Dire – Fabio Michieli

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Ho letto per puro caso il libriccino di poesie di Fabio Michieli, edito nel 2008 dalla Casa Editrice L’Arcolaio. Devo ammettere d’essere rimasto folgorato da questi versi (stacca il tacco dal fondo e accenna un passo; / ne attacca un altro, mentre i corpi fondono / all’unisono movimenti e musica) / goccia dopo goccia il tempo svapóra / (sbatte il tacco, e il viso schizza il fango). Un mix di ricerca formale, di musicalità, di passo leggero sul territorio linguistico della parola. E della vita. Sono rimasto folgorato da questi versi perchè mi hanno dato la netta sensazione di un fabbro che per gestire la sua vita (che non possiamo dire buona né cattiva, felice né dolorosa, semplicemente è vita) lavora a fondo la materia all’interno della sua officina privata. Questo fabbro immaginario lavorerà il ferro, il nostro Michieli la parola.

Una parola affilata che però non ferisce e anzi pare riparare a ferite pregresse, a cicatrici non coperte ma rese più pulite, più nitide. E in effetti la grande magia della poesia è proprio il rendere più pulita la vita, più nitida e chiara. E in questo più accettabile, più sopportabile a volte. Come la morte di Euridice che attraverso la ricerca di Orfeo diventa un nuovo modo di vivere. Perchè la parola è già di per sè un risorgere, un cercare e cercarsi e risorgere in questa ricerca, nella quale però il poeta (e noi col poeta) ha il notevolissimo potere di scegliere la propria condizione, e in questo di renderla più morbida.

Così Michieli cammina a piedi scalzi e leggeri sulla parola evocando più che dicendo, lasciando trasparire un’amarezza controllata e detta senza imposizioni, senza pesantezze: fu semmai del grigiore ritrovato / il ricordo a disperdere sul volto / due rivoli di noia. Un’opera sicuramente riuscita e da legger questa di Michieli, sopratutto per chi non cerca la poesia comunemente detta forte, piena di crudezza e ostentata verità. Qui si trova una profondità che non emerge, che non viene sbattuta in faccia, ma che anzi chiede di essere guardata con gentilezza, attraverso una fessura delicata, da non aprire con rudezza. E questo chiedere di essere guardata è di fatto il significato del titolo, il Dire di questo notevole poeta veneziano.

Un po’ tutta l’atmosfera della raccolta è caratterizzata da un classico equilibrio di ritmi e di pause, da un addensarsi di ombre in cui un sospiro lontano si fa / eco e mistero, di Carnevali che si riducono a le ceneri che ho nere sul capo…, quando goccia dopo goccia il tempo svapora. Chi legge si trova a viaggiare in una sorta di territorio di confine: là anche la morte è un segno di vita. Allora osservo: anche Orfeo ed Euridice raccontano una storia di confine tra vita e morte, tra luce ed ombra tra detto e taciuto, laddove insomma le foglie già da tempo marce al suolo / avidamente attendono lo schianto. Ma un luogo tra cielo e mare, di sabbia, dove una città s’addormenta nel sogno lo conosciamo tutti: è Venezia. Sarà pure un’immagine tradizionale di Venezia, alla Thomas Mann (se vi par poco…). La raccolta è anche – io credo – la storia di un rapporto particolare tra un veneziano e la sua città, un rapporto che può intuire chi come me ha abitato la Laguna anche se per pochi anni: persino la struttura epigrammatica dei testi, che sembrano affiorare “smarginati”, senza maiuscole a marcare gli inizi o punti fermi a marcare i limiti, li fa simili ad isole affioranti nella laguna della pagina. Queste isole provvisorie di consapevolezza o magari di dubbio sono pur sempre vita, no? Certo il ritratto della città quasi dopo un’Apocalisse è pur sempre quello di arida dimessa terra o vitrea serra /o crepa inerme o piaga purulenta. Il poeta insomma appare l’Orfeo di una Venezia – Euridice ma non si sa mai fino in fondo se sia lui a parlare di lei o lei a parlare di lui, di chi sia l’elegia (in origine la parola significava canto di lamento). Certo proprio nei versi iniziali della raccolta (Dicatum) si trova: volevo un libro chiaro per noi due: / una pagina bianca quasi pura. Non pare, allora, che così l’anello sia chiuso? Bella maestria del veneziano Fabio Michieli questa elaborata e quasi cesellata elegia in forma di corona di epigrammi.

(dalla postfazione di Augusto De Molo)






Dicatum


volevo un libro chiaro per noi due:

una pagina bianca quasi pura






TANGO PER S.


un triste tango chiuso in un casquet –

e i sensi si sciolgono in quell’abbraccio

dove lui comanda se lei seduce –


(stacca il tacco dal fondo e accenna un passo;

ne attacca un altro, mentre i corpi fondono

all’unisono movimenti e musica)


goccia dopo goccia il tempo svapóra


(sbatte il tacco, e il viso schizza il fango)






A. ALLO SPECCHIO CON UNA FOTO DI SUA MADRE


ritrovarti nel volto che ti specchia

e d’un tratto confonderti:


sospendere due vite in una sola:

niente piú luoghi, o giorni…


un profilo di schiena? la femminea

grazia che ora ti vive come allora


(stretto al petto c’è un nodo che vi lega)






ISTANTANEA DALL’EST


lenti sfocati passi d’ombre scisse:

barlumi transitanti in trasognate

piazze d’oriente verso giorni nuovi


(un telefono strilla al suo riflesso

infinita l’attesa di responsi)






ho pianto, è vero: non fu un pio dolore

però quello che premette le palpebre

fino a farne un miracolo di lacrime:


fu semmai del grigiore ritrovato

il ricordo a disperdere sul volto

due rivoli di noia






in certi giorni che non so spiegarmi

(come un sorriso logoro che stempera

la sera e si travaglia nella notte)

di questo fiore mostro tutto il corpo: stelo, petali e stame…


(di quel che resta avvolto nella carta non lo diresti un mazzo

ma l’idea che di esso ci si può fare

quando lo togli al vaso per cambiarne

l’acqua, o ne sfili fiori perché marci…

non lo diresti un mazzo quel che resta)


in altri giorni ancora in cui non so

quanto di me è lasciato al caso mostro

mille e piú volti accolti in uno solo,

carico come un cesto di Natale,

di quelli che imbandiscono le tavole

sparse di frutta secca e di profumi

d’inverno, fra gli agrumi e le carrube…


(la lama che non lacera; la febbre che non macera;

la stanza che s’illumina se un raggio la ferisce)






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4 thoughts on “Dire – Fabio Michieli

  1. Mooooooolto intetessante…
    Approfondiro’

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    1. Sorry per i refusi…

      Mi piace

  2. Fa sempre molto piacere all’editore che un libro da lui pubblicato, dopo sei anni, raccolga atti di stima così belli.

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  3. Fabio Michieli 1 novembre 2015 — 07:20

    L’ha ribloggato su asSaggi critici.

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