Felicità senza soggetto – Mario Santagostini

santagostini
 

Felicità senza soggetto di Mario Santagostini (Mondadori 2014) è un libro preciso ed elegante, puntuale, composito e complesso. Un libro da rileggere più volte. Un sistema di storie che fanno una storia unica come un labirinto di gallerie dove ci si perde ma che alla fin fine, viste dall’alto, compongono un unico percorso. Verrebbe quasi banalmente da dire che questo percorso è la vita, il vivere. Non fosse che la vita, e il vivere, è di fatto uno dei problemi di questo libro.

Mario Santagostini è uomo che ama la vita a prescindere, pur non idealizzandola, e anzi la osserva dalle diverse angolature che la poesia e la vita stessa propone. Attraverso la storia, le letture, le amicizie, gli oggetti, i quadri, Milano stessa. Ma è una vita che spesso pare un oggetto estraneo all’essere che la vive, un oggetto che ha una vita propria, altra. Un qualcosa privo di soggetto che ha comunque nome di felicità. Pensavo: non amo me stesso, amo questi anni, la loro felicità senza soggetto. E nella quale l’essere con la drammatica interezza storica del suo corpo si ritrova ad esserci, a viverci, come un accidente. Un incidente.

Una vita che c’è e basta, che resta, mentre tutti (noi compresi) passiamo. E arrivano altri esseri a vivere, o cose ad appropriarsi di questa vita che diventa un ideale vivente, e ne assume tutte le problematicità. Prima di tutto, appunto, storiche: spesso la vita dell’ideale nega la vita di chi pensa l’ideale. Problematicità anche esistenziale, intendendo con questo termine il disorientamento del trovarsi in qualche modo in un qualche luogo e in qualche tempo. O con altre parole il trovarsi a vivere, per poi ritrovarsi a pensare che anche le pietre prima o poi vivranno, o meglio si approprieranno di quella vita che resterà mentre noi passeremo. E il mondo servirà a dare loro una vita che è parola.

Un ideale che in quanto tale soffre il disfacimento degli ideali. Un Pascoli che si ostinava a credere ai morti mentre il poeta non ci crede più da anni. Ma quell’uomo beveva. Un ideale che nega il finire delle cose o meglio delega l’intera massa umana a finire. Un ideale che resta in un mondo dove una volta si creava, poi si è passati al vivere. Adesso, aspettiamo.

 
 
 
 
L’ex comunista
 
Sono tornato a Cinisiello,
una domenica afosa.
Un motocarro scoperto portava via un cane.
Questa è stata zona operaia.
E io ero, come tanti, comunista.
E pensavo a un avvenire
senza il lavoro, a quando i corpi
ci sarebbero serviti a poco,
quasi a niente. Sono
arrivato a chiedermi di cosa è fatto
un corpo, se merita
soltanto la vita, o già altro.
 
 
 
 
Arietta
 
Ci si ritrovava al bar
all’aperto tra la Breda e via Metauro.
Chi giocava al pallone
contro il muro, o stanava serpi,
o andava per cicute
tra le rotaie dismesse e senza traversine.
Provato come tutti dalla noia
una specie di reduce
esibiva il suo mancinismo
smodato, mi diceva – Tu,
che farai almeno
un miracolo, prima di morire.
 
 
 
 
(Pascoli, in prima persona)
 
E c’erano i colloqui
uomo-rondine,
uomo e rondine e anche te, tuono.
Quando ci racconti
che la scala di Giacobbe
non portava alla lotta con l’Angelo,
ma con le tempeste.
O fai che il volo di due tortore
sia basso, da insetti.
 
 
 
 
Coda
 
E come sarà il primo gabbiano
in volo sulle discariche?
Forse, una creatura
ignobile, e attratta dal pattume.
Ma disposta a tutto,
pur di raspare qualcosa.
L’amatissimo Ovidio vedeva gabbiani
dai becchi ferrati.
Eppure, rimanevano in aria.
 
 
 
 
Arietta delle vespe
 
Era già luglio, ma qualcuno
riusciva ancora
a sentire gli ultimi temporali di aprile, come
solo le vespe sanno fare
(specie quando si riposava nel pergolato,
ci sentivamo vespe).
Quel qualcuno era Pascoli.
Però che errore, il suo,
il continuare credere ai morti.
Io ho smesso da anni.
Ma quell’uomo beveva.
 
 
 
 
Io
 
Seduto al bar di viale Sarca,
guardavo il giovane cercare un passaggio
verso la camionabile,
dei muti al tavolino quando
si scambiavano segni, e uno diceva
– tra non molto, anche qui.
Gli altri assentivano.
E intorno, solo delle mosche.
Mi sono chiesto se c’è qualcosa
di meglio che essere vivo.
 
 
 
 
Io, appendice. In piazza Tirana, forse nel ’63
 
C’è chi ha già rubato
tutto il rame del tram ridotto
a carcassa smetallizzata.
Certo, non dovrebbe mai succedere,
però è così. Amen.
Intorno, la passione per quanto
è dismesso ha toccato
l’apice. Si sente che nemmeno
la materia ama finire.
E delegherebbe me a farlo, se potesse.
O l’intera massa umana.
 
 
 
 
Io, nel 1970. Premessa
 
Era il ’60, qualcuno
parlava di sterminate domeniche.
L’Olona non era stata
ricoperta. Si sentivano le radio
da argine a argine.
L’odore dell’acqua oleosa di benzina
arrivava fino ad uno, due isolati
più lontano. Anche allora, vapori d’agosto nei cortili.
Pensavo: non amo me stesso,
amo questi anni,
la loro felicità senza soggetto.
 
 
 
 
(Io, nel 1970)
 
Ieri, lunedì, sono arrivato
a piedi oltre il dazio,
e ho camminato lungo il Seveso.
C’erano delle vanesse
dal volo sghembo e raso dopo due tuoni in fila.
Ho pensato che le pietre
sanno fare a meno della vita.
Mi chiedo fino a quando.
Forse, il mondo esiste solo
per dare loro la parola, un giorno.
 
 
 
 
(Nuovi versi del malanimo)
 
L’aria è povera d’ozono,
buona solo per i grilli.
Animali sciatti, e in fuga da tutto.
Hanno il loro mondo:
che se lo tengono stretto.
Certo, qui una volta si creava,
poi si è passati al vivere.
Adesso, aspettiamo.
 
 
 
 
 

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