SAFARÀN CRÚO – Federico Rossignoli

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Parlare di Federico Rossignoli è per me parlare di un caro caro amico, oltre che di un poeta raffinatissimo come pochi. Un poeta che fa dello stile e della ricerca di uno stile il suo grido di battaglia. Che poi sia un grido più erotico/sensuale che di battaglia, questa è un’altra storia. Un’altra icona forse. Leggere le poesie di Federico dà il senso di una sequenza di icone paesaggistiche dove l’autore è quasi totalmente assente, ma è ben presente un suo pudico desiderio privo di tabù. Perchè il tabù non serve quando il desiderio si coniuga con una cultura precristiana dove l’innocenza del corpo si armonizza con la sua crescita, coi suoi incontri. Con l’incontro amoroso per eccellenza. Perchè erotismo è incontro, è dialogo, e Federico di dialoghi è maestro e studioso. È infatti un musicista che nel tempo si è affermato per valore e qualità della mano, e nei testi questo orecchio si percepisce sia nella musicalità che nella tematica che fa della pelle un pentagramma da seguire, dei sensi un accordo. Tutto è musica e tutto è icona sembra dire Federico, sia le mutandine sudate sia il fiore di un male.

Una sensualità che è carica vitale, è pathos, è motivo di leggerezza che ben trova la sua consonanza nella persona amata (che qui non cito, altrimenti mi odierà per sempre) che è ragazza anche lei musicista, forse in questo modo aumentando il senso di un tempo altro e di un’intensità che due dita umide non basteranno a spegnere. Una leggerezza infine, delicata e morbida, che veste con la sua nudità un male di farfalle che fuggono, esemplificando in maniera sottile ma pungente l’insostenibile leggerezza delle cose, che sono fragili, che sono temporanee.

Ma anche la fragilità ha una sua bellezza e il momento di questa bellezza diventa icona, e in virtù di questo poesia (ed eternità). Restituendo al momento quanto al corpo e al suo desiderio un valore oggi un poco dimenticato, ma fondamentale e fondante. Perchè si può trovare il senso delle cose anche in un saltino, in un vestitino che fa vedere. Trovando consolazione al buio delle cose.

 
 
 
 
SAFARÀN CRÚO
 
 
 
Cò te cavi le muandine suade
le se intorgola a mò de corona
finché no le toca i piè par tera
‘ndo che te speto; col far de na nina
che la ‘soga a canpana in drìo
te le lassi, con un saltìn.
 
 
Quando togli le mutandine sudate / s’attorcigliano a mò di corona / finché non toccano i piedi per terra / dove ti aspetto; col far di una bimba / che gioca a campana indietro / le lasci, con un saltino.
 
 
 
 
 
Un suon lontan de erica
chi cucià vissin de ela
un vestidìn che ‘l fa vedér
lisiér fin soto l’anema
ma guai farghe caresse a la pele
co te la bagni scanpa via pavele.
 
 
Un suono lontano di erica / qui accucciato vicino a lei / un vestitino che fa vedere / leggero fin sotto l’anima / ma guai a farle carezze sulla pelle / come la bagni fuggono via farfalle.
 
 
 
 
 
Te son fiama che la cava ‘l sonno
e do dei bagnai no i bastarà par distuarte.
 
 
Sei fiamma che toglie il sonno / e due dita umide non basteranno a spegnerti.
 
 
 
 
 
De un persego no podarìa dir gnent
se no che ‘l me someia a le to tette
cussì crúe restade quanto perfette
e di ‘sta ferma grassia te movi al vent.
 
 
Di una pesca non potrei dir nulla / se non che la assomiglio ai tuoi seni / rimasti così crudi quanto perfetti / e di questa immota grazia ti muovi al vento.
 
 
 
 
 
Varda ‘l safaràn co’l deventa ross
e con ocio crúo i staca i stami
e varda le me man a ti adoss
ciogo el fior de un mal e te me ami.
 
 
Guarda lo zafferano quando si fa rosso / e con occhio crudo staccano gli stami / e guarda le mie mani a te addosso / colgo il fiore di un male e mi ami.
 
 
 
 
L’immagine di copertina è tratta da QUI
 
 
 
 

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3 thoughts on “SAFARÀN CRÚO – Federico Rossignoli

  1. non so dove, ma i primi versi li avevo già letti e allora come ora la gioiosa sensualità che trasmettono mi aveva colpita

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  2. Samuele, tu sai che in poesia quando si parla di una donna non ci si riferisce mai a una precisa donna, ma a un archetipo dove “potrebbe” anche rientrare, tutta o parzialmente, la donna in questione…

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  3. sensualità, raffinatezza… l’apporto magico ancestrale del dialetto e la sua timbrica… molto belle…

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