31 maggio – Parcheggio Federico Tavan

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Non è mia intenzione inflazionare questo blog con la presenza di Federico Tavan, ma ieri a Pordenone hanno intitolato un parcheggio (tra l’altro a pagamento) al poeta andreano con tanto di evento e letture nel piano superiore dello stesso. Devo ammettere che per concetto considero inappropriata un’azione del genere. Capisco una strada, un vicolo, una piazza, ma un parcheggio pare essere quasi offensivo o comunque sminuente la memoria stessa del poeta. Ad ogni modo nel linguaggio politichese, che ha ben pensato di sottolineare il termine contaminazione, tutto appariva fluido e ragionevole. Lo stesso parcheggio, svuotato dalle automobili e addobbato con le fotografie di Danilo De Marco, che oltre ogni dire è un ottimo fotografo, pareva veramente una galleria d’arte piacevole e moderna.

Una galleria d’arte un parcheggio. Il che pone una questione non da poco: perchè un parcheggio oggi può essere una galleria d’arte, o perchè un parcheggio può essere intitolato a un poeta? Forse possiamo pensare la cosa come una bella testimonianza di un brutto tempo, o solo di un tempo. Ma dovremmo avventurarci in discorsi di critica che, come ho già avuto modo di dire, onestamente annoiano un pò. Però una cosa bisogna raccontarla di ieri, un particolare curioso, del tutto casuale, che ha colorato un po’ l’inaugurazione. All’inizio pioveva, una pioggerellina leggera, fastidiosa. Con la particolarità che alla pioggia non corrispondeva in cielo alcuna nuvola. Un cielo azzurro, divertente, un sarcasmo. Come se Federico stesso stesse pisciandoci addosso. Cosa non sfuggita a livello di occasione nemmeno ad Aldo Colonnello che ha per una buona oretta parlato di Federico. Quando infatti gli ha squillato il telefono ha sagacemente pensato di annunciare che lo stava chiamando proprio Federico, con corrispondente risatona del pubblico.

Un pubblico dinamico, presente. Dinamico nel senso che subiva un ricambio continuo di persone alle sedie. Presente nel senso che la Pordenone poetica era di fatto assente. Ma alla fin fine Federico Tavan era un personaggio scomodo, fastidioso, irritante, lo sappiamo bene. Un elzeviro contro il pordenonese Gian Mario Villalta letto all’inizio della serata ha chiarito subito il tono della manifestazione. Ma la polemica, la battuta, lo sappiamo fa parte del dialogo, per cui è andato tutto bene così.

Divertente è stata anche la presenza delle belle persone, ben vestite, i cultori dell’arte che non scrivono ma danno a intendere di capire profondamente il linguaggio della poesia. Che poi possa essere perdonato il politico che ha tentato un discorso sulla metrica di Federico è cosa certa, non è lavoro del politico la poesia. Ma possono essere un pò meno perdonate le belle calze sfoggiate sotto le gonne corte corte (Tavan sappiamo lo portarono addirittura da una prostituta, dati i suoi problemi col gentil sesso, ma non riuscì a concludere), gli approcci d’interesse degli artisti agli artisti più anziani presenti, i discorsi belli e puliti sulla poesia e la vita ad Andreis. Se ci pensiamo quella poesia e quella vita era sporca, disadattata, senza alcuna cura metrica o linguistica (questo lo dobbiamo dire). Insomma in piena contraddizione con tanta parte della serata di ieri.

L’arte, e sopratutto la poesia, subisce però questo triste destino. D’avere molti avvoltoi che quando capiscono che si può acquisire lustro e notorietà sulle espressioni degli artisti ci si tuffano illuminandosi di luce riflessa. Ma il sole di questa luce è un sole ben povero, triste, che quegli stessi schiferebbero trovandovisi davanti senza l’assicurazione di una critica terza che gli garantisca la suddetta luce riflessa (perchè, diciamoci la verità, probabilmente da soli non capirebbero nulla). L’arte è anche questo: vita vera, vita dura, che attraverso lo studio trova sublimazione e significato, attraverso il dolore dell’esperienza trova bellezza. E l’arte sicuramente non è questo: cenette per aggraziarsi un articoletto da qualche parte, sedie vicine per accostarsi a un critico, giacchette vintage pulite sotto barbette falsamente incolte per darsi aria d’intellettuali.

L’arte, alla fine della fiera, è solo l’oggetto artistico, il prodotto poetico, dove si gioca tutta la scommessa dell’artista. Tutto il tempo dell’artista. Non esiste altro senso o altra necessità. Tutto il resto è solo una bella cornice utile a chi non ha altro da fare, non certo all’artista.

E dato il taglio giocoso di questo articoletto permettetemi una battuta: sono felice che abbiano intitolato uno spazio urbano a Federico Tavan, anche se (come mi sono trovato d’accordo con Colonnello) ora stanno veramente inflazionando le manifestazioni di affetto (postumo) al poeta andreano (tutti stupidamente a fare eventi su Tavan, facendo più danno che altro alla sua poesia). Ma se io diventerò mai qualcuno dopo la mia morte non intitolatemi (vi prego) un parcheggio a pagamento. Magari un vicoletto, un ponticello, dove si possa rigorosamente passare gratis. Ma non un parcheggio, vi prego.


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