Il desiderio nella voce di 25 grandi poete – edizione dell’autrice

ildesiderio

 

Credo sia stato a Residenze Estive, il bel festival di letteratura e poesia organizzato a Trieste e Duino dall’amica Gabriella Musetti. Una cosa di nicchia, contenuta ma capace di sfiorare punte altissime. Ero arrivato per caso dopo aver abbandonato, a causa del brutto tempo, un’altra ottima presentazione che si teneva invece a Padova. Quella curata da Giovanna Frene su un autore Samuele Editore: Sandro Pecchiari. Ero quindi per caso a Duino, per evitare un brutto tempo che odorava di tempesta (anche se poi è arrivata anche lì). Una bottiglia di buon vino, qualche pizzetta per riempire lo stomaco, e la meravigliosa compagnia di Nguyen Chi Trung appositamente a Duino per Residenze Estive. Credo sia stato mentre andavo a prendere il vino in macchina che ho saluto una signora distinta, gentile, che forse stava rincasando.

Lo scambio solito di battute. “Salve, stia bene” – “Salve, lei chi è?” – “Samuele Editore” – “Ah lei è Samuele Editore! “ – “Eh si, così dicono, ma in realtà sono solo un dipendente, l’Editore è mio figlio Samuele” – “Senta, le posso lasciare qualche libro?” – “Ma certo Signora, leggo volentieri”. E così ho incontrato una collega, Editrice anche lei, che mi ha gentilmente regalato questo libriccino che ora riprendo in mano: Per una genealogia del fuoco – Il desiderio nella voce di 25 grandi poete (edizione dell’autrice 2011).

Noto subito l’uso del termine poete in luogo di poetesse, che ancora onestamente non mi entra molto in testa, una copertina accattivante, non volgare, un titolo che evoca qualcosa. E devo ammettere che questo libriccino mi è piaciuto molto, molto, molto. Uno di quei libri che contengono autori, o in questo caso specifico autrici, che sono già letti, ma che fa sempre piacere rileggere. Perchè la poesia non è mai una lettura ma una rilettura, un ritorno. La poesia è ritorno. Leggo Gaspara Stampa e vado in visibilio, lo ammetto. Adoro Gaspara Stampa da quando avevo vent’anni. Di contro non amo Emily Dickinson, ancor meno Alda Merini. Chiude l’edizione una certa Janis Lyn Joplin che non ha un testo bellissimo, ma che sa concludere in una maniera stupefacente la raccolta. La curatrice del volume, immagino l’Editrice stessa, ha fatto una scelta molto intelligente.

Scorrendo le autrici, tutte donne, leggo: Saffo, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Louise Labé, Marceline Desbordes-Valmore, Emily Elizabeth Dickinson, Iulia Hasdeu, Vittoria Aganoor Pompilj, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Anna Achmatova, Else Lasker-Schüler, Gabriela Mistral, Edith Irene Södergran, Marina Ivanovna Cvetaeva, Simone Adolphine Weil, Antonia Pozzi, Ishigaki Rin, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann, Anne Sexton, Amelia Rosselli, Alda Merini, Sylvia Plath, Janis Lyn Joplin. Un’opera piccola ma completa, complessa. Nel tempo e nello spazio.

E come tutti i libri belli anche questo mi fa nascere una riflessione. I libri hanno questo fine, questo obiettivo: far pensare. Cos’è la donna, cos’è il suo desiderio? Cos’è quell’abbraccio intimo e cosmico che alla fin fine ti mette comunque da parte, perchè è cosa assodata che la donna basta a se stessa mentre l’uomo senza una donna vive continuamente nell’incompletezza.

Un mio amico poeta dice che le donne sono corpo, e che un suo amico ha risolto il problema andando a prostitute perchè così non perde tempo con le paranoie femminili, ma prende solamente quanto gli serve. Non sono molto d’accordo. Un altro amico poeta invece, molto più bravo di me, canta le mutandine della sua ragazza che mentre le scendono dalle gambe si arrotolano e in quell’arrotolarsi vede il compendio della vita e dell’esistenza, la dolcezza, la morbidezza del respiro che trova un significato. Ed io, devo ammettere, invidio questo amico.

Il desiderio femminile è certo una delle cose più complicate che Dio ha posto su questa terra. Perchè ha in sé il concetto di casa, di ritorno, di abbraccio. Entrare in una donna non significa solamente violare la porta del suo corpo ma accarezzarle il cervello, i capelli, le mani e saper tenere la giusta distanza perchè lei riesca a vederti. E i suoi occhi non ti vedono come tu ti vedi, ma sei altro. Il concetto estetico non importa più. Il concetto morale va dimenticato, non esiste morale in una donna. Esiste l’istinto primordiale, il respiro delle prime tempeste, la fame dei primi animali. Se dovessi pensare a una definizione per la donna non potrei prescindere dal concetto di animale. Perchè la donna sanguina, perchè la donna impazzisce, perchè la donna sente il continuo ritorno delle stagioni mensili. E della violenza. E non chiede perdono. Perchè la donna attacca e distrugge e non chiede perdono. E poi chiede d’essere attaccata e distrutta in egual misura.

È cosa nota che più una donna è forte di carattere più, nell’intimità, cerca un uomo che sappia dominarla. Quasi esista una legge di compensazione che fa del suo corpo una propaggine della sua mente, uno strumento che può essere lacerato e ferito, perchè l’unica cosa che le importa è che sia trattenuto. Così nella poesia di questo libriccino le donne bruciano nei loro stessi sentimenti, nei loro stessi umori che non lubrificano l’uomo dentro di loro ma la vita addosso a loro. Rendendole carne sensibile, calda, aperta. Ben sapendo che l’apertura di una donna non è mai una semplice apertura ma un insieme intricato di aperture e chiusure, di morbidezze e spine, di bene e male. Che fanno del suo desiderio un fuoco che brucia dolorosamente e impietosamente, ma che non la consuma.

 

 

Saffo (Ereso, 640 – Leucade, 570 a.C.)

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

 

 

Gaspara Stampa (Padova, 1523 – Venezia, 1554)

Altri mai foco, stral, prigione o nodo
sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto
non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,
quanto ‘l mì ardente, acuto, acerba e sodo.
Né qual io moro e nasco, e peno e godo,
mor’altra e nasce, e pena ed ha diletto,
per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
che ‘n voci e ‘n carte spesso accuso e lodo.
Né fûro ad altrui mai le gioie care,
quanto é a me, quando mi doglio e sfaccio,
mirando a le mie luci or fosche or chiare.
Mi dorrà sol, se mi trarrà d’impaccio,
fin che potrò e viver ed amare,
lo stral e ‘l foco e la prigione e ‘l laccio.

 

 

Marcelline Desbordes-Valmore (Douai, 1786 – Parigi, 1859)

Taci, sorella, ché il passato brucia.
Taci il suo nome, ché il suo nome è lui.
Ostinarsi sui beni perduti
è come andar con l’onda che ripiega.
Quel nome che mi è ardore e mi è dolcezza,
quel nome, quando appena ora mi tocca,
come un fuoco mi avvampa nella bocca.
Sorella, non parlare.

 

 

Anna Achmatova (Bolsoj Fontan, 1889 – Mosca, 1966)

Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali…
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.

Ecco perchè amate così cùpidi
me, nel mio peccato e nel mio male,
perchè affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perchè nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere più strettamente,
non si può amare più perdutamente…

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

 

 

Edith Irene Södergran (San Pietroburgo, 1892 – Raivola, 1923)

Io non sono una donna. Sono una cosa neutra.
Sono un bimbo, un paggio e una decisione ardita,
sono un raggio ridente di sole scarlatto…
Io sono una rete per tutti i pesci voraci,
sono un calice a onore di tutte le donne,
sono un passo verso il caso e la rovina,
sono un salto nella libertà e nel sé…
Io sono il sussurro del sangue nell’orecchio dell’uomo,
sono una febbre dell’anima, della carne voglia e rifiuto,
sono una targa d’ingresso a nuovi paradisi.
Io sono una fiamma, che cerca vivace,
sono un’acqua, fonda, ma audace fino al ginocchio,
sono fuoco e acqua in rapporto leale, senza condizioni.

 

 

Janis Lyn Joplin (Port Arthur, 1943 – Los Angeles, 1970)

Una donna lasciata sola presto si stancherà di aspettare
farà cose folli, yeah, quando si sentirà sola.
Una semplice conversazione con un uomo nuovo ora o ogni altra volta
creerà una situazione pericolosa, quando una piacevole persona entra
nella sua testa.

E quando rimane sola, lei pensa al suo uomo,
lei sa che lui la dà per scontata, yeah, yeah
dolcezza, lei non lo capisce, no no no no!

Bene, le febbri della notte, bruciano una donna non amata
yeah, quelle fiamme appassionate provano a mettere da parte
il vecchio amore.

Una donna lasciata sola, è vittima del suo uomo, si lo è.
Quando lui non può mantenere la stessa strada, buon Signore,
lei deve fare tutto il meglio che può, yeah!
Una donna lasciata sola, Signore, questa ragazza sola,
Signore, Signore, Signore!

 

 

 

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1 thought on “Il desiderio nella voce di 25 grandi poete – edizione dell’autrice

  1. splendido post.
    Detto da una donna, poi…

    Mi piace

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