Tornando però a queste poesie concludo col raccontare la genesi del titolo. All’inizio era dovuto, dichiaratamente, alla lettura di Sanguineti, l’articolo precedente a questo (qui). Poi però ho pensato di chiamare questo piccolo nucleo 14 poesie (anche se 14 non erano). Il riferimento a Bandini c’era tutto pur essendo solo formale, una memoria. Ma di fatto questa è un’opera che nasce all’insegna della memoria, di ciò che essa lascia e di ciò che essa insegna. Alla fine sono tornato al numero reale dei testi, quindi 9 poesie mantenendo comunque il riferimento bandiniano.

L’immagine del post è un’altra opera di Maria Mantella, che avevo già inserito qui (il suo sito qui).

 
 
 
 
 
 
 
 
9 poesie
 
 
 
 
 
 
Dicembre è questa attesa, bianca,
della nutria che s’immerge scomparendo
nel fiume d’una sera, nemmeno
troppo gelida. Una coppietta scorre
mano nella mano attraverso un ponte
di legno – ricordo quello a Bratislava*
ormai così tanti anni fa che
non so nemmeno se esista, ancora,
col suo ristorante altissimo e una ragazza
dai capelli rossi che sorrideva –.
 
 
 
 
 
 
La giornata declina perchè forse
qualcuno ha definito che il sole
tramonta ad ovest, quasi l’est
fosse la genesi dei mali
che vengono nel mondo, pari alla luce.
Le scarpe rotte a lato della porta
ne sono le zenith, mentre l’azimuth
non so nemmeno se esista o sia
l’utero, o le vertebre di una donna.
 
 
 
 
 
 
E così mio padre mi racconta
– con la sua voce rotta che sa dire
solo pensione, la mia pensione
che anche la donna è il tradimento
del giorno che ci chiama, che ci
vuole, che ci sveglia la mattina.
E la mattina quando mi sveglio
vedo gli operai e le maestre*
che ritornano dal turno
notturno, senza giorno, senza Dio.
 
 
 
 

* Nelle fabbriche di filatura le maestre sono, o erano, donne con un livello superiore agli operai

 
 
 
 
 
 
Ho letto Sanguineti, lo ammetto,
e mi sono innamorato al verso
ti ho letto le tue vertebre, la pelle.
E sarei andato a fondo anch’io
alle tue vertebre, alla tua pelle,
se non ne avessi capito l’errore,
il loop, lo schema che ritorna.
 
 
 
 
 
 
Ho avuto una donna che diceva
che per me i film horror sono quasi
come i porno, che nemmeno guardo,
e anche la paura così mi ha messo
in imbarazzo. Qualcuno ha detto
che la cura a questa vita è solamente
un togliere le ragnatele alle pareti,
non serve nemmeno pitturare.
 
 
 
 
 
 
Le poesie si scrivono di notte.
Non perchè s’abbia altro da fare
o per il sonno che divora
ciò che resta di cosciente, del senso
di colpa della vita, ma perchè
di notte s’avvertono meglio i passi
delle persone che ritornano, i
tacchi sulle labbra, gli odori.
Si abbassano i volumi
e si sentono i cuori che non battono.
 
 
 
 
 
 
Che l’errore non s’abbia a sentire,
mi raccomando, né vedere, che
i panni sporchi vanno lavati in casa
diceva mia madre anche quando
la lavatrice si rompeva. I panni
erano sempre molti. Poi, da grande,
ho rinunciato alla lavatrice.
 
 
 
 
 
 
Mio padre mi ha insegnato che la vita
è un lasciare indietro qualche cosa,
un perdere qualcuno, a intervalli regolari.
Come quando fai il caffè e i grani
ti cadono per terra, e non puoi salvarli.
Nemmeno te stesso di fronte allo straccio
che una volta era di qualcun altro.
 
 
 
 
 
 
Le persone a volte si assomigliano.
Ne vedi una e riconosci un volto
vissuto amato, già da tanto.
Un labbro, una piega nello sguardo.
Così i sassi della strada
che dicono il mondo un solo greto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Seconda versione
 
 
 
 
 
 
La giornata è questa attesa, bianca,
della nutria che s’immerge scomparendo
nel fiume d’un inverno, nemmeno
troppo gelido. Qualcuno scorre
come passando attraverso un ponte
di vetro – ricordo quello a Bratislava*
ormai così tanti anni fa che
non so nemmeno se esista, ancora,
col suo ristorante altissimo e una ragazza
dai capelli rossi che sorrideva –.
 
 
 
 

* Il ponte sul Danubio a Bratislava in realtà non credo fosse di vetro, ma la memoria a tanti anni di distanza (ormai venti pieni) me lo raffigura con questa immagine. E devo ammettere che non sono nemmeno sicurissimo che il ristorante altissimo fosse in concomitanza del ponte. Ne sono abbastanza certo, ma gli anni lasciano una certa confusione. Alla quale, devo ammettere, preferisco non rinunciare. Perchè le cose accadute non sono mai le cose realmente successe, ma la memoria che ne abbiamo.

 
 
 
 
 
 
La giornata declina perchè forse
qualcuno ha definito che il sole
tramonta ad ovest, quasi l’est
sia la genesi di tutti mali
che vengono nel mondo, pari alla luce.
Le scarpe rotte a lato della porta
ne sono le zenith, mentre l’azimuth
non so nemmeno se esista o sia
l’utero, o le vertebre di una donna.
 
 
 
 
 
 
E così mio padre mi racconta
– con la sua voce rotta che sa dire
solo pensione, la mia pensione
che anche la donna è il tradimento
del giorno che ci chiama, che ci
vuole, che ci sveglia la mattina.
E la mattina quando mi sveglio
vedo gli operai e le maestre*
che ritornano dal turno
notturno, senza giorno, senza Dio.
 
 
 
 

* Nelle fabbriche di filatura le maestre sono, o erano, donne con un livello superiore agli operai

 
 
 
 
 
 
Ho letto Sanguineti, lo ammetto,
e mi sono innamorato al verso
ti ho letto le tue vertebre, la pelle.
E sarei andato a fondo anch’io
alle tue vertebre, alla tua pelle,
se non ne avessi capito l’errore,
il loop, lo schema che ritorna.
 
 
 
 
 
 
Ho avuto una donna che diceva
che per me i film horror sono quasi
come i porno, che nemmeno guardo,
e anche la paura così mi ha messo
in imbarazzo. Qualcuno ha detto
che la cura a questa vita è solamente
un togliere le ragnatele alle pareti,
non serve nemmeno pitturare.
 
 
 
 
 
 
Le poesie si scrivono di notte.
Non perchè s’abbia altro da fare
o per il sonno che divora
ciò che resta di cosciente, del senso
di colpa della vita, ma perchè
di notte s’avvertono meglio i passi
delle persone che ritornano, i
tacchi sulle labbra, gli odori.
Si abbassano i volumi
e si sentono i cuori che non battono.
 
 
 
 
 
 
Il freddo d’inverno è come la nutria
che non sapevo nemmeno esistesse
e che poi ho visto appesa
alla ragnatela di un uomo
che la fotografava. Quel giorno
ho pensato che la vita è bella
come una nutria, con la coda di topo.
 
 
 
 
 
 
Che l’errore non s’abbia a sentire,
mi raccomando, né vedere, che
i panni sporchi vanno lavati in casa
diceva mia madre anche quando
la lavatrice si rompeva. I panni
erano sempre molti. Poi, da grande,
ho rinunciato alla lavatrice.
 
 
 
 
 
 
Mio padre mi ha insegnato che la vita
è un lasciare indietro qualche cosa,
un perdere qualcuno, a intervalli regolari.
Come quando fai il caffè e i grani
ti cadono per terra, e non puoi salvarli.
Nemmeno te stesso di fronte allo straccio
che una volta era di qualcun altro.
 
 
 
 
 
 
Le persone a volte si assomigliano.
Ne vedi una e riconosci un volto
vissuto amato, già da tanto.
Un labbro, una piega nello sguardo.
Così i sassi della strada
che dicono il mondo un solo greto.
 
 
 
 
 
 
Ieri ti ho scritto una poesia, papà,
ma poi ci ha piovuto sopra. È che
non sono stato attento a chiudere
la finestra, come spesso mi capita
nella vita. E l’acqua ha lasciato righi
che sembravano un segno del cielo,
cose di poco conto. Non fosse
che Dio te l’abbiamo visto accanto
ieri, seduto in una carrozzina,
nel posto dove tu non muori.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Prima versione
 
 
 
 
 
 
La giornata è questa attesa, bianca,
della nutria che s’immerge scomparendo
nel fiume d’un inverno, nemmeno
troppo gelido. Qualcuno scorre
come passando attraverso un ponte
di vetro – ricordo quello a Bratislava
ormai così tanti anni fa che
non so nemmeno se esista, ancora, col
suo ristorante altissimo e una ragazza
dai capelli rossi che sorrideva –.
La giornata degrada perchè forse
qualcuno ha definito che il sole
tramonta ad ovest, quasi l’est
fosse la sua genesi per i mali
che vengono nel mondo, pari alla luce.
Le scarpe rotte a lato della porta
ne sono lo zenith, mentre l’azimuth
non so nemmeno se esista o sia
l’utero, o le vertebre di una donna.
Le tende sono aperte alla giornata
come le braccia aperte di una madre.
 
 
 
 
 
 
E così mio padre mi racconta
– con la sua voce rotta che sa dire
solo pensione, la mia pensione
che anche la donna è il tradimento
del giorno che ci chiama, che ci
vuole, che ci sveglia la mattina.
E la mattina quando mi sveglio
vedo gli operai e le maestre
che ritornano dal turno
notturno, senza sonno, senza Dio.
Sono un al di là della finestra
dove nemmeno il giorno sa arrivare.
 
 
 

Nelle fabbriche di filatura le maestre sono, o erano, donne con un livello superiore agli operai

 
 
 
 
 
 
Ho letto Sanguineti, lo ammetto,
e mi sono innamorato del verso
ti ho letto le tue vertebre, la pelle.
E sarei andato a fondo anch’io
alle tue vertebre, alla tua pelle,
se non ne avessi capito l’errore,
il loop, lo schema che ritorna.
Ho avuto una donna che diceva
che per me i film horror sono quasi
come i porno, che nemmeno guardo,
e anche la paura così mi ha messo
in imbarazzo. Qualcuno ha detto
che la cura a questa vita è solamente
un togliere le ragnatele alle pareti,
non serve nemmeno pitturare.
 
 
 
 
 
 
Le poesie si scrivono di notte.
Non perchè s’abbia altro da fare
o per il sonno che divora
ciò che resta di cosciente, del senso
di colpa della vita, ma perchè
di notte s’avvertono meglio i passi
delle persone che ritornano, i
tacchi sulle labbra, gli odori.
Si abbassano i volumi
e si sentono i cuori che non battono.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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2 thoughts on “ti ho letto le tue vertebre, la pelle

  1. Ho condiviso ogni verso, ogni parola, trovando nell’altro il mio andare.

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