Coccarde rosse. Le brigantesse – Alessandro Turco

brigantesse 1 - part. 2

Un’intervista ad Alessandro Turco, curatore della mostra Coccarde rosse. Le brigantesse.


Caro Alessandro, con un articolo sul sito de La Repubblica (qui), la mostra Coccarde rosse. Le brigantesse: suggestive atmosfere ed esplorazioni visionarie inserita nel tuo progetto e realizzata a Matera e poi riproposta ad Alberobello e a Lecce sta acquistando non poca importanza all’interno degli eventi pugliesi di questi mesi. Tra poche settimane inaugurerà il Museo del brigantaggio nell’ex Carcere Borbonico di Rionero in Vulture. Cos’è il tuo progetto, perchè quest’attenzione per le Brigantesse? Chi erano?

E’ successo tutto per caso, come spesso accade. Un’amica mi aveva chiesto una collaborazione per realizzare una presentazione del suo romanzo sulle brigantesse in Basilicata. In quel periodo, di tanto in tanto, andavo in vacanza a Viggianello, sul Pollino, ed è lì, che un’altra amica fotografa mi ha accompagnato in un luogo distante e ameno, dove, in un locale, erano affissi alcuni ritratti dei “briganti” di cui c’era stata la presenza in zona, negli anni in cui si diedero alla macchia. Guardando quei volti, mi sono accorto di conoscere poco la loro storia e così, tornando a casa, ho iniziato a leggere romanzi e saggi sul brigantaggio e ho avuto voglia di raccontarli, attraverso la figura delle donne, delle brigantesse, queste contadine che scelsero di affiancare i loro compagni in una comune lotta per riscattare la libertà e di cui si è sempre parlato in modo marginale come anche della storia del brigantaggio. Ho cercato di raccontarle in modo “artistico”, come piace a me. Insieme alla mia amica fotografa abbiamo scritto un progetto, “Pensando, intrecciando ombre”, in cui abbiamo immaginato queste figure nella loro quotidianità che era fatta anche di piccole cose di dimensione domestica, come trovare il cibo e cucinare, e di intimità con i loro compagni. Attraverso una comparsa, le nostre brigantesse sono diventate ombre, che vivono in quella pietra che le ha viste protagoniste oltre centocinquant’anni fa, e che oggi sono sedimentate nella polvere del tempo. Il progetto si è poi arricchito di quindici tavole pittoriche in olio e bitume, di un artista sublime, a cui ho chiesto d’interpretare la sofferenza ed il carattere battagliero di queste tragiche figure.

Fulvio di Giuseppe nel succitato articolo di Repubblica dice della tua mostra: “Raccontare le “brigantesse” tra parole, immagini, pittura e fotografia. È l’obiettivo del progetto, ideato e curato da Alessandro Turco, che nasce e si sviluppa attorno al romanzo di Annalisa Bari, edito Bompiani. L’obiettivo di “Coccarde rosse: le brigantesse, suggestive atmosfere ed esplorazioni visionarie” è quello di accompagnare la scrittura con alcune “visioni”, quali l’esposizione pittorica di Massimo Marangio e quella fotografica di Giuseppina Schifino. Non giudizi né riflessioni storiche ma esplorazioni visionarie di suggestive atmosfere, nella convinzione che queste visioni della letteratura possano integrare e completare la vista della storiografia”. Perchè questa interdisciplinarietà ?

Non sono uno storico, né mi piace cercare la verità. Vivo, invece, l’immaginazione, inseguo la visionarietà. Ho l’esigenza e la pretesa, quando progetto, di creare atmosfere . Sono convinto che l’arte, la letteratura possano interagire con la storiografia. Ecco, quindi, che ho voluto affiancare alla parola del romanzo, l’immaginazione di un’architettura pittorica, curata dal maestro Massimo Marangio, e di una fotografica, con gli scatti di Giuseppina Schifino.

Oltre a Coccarde rosse. Le brigantesse: suggestive atmosfere ed esplorazioni visionarie, che stai proponendo nelle regioni che hanno vissuto il fenomeno del Brigantaggio, hai anche un interessantissimo progetto, da alcuni anni, che si intitola Il giardino dello sguardo. Raccontaci un po’ cos’è.

E’ il tentativo di realizzare un luogo in cui sviluppare bellezza in armonia con la natura e la memoria. Ho immaginato una serie di installazioni, per esempio quella di vecchie damigiane in vetro, da 50 litri, ormai in disuso, che un tempo contenevano il vino e che oggi, vuote, mi piace pensare che accolgano proprio la memoria di questa terra. Un esercito di querce, in fila, disegna un ideale abbraccio al progetto arboreo che si sviluppa all’interno del Giardino. La casetta dei primi del ‘900, che ho acquistato con il terreno, riporta nelle sue pietre “1938 W il Re”: il contadino che vi dimorava, durante il periodo della vendemmia, era un nostalgico della monarchia … come io lo sono di un tempo che avrei voluto abitare . E così ho piantato gli alberi che un tempo caratterizzavano il Salento. Già da alcuni anni il Giardino è luogo di letture e d’incontro di persone che amano la parola e che qui scrivono alcune pagine dei loro libri, come è successo per Roberto Pazzi, tradotto in 26 lingue e che, del Giardino dello Sguardo, ha scritto: “…E’ il luogo delle delizie, dove cogliere ancora i pomi d’oro…”. Il mio sogno è che qui, un giorno, arrivino ragazzi di altri Paesi europei per pensare arte, Bellezza, in tutt’uno con la natura e guardando al passato nel senso del rispetto che si deve a chi ci ha preceduto e che ha costruito per noi.

Caro Alessandro. E ora la domanda di chiusura, d’obbligo in queste circostanze. I tuoi progetti artistici futuri?

Intanto, è in corso a Lecce la mostra fotografica Percorsi Pasoliniani. Il Vangelo Secondo Matera di Domenico Notarangelo. Sono una serie di scatti che Notarangelo fece sul set del film Vangelo secondo Matteo che Pasolini girò a Matera nel 1964. La mostra è stata recentemente a Parigi. E’ allestita a Lecce, al Museo della Stampa “Martano”, e nel suo ambito vede la realizzazione di alcuni percorsi di studio dell’opera pasoliniana che curo insieme allo scrittore Maurizio Nocera. Tra l’altro è un gran privilegio avere, in questa iniziativa, come partner il Festival del Cinema Europeo di Lecce e la collaborazione del Centro Studio Pasolini di Casarsa e della Samuele Editore. Prossimamente curerò una mostra ad Alberobello sui disegni di Federico Fellini e alcuni progetti di proposta culturale in alcuni paesi emarginati della Basilicata, che mi affascinano perché lì si sente il profumo dell’infanzia del mondo, come direbbe il maestro Tonino Guerra.



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