Elegie di Oxòpetra – Odisseas Elitis

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Odisseas Elitis è un poeta greco, Nobel per la letteratura nel 1979, che però a quanto mi risulta non trova ancora un’adeguata collocazione editoriale in Italia. Ci sono traduzioni, questo si, e se ne contano di eccellenti per altrettanto eccellenti Editori (Crocetti, Donzelli). Ma il percorso più classicamente maggiore (Mondadori, Einaudi, Garzanti, Guanda) lo vuole ancora escluso (può anche essere che il lettore più attento ora mi darà torto, e ne sarei felice).

E tanto non può che far emergere una domanda: perchè? Non mancano altre lacune importanti nel nostro territorio editoriale, questo lo sappiamo, ma Elitis pare uno di quei grandissimi di cui non ci si capacita l’assenza. Ora lungi da me voler dare spiegazioni di cui non sono in grado, ma leggendo le poesie mi è parsa chiarissima la differenza che c’è tra questo autore e un po’ tutta la tendenza poetica italiana. Non mancano le somiglianze, come ad esempio lo sfumare del confine tra prosa e poesia, ma è nel linguaggio che si trovano le distanze, gli abissi. Un linguaggio che affonda nel mito, nel simbolismo surreale, e che in Italia non ha mai pienamente attecchito. Non ha mai trovato un suo percorso nonostante le enormi presente (fra tutti Luzi).

Elitis vive una mitologia della poesia che rifiuta d’abbassarsi al quotidiano, ma dal quotidiano (non è da dimenticare che uno dei suoi libri nasce in conseguenza all’esperienza della guerra) prende le sue maglie per pescare in un mare più grande dove pensiero, filosofia, mitologia, divengono un tutt’uno con la sostanza poetica. Quasi come se servisse la filosofia a mantenere vivo il cuore, anche nel suo claudicare, anche nel suo finire (non per nulla la fortissima presenza della morte vista come un obiettivo di confronto più che con paura, perchè come dice lui stesso la poesia comincia là dove la Morte non ha l’ultima parola, perchè conta ciò che rimane).

Qui un piccolo commento che ho trovato in rete, di un certo Raskolnikov, e che mi ha colpito: Elitis, poeta surrealista premio Nobel, ci propone (o meglio, l’Editore Crocetti propone) due raccolte di sue poesie: “Elegia a Oxòpedra” e “A occidente del dolore”. In ambedue le raccolte la vena surrealista del poeta viene fuori chiara e presente, nella prima raccolta forte della presenza (piuttosto ingombrante) del poeta romantico Friederich Holderlin, nella seconda lasciando più libero sfogo alla fantasia “marina” e paesaggistica del poeta. Le figure religiose sono toccate quasi con un senso di sberleffo ( una poesia addirittura “dice” che la Madonna e i santi “abbaiano”), mentre quelle politiche sono del tutto assenti, preferendo il poeta, come molti suoi contemporanei, rifugiarsi nel grande passato culturale della scuola dell’Europa che fu la Grecia (anche se il poeta non si lascia mai troppo “prendere la mano” in questo). Le immagini che evoca, comunque, sia che tocchi argomenti religiosi, sia che parli di miti greci, sia che descriva il meraviglioso paesaggio greco, sono sempre sospese tra sogno e realtà, tra incanto e disillusione, tra febbre e raziocinio…Un grande poeta, in conclusione, troppo colpevolmente ignorato dalla letteratura “classica” (come del resto i suoi contemporanei greci…)

I testi che seguono sono per la maggior parte presi da Elegie edito da Crocetti nel 1997, e rimesso in distribuzione (in evidente ristampa a causa dell’indicazione solo in euro che nel 1997 non poteva essere ancora possibile) in tempi relativamente recenti. E in particolare ho preso dalla sezione Elegie di Oxòpetra che dà titolo a questo post. L’immagine che ho messo in copertina invece è di Maria Mantella (qui altre sue cose). In ultimo la sua nota biobibliografica:

Odisseas Elitis, (pseudonimo di Alepudelis), nacque a Iraklion (Creta), nel 1911, da famiglia originaria dell’isola di Lesbo. Soggiornò a lungo a Parigi (una prima volta dal 1948 al ’52, una seconda dal 1969 al ’71), dove entrò in contatto con i maggiori animatori della vita culturale: Breton, Eluard, Tzara, Ungaretti, Matisse, Giacometti, Picasso. Ricoprì incarichi di prestigio, come quello di presidente dell’Ente radiofonico greco, di membro dell’Unione internazionale dei critici d’arte e di membro della Société Européenne de Culture, ottenne numerosi riconoscimenti in Europa e negli Stati Uniti, e molte lauree honoris causa dai piú prestigiosi atenei del mondo. Del 1940 la prima raccolta poetica Orientamenti. Del 1943 Sole il Primo e del 1945 Canto eroico e funebre per il sottotenente caduto in Albania. Del 1959 Dignum Est, forse la sua opera più significativa. Da quel momento non cessò di scrivere e pubblicare: la raccolta di saggi e prose Carte scoperte (1974), le Elegie di Oxòpetra (1991), il secondo volume di saggi e prose Carte bianche (1992), A occidente del dolore (1995), Da presso (1998). Nel 1979 l’Accademia di Svezia gli assegnò il premio Nobel per la letteratura, tra le motivazioni il desiderio di libertà intellettuale e sviluppo della creatività che traspare dalla sua poesia. Morì ad Atene nel 1996.

 
 
 
 
 
 
 
 
Intrepido, Fiducioso, Audace
 
Ora io guardo alla barca che arriverà sempre vuota
Ovunque tu salga; a un Cimitero lontano sul mare
Con Korai di pietra che stringono fiori in mano. Sarà notte e agosto
Quando cambiano la guardia le stelle. E le montagne leggere
Piene di vento buio sono appena sopra la linea dell’orizzonte
Intorno odore di erba bruciata. E una pena di ignota stirpe
Che dall’alto scende in un rivo sul mare addormentato
 
Risplende dentro di me tutto quel che ignoro. E tuttavia risplende
 
Ah bellezza anche se mai ti concedesti intera
Qualcosa sono riuscito a carpirti. Parlo di quel verde della pupilla che per la prima volta
Entra nell’amore e dell’oro che ovunque lo posi è fuoco di luglio.
Ritirate i remi voi usi ad una vita dura. Portami là dove vanno gli altri
Vassallo del cielo chiedo di tornare di nuovo là
Nei miei diritti. Lo dice anche il vento
Da piccolo lo stupore è fiore e quando cresce è morte
Ah bellezza tu mi consegnerai come Giuda
Sarà notte e agosto. enormi arpe si udranno di tanto in tanto e
Con il poco turchino della mia anima l’Oxo Petra comincerà
A emergere dal buio. Piccole dee , da sempre giovani
Frigie o Lidie con corone d’argento e ali verdi intorno a me si raduneranno cantando
Quando le pene di ognuno saranno scontate
Con colori di amari ciottoli: tanto
Con fibule di dolore tutti i tuoi amori: tanto
La torba della roccia e l’orrendo crepaccio del tuo sonno non recinto: due volte tanto
 
Finché una volta il fondo del mare con tutto il suo plancton invaso di luce
Si rovescerà sulla mia testa. E altre cose fino ad allora non svelate
Appariranno come viste attraverso la mia carne
Pesci dell’aria, capre dall’esile corpo erto contro le onde scampanio di
San Demetrio il Profumato
Mentre in fondo lontano continuerà a girare la terra con una barca nera perduta a largo e vuota.
 
 
 
 
 
 
 
 
Eros e Psiche
 
Mare nero impetuoso sbatte addosso
La vita degli altri. Qualunque cosa tu affermi nella notte
Dio la trasforma. Leggere vanno le case
Alcune arrivano con le luci accese
L’anima dei morti se ne va (dicono)
 
Ah chi sei tu che chiamano anima ma a cui né l’aria
Ha mai dato consistenza né mai corpo ti
Ha toccato al passaggio
Quale balsamo o quale veleno versi che
 
In tempi pasasti la gentile Diotima
Con canti selenti arrivò a mutare
La mente dell’uomo e il corso delle acque di Svevia*
Così chi si ama si scopre di qua e di là
 
Delle due stelle e di un solo destino
 
Ignara sembra essere la terra anche se
Non lo è. Sazia i diamanti e di carbone
Sa però parlare e là dove la verità approda
Con rimbombi sotterranei o sorgenti di grandi purezza
Viene a confermartelo. Chi? Cosa?
 
L’unica cosa che affermi e Dio non trasforma
Quel qualcosa d’imprecisato che nonostante tutto
Esiste dentro il Vano e il Nulla.
 
 
* Perché la figlia di Giove lui
Lottava contro le Arpie
E con devozione firmava: Scardanelli.

 
 
 
 
 
 
 
 
Venerdì sempre piovoso
 
Più vecchio del tempo quasi giacimento
D’oro, che cosa
Avrà mai brillato nel fango della tua
Mente tanto che
Ora si fa visibile il mai inviato e mai còlto
E senza età sono colori o odori
La tua vita dunque comincia, ecco:
Sabato domenica lunedì martedì
 
Ma celeste il più commovente,
Mercoledì giovedì
Arriva il suono degli animali che
Bevono già avanzati nell’oro
Là un Dio miceneo appicca
Un incendio di bianca bellezza
Dopo che se ne andarono gli Eroi
E i suoni arrivano intatti
Sabato domenica lunedì martedì
 
Flora celeste Medusa e Terra
Come un albero di fiori dentro le onde
Delle voci musicali l’amore trema
L’uno o il due che si perdono e
Resta sospeso il vento
Prima che nella fornace si senta
Il vermiglio
Sabato domenica lunedì martedì
 
Ma gli oracoli, mercoledì giovedì,
Agiscono con l’argento di Maria
E conchiglie
La notte quando hanno via libera i sensi
E li credi leggi dell’universo
Qua e là la grande testa del
Sacerdote e poi
La campana della luna sulla cancellata
Epsilon iota alfa dall’Eternità.
 
 
 
 
 
 
 
 
Anteprima della morte (sogno)
 
Senza sosta più vicino senza sosta più in alto
Senza sosta la riva si allontana
Montagne grandi e piccole strette nel loro abbraccio
E un palmo di prato un palmo di mare
 
Ultime pattuglie di uccelli controllano i passaggi
Ribes luminosi e oscure alghe
Che quasi sfiorando passo
gettando a poco a poco la zavorra
 
Ed è tanto invisibile la musica
Felicità sedimentata dentro di me così
Che non provo né dolore né gioia ma
Benedetto dai baci che mi sono rimasti ancora addosso
Ancora più leggero salgo
Irrorato dell’oro celeste di Fra Angelico
 
E come dentro al buioi dell’acqua silenziosa
Passa una figura che colgono soltanto
Le vergini che ameranno
Così da un’immagine all’altra di terra trasfigurata
Appare
In profondità dentro il verde dell’aria
Come da tanta amarezza sia riuscita a estrarre un sorriso
E dal giaguaro del sole un uccellino
Che come diacono di sconosciuti luoghi marini
Di culto notte e giorno canta
 
Senza sosta più vicino senza sosta più in alto
Oltre le passioni oltre gli errori degli uomini
Ancora un po’ ancora un po’
Con tutti i suoni dell’amore pèronti a esplodere
L’arcipelago celeste:
 
Ecco Kimmoni! Ecco Lighinò!
Il Trienaki! L’Antìpnos! L’Alogàris!
La Evlopùssa! La Màissa!
Stupore odo viola e tutto diviene
Rosa sulla pelle soltanto piango il fruscio
Dell’aria: di nuovo mi è concesso
Di toccare una terra stupenda castana circondata dal mare
Come quella degli olivi di mia madre quando
Scende la sera e un odore
Di erba bruciata sale ma
Se ne vanno gridando con un po’
Di guscio d’ostrica nel becco i gabbiani
 
Sulla cima delle colline San Simeone
Un po’ più in alto le barche delle nubi
E ancor più in alto l’Arcangelo con il suo sguardo profondo tutto perdono.
 
 
 
 
 
 
 
 
Uomo, tuo malgrado
 
Uomo, tuo malgrado
Malvagio – per poco non è altra la tua sorte.
Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perchè dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto. Ma la folla resta
Solo sulla superficie delle cose
Tutto vuole e prende e non le rimane nulla.
 
È già arrivato il pomeriggio
Sereno come a Mitilene o in un quadro
Di Theofilos, fin là a Eze,a Cap-Estel,
Insenature dove il vento assesta bracciate
Una tale trasparenza
Che tocchi le montagne e continui a vedere l’uomo
Che era passato ore prima
indifferente e che ormai dev’essere arrivato.
Dico: sì, devono essere arrivati
Al loro termine la guerra e il Tiranno nella sua caduta
E la paura dell’amore davanti alla donna nuda.
Sono arrivati, sono arrivati e solo noi non vediamo
A tentoni ci scontriamo di continuo con i nostri fantasmi.
 
Angelo tu che voli qui intorno
Sofferente e invisibile , prendimi per mano
Sono dorate le trappole degli uomini
Ed io non posso che restare con quelli di fuori.
 
Perchè anche l’Invisibile lo sento presente
L’unico che io chiami Principe, quando
La casa tranquillamente
Ancorata nel tramonto
Manda bagliori
E come in un assalto un pensiero
S’impone d’un tratto mentre altrove andavamo.
 
 
 
 
 
 
 
 

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