Con fatica dire fame – Giovanni Turra

turra
 

Incontro Giovanni Turra più o meno una volta all’anno, probabilmente nemmeno tutti gli anni, il primo fine settimana d’ottobre al Castello di Susegana (Treviso). L’occasione è una piccola fiera del libro, Libri in Cantina, dove entrambi per ragioni diverse ci rechiamo. In questo periodo dell’anno Giovanni è solitamente malato, o malaticcio, nel senso che non si sente molto bene a causa della stagione e della salute (a suo dire) cagionevole. Dico così perchè in effetti ogni volta che lo incontro la sua presenza mi comunica un senso di bella imperfezione. Non una vera e proprio fragilità ma più una linea sottile che ha bisogno d’appoggi. Un qualcosa di delicato alla ricerca di punti di riferimento.

Quest’anno quando l’ho incontrato al banchetto della Samuele Editore avevo appena comprato e letto il suo libro: Con fatica dire fame, edito dalla Vita Felice e prefato nel risvolto di copertina da Stefano Raimondi. Comprato con buon fastidio dell’editrice alla quale avevo rifiutato l’omaggio di una cartolina poetica. In realtà le mie motivazioni erano buone: essendo colleghi e sapendo bene le difficoltà del settore volevo che tenesse quella cartolina per clienti ben più affezionabili di me. Ma evidentemente la mia comunicazione era risultata più una maleducazione che un gesto gentile. In fondo però anche questa è imperfezione, una leggera sbavatura che necessita di un piano su cui soffermarsi (in questo caso il testo che sto scrivendo).

Il libro di poesie di Giovanni Turra, che nel sottotitolo confessa trattarsi di testi che vanno dal 1998 al 2013, a me sembra tutto questo e qualcosina in più. Un qualcosina di prezioso che merita attenzione. Perchè leggere Con fatica dire fame significa confrontarsi con un’opera che ha un suo spessore e una sua sicurezza formale, strutturale, ma che nei singoli testi dimostra quanto l’altezza di una poesia nasconda spesso la profondità di un uomo. E che non esiste profondità senza imperfezione.

Come prima ho accennato in Giovanni vedo la necessità di un punto d’appoggio e questa necessità nei suoi testi diventa la chiave di lettura privilegiata del verso. Perchè in un girotondo di scrittori tesi alla sintassi dell’immagine un poeta che si sofferma sulla parola non dandole ermeticamente peso ma calibrandone il significato, assumendone l’unicità della presenza, dimostra l’esigenza non tanto di una metrica o di una musicalità quanto di una certezza poetica di cui metrica e musicalità sono effetti collaterali. Nel momento in cui Giovanni si rapporta a una realtà dove lui stesso mette in dubbio la propria esistenza, il proprio ruolo, senza grandi drammi ma rimanendo ancorato all’esistenza in una determinata quotidianità, giocando di scaglie e sfumature con quanto si trova di fronte, ecco che il suo bisogno irrinunciabile di una data parola che sia quella e solo quella diventa il tratto indelebile di una certezza, di una sicurezza. Diventa un qualcosa che non solo il poeta sa, ma anche l’uomo, e in virtù del quale può orientarsi. O tentare di farlo.

Con le dovute distanze e una buona dose di leggerezza che non stona con la poetica di Giovanni mi vengono in mente le sonate di Bach. Dove tutto è millimetricamente misurato in soluzioni che non possono essere che quelle. Che hanno una loro definizione assoluta. E bellissima.

 
 
 
 
 
 
Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
come altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti tutti e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.

 
 
 
 
 
 
Superfici
 
Non c’è sguardo che fissi la mia nuca
ma un’altra nuca ancora,
seduti come siamo,
lo sconosciuto e io,
dentro il gazebo che fa vela
a Treviso, in Piazza Pola.
 
Impareremo a decifrare,
immobili entrambi e premurosi,
l’orografia dei corpi,
le superfici vaste,
le nostre schiene
come tabulae incisae.
 
Insetti ermafroditi a pelo d’acqua
che si toccano da dietro.
 
 
 
 
 
 
Cannocchiale
 
‘Io torno sempre indietro.
Dirigo la mia lente qui davanti
in quel niente’.
 
È l’ora.
L’impiegata si scioglie una scarpa.
 
Un piede a sera che cos’è
se al collo si avviluppa
la nera cucitura di una calza.
 
L’elastico sbandito se n’è sceso
più giù del sottanino. Un ginocchio ammicca
– acceso globo, mica –
fronte liscia nel buio e senza appigli
al nostro sguardo muto.
 
 
 
 
 
 
Minuto tolto all’ordine del tempo
subito prima che il caffè
su venga nella moca
e con le punte
tu tenti l’impiantito.
 
Tace anche il frigorifero: noi
non esistiamo ancora.

 
 
 
 
 
 
L’annuario del telefono
 
Sfogliare l’annuario del telefono,
cercarvi famiglie scomparse da tempo,
gli amici, i personaggi famosi.
Trovarne i cognomi, non i nomi,
quasi che volessero a quel modo
tenerti lontano.
 
“Sono io”, gratta il microfono spento
da giorni. “Sono tornata, sto bene”.
 
 
 
 
 
 
Toeletta #1
 
Lui pure nello specchio accanto a me:
mio padre, il mio
barbiere.
 
Ne spiccia un capillare,
e la coscienza s’apre.
Una rossa rosellina
sul mio labbro spiumato.
 
Io figgo gli occhi miei
negli occhi oscure fiaccole
di lui. Di faccia atterra
sopra la mia faccia,
incontrandomi al di là
del getto d’acqua. Mi sguarda.
E sana con un bacio la mia bocca.
 
 
 
 
 
 
Con fatica dire fame
 
Issata sopra molle è la mia testa
e balla a ogni alzata di spalle
e crolla giù. E se faccio no col capo,
mi si rovescia l’occhio nell’occhiaia.
Non ho equilibrio come vedi
né sostegno alcuno. E calzo
spaiati due trentotto, entrambi
destri. E non posso portar pesi.
Neppure la sportina con il miglio
e la foglia di lattuga.
E quando con fatica dico fame,
mi accennano con gridi dalla strada,
non mi lasciano frinire.
 
 
 
 
 
 

Annunci