Una stazione/’Na stassion – Manuele Morassut

morassut
 

La Biblioteca Civica di Pordenone ha ormai da tempo una piccola collana di poesia dialettale che pubblica con costanza, solerzia, facendo uscire non di rado vere e proprie chicche gustosissime. Una di queste è sicuramente Una stazione/’Na stassiòn di Manuele Morassut con traduzione di Silvio Ornella (2014).

Per comprendersi stiamo parlando del gruppo Majakovsji, fondato da Giacomo Vit (che cura la prefazione di questo bel libriccino) nel 1993 e luogo-laboratorio poetico dove Manuele Morassut è nato ed è cresciuto.

L’autore non è certo un ragazzino e di vita ne ha masticata e si sente. Nato nel 1956 la sua biografia ci dice che ha viaggiato molto, che ha pubblicato qualcosa in riviste e antologie, e che questo è il suo primo libro di poesia. Poesia che convince, certo. Che ha un suo raggio d’ironia, una geografia dello stupore dentro. Che non cerca d’essere poesia ma lo diventa nel momento in cui si arriva all’ultimo verso e si scopre l’uomo che ha camminato nella vita e che con parole semplici la dice.

Una poesia che sfiducia anche in qualche modo la parola ma poi la riscopre. Una poesia che resta leggera, levigata, quasi a fior di labbra.

 
 
 
 
 
A4
 
La pubblicità sul TIR promette certezze.
Concrete, vere, con un grande punto esclamativo.
In autostrada come nella vita non si aspetta altro
perchè si vola in terza corsia,
perchè è sempre lontano il casello,
perchè sono tristi caffè e croissant.
Il camion si ferma e l’autista scende,
senza capire la strana lingua
della pubblicità, dei chilometri, dei giorni.
 
 
A4
 
Li reclàms tal TIR a prometin robi’ siguris.
Pènsis, veris, cun grant pont vh’al siga.
Ta l’autostrada coma ta la vita no si speta altri
parsè si svuala ta la tersa corsia,
parsè al è sempri lontàn il casèl,
parsè ch’a fan manincunia i cafès e li pastis.
Il càmio a si ferma, il vuidatòur al dismonta
sensa capì la lenga stramba
da li reclàms, dai chilometros, dai dis.

 
 
 
 
 
 
Breve elenco
 
Sempre in viaggio poeti e pittori,
cercando l’ultimo pezzo del puzzle,
l’interruttore della luce,
il mazzo di chiavi,
l’ingresso del labirinto.
 
 
Lista curta
 
Sempri in viàs poès e pitòurs,
serciànt l’ultin toc dal zòuc,
il scroc da la lus,
il mas da li clafs,
la puarta dal labirìnt.

 
 
 
 
 
 
Dopo tanto tempo
mi sorprende trovarti sul sei
anziché sul cinque.
 
Non mi sorprende invece il tuo larvare
che è esattamente quello di allora.
 
Per me, Consulente del Niente
all’Università del Vuoto,
rimane un mistero questa tua capacità
di guidare una vita con il cambio automatico.
 
 
Dopo tant timp,
a mi maravèa ciatati tal seis
invessi che tal sinc.
 
No mi maravèa invessi
il to essi di ruia
precìs a chel di ‘na volta.
 
Par me, Consulìnt dal Nuia
a l’Universitàt dal Vuèit,
al resta un misteri chista to brùra
di vuidà ‘na vita cul gambiu automatic.

 
 
 
 
 
 
Dizionario
 
Nel tuo dizionario,
lucidamente cercato
in chissà quante librerie,
Rotary viene prima di sorriso,
compleanno prima di incontro,
mio prima di nostro.
 
Gli preferisco questo,
vecchio, ingiallito, rotto,
con il suo ordine magico,
con tutte le assenze che mi aspetto.
 
Strappo alcune pagine
e le conservo.
Per mostrartele.
 
 
Vocabolari
 
Tal to vocabolari,
serciàt spissànt i vui
ta cui saia cuantis libraríis,
Rotary al ven prin di ridi,
compleàn prin di ciatassi,
me prin di nustri.
 
Mi plas pí chistu,
veciu, zalín, rot,
cul so ordin magic,
cun duti’ li peraulis ch’a mancin
ch’i mi speti.
 
I sbreghi cualchi sfuèi
i lu met da banda.
Par fàtilu iodi.

 
 
 
 
 
 
Dovrebbero. Tutti.
 
Certi condizionali, certi pronomi,
non dovrebbero essere usati
senza sentire freddo.
 
Passando con il rosso,
solo,
sigaretta e telefono in mano,
acceleri con decisione,
forse con altri termini per la testa.
 
 
A dovaressin. Duciu.
 
Sers condissionài, sers pronòns,
no si dovarès dopràiu
sensa sintì ingrissul.
 
Traversànt cul ros,
belsòu,
cica e telefunìn in man,
ti sclissis l’aceleratòur fin in font,
forsi cun altri’ peraulis tal ciàf.

 
 
 
 
 
 
In lungo, in alto, triplo
 
Strana davvero
questa nuova specialità olimpica
dove, nel salto,
si premia la rapidità
e non il metro.
 
Il podio è assicurato
per te che tra le montagne
disdegni la serenità del fondo
e vedi solo la discesa furiosa.
 
Da parte mia,
capisco le tartarughe.
E, talvolta, giustifico
l’umanità dei gamberi.
 
 
In lunc, in alt, ters
 
Strana pardabòn
chista nova specialitàt olimpica
dulà che tal salt
a si gh dà il premiu a la sveltessa
e no al metro.
 
Il podi al è sigùr
par te che ta li montagnis
ti s’ciampis dal serèn dal font
e ti iòs doma la disesa rabiosa.
 
Par me,
i capiís la copàssa.
E, cualchivolta, ghi dai resòn
a l’umanitàt dai giambars.

 
 
 
 
 
 
Per tatuarsi
 
Per tatuarsi bisogna essere innamorati.
È un po’ come serrare un lucchetto
in un punto qualsiasi
o incidere TVB su una panchina.
Il sottile piacere di non scoprire
un luogo unico,
un parco speciale,
un cuore nascosto.
Per tatuarsi bisogna essere convinti.
Di essere innamorati.
 
 
Par tatuassi
 
Par tatuassi bisugna essi ‘namoràs.
Al è un puc coma sierà un luchèt
ta un ciadenàs a casu
o scrivi cul clàut TVB ta ‘na bancia.
Il plazèir sutíl di no cità
un lòuc sòul,
un parc speciàl,
un còur platàt.
Par tatuassi bisugna essi cunvíns.
Di essi ‘namoràs.

 
 
 
 
 

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