Ballate di Lagosta / Mare del Poema – Christian Sinicco

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Uno dei tanti difetti che mi appartengono, lo ammetto, è quello di leggere troppo poco i versi delle persone che conosco. Uno fra questi è Christian Sinicco che, se proprio non posso chiamare amico (ci vediamo una volta ogni morte di papa, come si suol dire), è certamente persona che conosco. Ricordo che l’ho visto per la prima volta a una vecchia edizione della Festa di Poesia a Pordenone, tanti anni fa, quando era ancora gestita direttamente da Villalta. Ricordo bene che il Gian Mario pordenonese aveva sottolineato che la lettura di Christian era proprio così, senza finzione, perchè lui era proprio così. E infatti la lettura era stata forte, imponente, una voce ferma che dava già l’impressione di un grande poeta.

Sono passati molti anni da quella lettura, e ho visto Christian qualche altra volta a qualche altro evento. In linea con la sua passione per la parola portata direttamente all’orecchio della gente ama il poetry slam, e lui stesso di fatto potrebbe dirsi un performativo. Ma poi leggendo il suo Ballate di Lagosta / Mare del Poema (che tanto per cambiare mi ha dato all’ultima edizione della Festa di Poesia, quest’anno) mi sono quasi stupito di trovare una voce più vicina al testo tradizionale di quanto ricordassi. Christian altre volte mi ha ferocemente criticato (e sono certo non mancherà anche adesso) un punto su cui siamo in disaccordo: io divido la poesia performativa da quella più aderente al testo scritto, individuando due motivi differenti, due intenzioni differenti. Poi i libri e i saggi che mi danno torto sono sicuro non si sprecano. Però non posso astenermi da leggere questo bel libriccino edito da CFR nel 2014, in seguito al premio Lorenzo Milani, come un’opera scritta per essere grande nella pagina prima che nella lettura. E credo di poter dire più che nella lettura.

Quest’opera, che ha tratti di altezza eccelsa (e non esagero proprio) è un continuo stare in bilico tra densità e dispersione, tra mito e vita individuale (non personale), attraversando o meglio penetrando una ritualità che ha le sue radici nello stare al mondo e le sue foglie nella parola che emerge. Perchè Christian in questo libro, e sopratutto nel più recente Ballate di Lagosta, percorre una quotidianità europea e mondiale con passo laicamente sacrale, con piedi nudi che sporcano sangue e voglia di andare avanti nel mondo. E nella storia. E nella consapevolezza di essere in una storia.

Alberto Bertoni nella sua bella quanto autorevole prefazione dice: Gli slittamenti del senso e della prosodia, che tengono comunque i testi di Sinicco ben ancorati al dominio della poesia (anche quando l’autore li trasporta con felici escursioni fino agli estremi della prosa e dell’aforisma) non si annettono mai al dominio dell’onirico o dello sperimentale, piuttosto a quello di una fenomenologia umana diramata e sensibile, di grana malinconica e a sfondo gnoseologico, anche se il tono si nega ogni accento sapienziale o inutilmente misticheggiante. Sinicco si lascia più volentieri coinvolgere dalla vasta trama dei movimenti di avvicinamento e di allontanamento, di dialogo e di silenzio, che sanciscono ora la congiunzione ora il distacco degli esseri umani, nel vorticare del tempo, nel trasmutare degli spazi, per un’efficacissima concertazione dei nomi propri.

E in tutto questo lo strumento privilegiato dell’attenzione poetica è proprio lo sguardo, la visione, che da sempre travalica i semplici limiti personali per diventare intuizione, scoprimento, intus legere, preveggenza, profezia. Talvolta anche amore, bisogno. Sempre con la forza di una panoramica che proprio perchè ampliata non si accontenta di subire ma cerca di scalfire la fotografia che ha di fronte portandola verso una direzione diversa, dove la parola è l’atto costitutivo e l’alimento primo della nuova via. È una possibilità. Una potenza. Purtroppo sempre in bilico tra la compattezza di una densità formale e la disgregazione di una contemporaneità pesante, distruttiva.

Ma la parola è coesione, nonostante tutto e contro tutto. Questo a me pare dire Ballate di Lagosta / Mare del Poema di Christian Sinicco. Opera non completa, in fieri, di cui Christian pubblica una tappa. Ma che già dice molto.

 
 
 
 
 
 
Canzone di Spalato
 

tutti fanno enormi calcoli concettuali e degli assiomi semplici non
sanno nulla.

Adriano Pavlicevich, fotografo

quando la soluzione è semplice, dio sta rispondendo.
Albert Einstein, fisico

 

entra nel pantheon senza volta, a Spalato
il cuore sono le cicale
e una canzone d’amore, una chanson
sola come te, è la ragazza che poi ti servirà al belvedere
sotto San Nicola, la chiesa tra i pini
vicina allo zoo, ai cicalecci e a tutte le botaniche
di un palo, una bandiera e una vedetta
 
tu chiedi acqua, caffè;
lei parla le tue lingue lavorando l’uncinetto
dal sorriso, capisce chi sei
dalla pelle, anche se parli
– ordini un sandwich, poi prendi una crema
e vuoi rivedere la città
dall’alto, il mondo dal basso
 
lo scrittore con la sigaretta si è seduto
come te ne sei andata
– l’America non si sa mai da che molo partì,
i suoi immigrati e le sue carte sono in vendita sulle pietre:
compra le fotografie, comprale sbiadite,
compra i centrini, la rakija,
nei palazzi dell’imperatore o al porto
 
con la bocca giri una sigaretta:
senza sapere se vincerai
illudi nuvole, calci nel rosa – nella torcida
c’è ancora l’eco della partita dell’Hajduk,
sui palazzi bianchi e blu
le rarefazioni incistite dei Balcani
ripagano il cielo sempre più rosso;
e sulle bancarelle, tra le voci del mercato,
suona, risuona il canto sulle magliette
Gotovina heroj!
 
all’alba
credi di sapere cosa sia la guerra
con la birra della tradizione, la Karlovacko
ancora sulla panchina; credi alle donne
dal viso a patata sugli scagni, ai clochard
di marmo, agli occhi di Diocleziano
rannicchiati tra il cardo e il decumanus di un pub
nelle sue catacombe; e i cardinali
di questa disseminazione
non è che parlino
 
a levarsi è l’omelia
dei datteri schiacciati dalle scarpe,
la puzza dei calli del contadino
nella sala d’attesa della stazione,
il dolce nell’odore
dei fichi in decomposizione,
o al fresco delle palme
il fuck off o il fuck in shit
del turista del tempio di Giove
 
la signora dal completo viola
sotto altri scalini, catapultata
dalla corriera, ad una polacca
spiega, nella lingua nobile di Trieste,
la facilità degli slavi a recuperare strutture,
metrica del parlato, in una pausa del viaggio
 
e al chiosco di un parcheggio, la limonata
è tanto dissetante quanto distante
è la tua bella faccia;
un cane si avvicina, saluta
chi salta in macchina e parte;
due donne chiacchierano e un pallone vola…
lo fermo e lo ridò alla bambina stupita
che è al centro della storia

 
 
 
 
 
 

Il salmo di Marijana alla figlia Sara
presso l’acquasantiera col dragone
sotto le teste di serpente sul rosone

 
avvicinati alle campane, battile per quattro volte,
solleva l’icona della vergine, sollevati dagli uomini in nero,
e bagnati la fronte di acqua come i delfini
sulle spalle di una ragazza tatuata che si fa il segno
 
trasforma in roccia i serpenti sotto il sole
sul rosone che la mattina si ribella al bianco,
inghiottendo i veleni del mondo,
combatti dolcemente per dare senso
 
e porta la mia richiesta, anche il suo pudore,
sulle spine del capitale come susini e uva –
gustano la tua bocca, ascolteranno la libertà
e il sapore quando sanguinano le labbra

 
 
 
 
 
 

La canzone di Daniela
I.
 
parla di quanto è bello senza sapere dove andare
forse nell’acqua del sole come la sua guancia
semplicemente necessaria quanto il sogno bagnato
in una galassia più vasta se la si può comprendere,
ti seduce tra valli e filari di viti impolverate
con gli occhi verso la baia con la cascata:
Za Barje diceva il cartello e così abbaiava anche il cane legato
sotto il cipresso – la sua dentatura era il sepolcro del perché
i pescatori l’avessero lasciato lì – nelle vicinanze di una casa
ricoperta di edera e di more, al cui interno erano cresciuti
un melo dai pomi asprigni e delle rose
che poi avresti assaggiato solo tu:
evitando i buchi di asfalto e sterrato hai seguito Daniela
prendendo di mira te stesso e l’asfissia della tua vita
che segue il sentiero per erigere l’intelligenza della specie
che sul lavoro ha costruito la sua repubblica di ruberie,
poi l’hai vista sulla spiaggia danzare tra gli scogli caldi
e la barca ha tirato su la nassa, i pescatori sono tornati:
il bene e il male sono triangoli di onde che si dilatano
sul mare verso i due isolotti dove abbiamo nuotato
– i pesci non ne sono consapevoli,
o l’uomo sotto il pino e il suo bambino
con la maschera, un altro pescatore con la lenza,
forse solo tu sui petali che mordi come le parole

 
 
 
 
 
 

Sonetto di Silvestar alla figlia Sibylla
al porticciolo di Lučica in un giorno stupendo
 
consumeremo come la cenere
sulla sua coscia scura e sussurrata
la menzogna che non so dissolvere
e le teologie su cui saresti nata
 
se comprendi l’origine del futuro
che si batte nel ventre vicino a me
i calci andranno all’attacco del muro
contro il regime di amen e lacrime
 
spuma tra le sue gambe e questa baia
che allatta la tua testa con il seno
o spogliati come i santi sulla ghiaia
 
con un pugnale di parole osceno
svuota l’oceano e conduci centinaia
di uomini bellissimi sul terreno

 
 
 
 
 
 

La baia di Portoros
I.
 
le schiene scure al sole
dopo qualche giorno sulle spiagge
per baciarsi con dolcezza
scivolano nell’acqua agitata
tra i gradoni di calcare,
e le scarpette arancioni da bagno
ondeggiano sopra le alghe –
una ripresa subacquea
senza motoscafi e barche
che si scopre a seguire i suoi piedi
e come era un tempo il vivere
con il gioco ci si rincorre
invadendo l’acqua con le braccia
e si fa a gara mentre si ride –
verso le sponde opposte del canale,
a metà della traversata
ti togli gli occhialini, e si apre
l’ampia insenatura e l’Adriatico
come un utero e le gambe:
anche se non arriva mai
è la vita a cui stiamo pensando
che ogni tanto si avvicina

 
 
 
 

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