Mascha riait aux anges – Paul Éluard

Eluard

Leggere Éluard è sempre un impegno. È facile scorrere le sue poesie d’amore, versi come Abbiamo passato la notte ti tengo la mano io veglio / ti sostengo con tutte le mie forze / incido su una pietra la stella delle tue forze / solchi profondi dove scaturirà la bontà del tuo corpo / ascolto in me la tua intima voce la tua voce per gli altri / e rido ancora di quell’orgogliosa che tratti / come una mendicante / dei folli che rispetti degli ingenui in cui credi / e nella mia testa che a notte / dolcemente s’accorda con la tua / mi meraviglio della sconosciuta che diventi / una sconosciuta che ti assomiglia e assomiglia / a tutto ciò che amo / che sempre si rinnova. Meno facile affrontare versi quali Gli animali che scendono dai sobborghi incendiati, / gli uccelli che sprimacciano le piume micidiali, / i gialli cieli terribili, le nuvole tutte nude / hanno in ogni stagione fatto festa a questa statua. / È bella, statua vivente dell’amore. / O neve di mezzodì, sole su tutti i ventri, / o fiamme del sonno sopra un volto d’angelo / sopra tutte le notti e sopra tutti i volti. / Silenzio. Il silenzio splendente dei suoi sogni / carezza l’orizzonte. Sono nostri i suoi sogni / e le mani di brama che impone alla sua spada / fanno ebbro di uragani il mondo liberato.

Uomo pacifista che ha vissuto il fronte, la malattia, il dolore e l’amore. Poeta policromatico, politicamente impegnato, surrealista (Breton ha definito il surrealismo come risoluzione futura dei due stati del sogno e della realtà in una sorta di realtà assoluta, di surrealtà), poeta delle immagini. Nel saggio L’évidence poetique dello stesso Éluard si legge, a proposito delle immagini: Le immagini del poeta sono fatte di un oggetto da dimenticare e di un oggetto da ricordare […] L’immaginazione non possiede l’istinto d’imitazione: è l’universo senza associazione, l’universo che non fa parte di un più grande universo, l’universo senza Dio, non potendo essa mai mentire, né confondere mai ciò che sarà con ciò che è stato. La verità si dice molto in fretta, senza riflettere, semplicemente, e la tristezza, il furore, la gravità, la gioia non sono per lei che mutamenti di tempo, cieli sedotti […] Il poeta è colui che ispira, più che colui che è ispirato. Immagini che esplorano la realtà e la surrealtà alla ricerca dell’assoluto, dell’irrealtà sensibile, del nome. Sempre Éluard ha infatti definito la poesia come un chiamare le cose con il loro nome.

Poesia a tratti candida a tratti delirante, complessa nel suo percorso ininterrotto, sempre innamorata a un livello quasi utopico del mondo.








Mascia rideva agli angeli


L’ora che vibra in fronte al tempo scompigliato


Un vago, lieve uccello più vivo del pulviscolo

trascina su uno specchio una salma decollata

globi di sole vellutano le sue ali

e il vento del suo volo fa impazzire la luce


Hanno scoperto il migliore lontano da qui.








Quella che non ha parola


Le foglie policrome negli alberi notturni,

la liana verde-azzurra che unisce il cielo agli alberi,

il vento dalla grande figura

le risparmia. Attraverso la sua diafana testa, valanga,

la luce, sciame d’insetti, vibra e muore.


Miracolo nudo, rottura, sbriciolìo

per una sola creatura.


La sconosciuta più bella

agonizza perennemente.


Stelle del suo cuore agli sguardi di tutti.








Nel cilindro delle sofferenze


Che il mondo mi rimorchi e avrò dei ricordi.

Trenta fanciulle dal corpo opaco, trenta fanciulle divinizzate dall’immaginazione, si accostano all’uomo che riposa nel valloncello della follia.

L’uomo di cui si tratta, gioca con fervore. Gioca contro se stesso e vince. Le trenta fanciulle ne hanno presto abbastanza. Le carezze del gioco non sono le stesse dell’amore e lo spettacolo non è altrettanto delizioso, allettante e gradevole.

Parlo di trenta fanciulle dal corpo opaco e di un giocatore nato sotto una buona stella. Vi è pure, in una città di lana e di piume, un uccello sul dorso di un montone.

Nelle favole, il montone conduce l’uccello in paradiso.

Vi sono anche i secoli personificati, la grandezza dei secoli presenti, la vertigine degli anni proibiti e dei frutti proibiti.

Che i ricordi mi rimorchino e avrò occhi rotondi come il mondo.








Pablo Picasso


Nella notte le armi del sonno hanno scavato

i solchi prodigiosi che disgiungono le nostre teste.

Ogni medaglia è falsa attraverso il diamante,

la terra è invisibile sotto il cielo smagliante.


Il volto del cuore ha perduto i colori

e il sole cerca noi ed è cieca la neve.

Se volgiamo le spalle mette ali l’orizzonte

e i nostri sguardi lontano dissipano gli errori.








Bere


Le bocche hanno seguito il sentiero sinuoso

del bicchiere ardente del bicchiere d’astro

e nel pozzo di una scintilla

hanno ingoiato il cuore del silenzio.


Un intruglio non è più assurdo –

è qui che si scorge il creatore di parole,

colui che si distrugge nei figli che procrea

e dà nome all’oblio di tutti i nomi del mondo.


Quando è deserto il fondo del bicchiere,

quando è sbiadito il fondo del bicchiere

sopra il bicchiere le bocche picchiano

come su un morto.








André Masson


La crudeltà si aggroviglia e la dolcezza agile si scioglie. L’amante delle ali assume volti impenetrabili, le fiamme della terra evadono attraverso i seni e il gelsomino delle mani si schiude sopra una stella.


Il cielo intorpidito, il cielo che si dipana non è più su di noi. L’oblio, più che la sera, lo cancella. Privata di sangue e di riflessi la cadenza delle tempie e delle colonne persiste.


Le linee della mano, tanti rami nel vento turbinoso. Rampa dei mesi invernali, giorno pallido d’insonnia, ma anche, nelle stanze più segrete dell’ombra, la ghirlanda di un corpo attorno al suo splendore.








Paul Klee


Sul fatale pendio il viandante approfitta

del favore del giorno, glaciale lastra senza ciottoli,

e, occhi azzurri d’amore, scopre la sua stagione

che porta ad ogni dito grandi astri inanellati.


Il mare ha abbandonato le orecchie sulla spiaggia

e la sabbia ha scavato la platea di un delitto.

Il supplizio è più duro ai boia che alle vittime

sono presagi i coltelli, i proiettili lacrime.








La notte


Accarezza l’orizzonte della notte, cerca il cuore di gagàte che l’alba ricopre di carne. Esso popolerebbe i tuoi occhi di pensieri innocenti, di fiamme, ali e verzure che il sole non inventò.

Non ti manca la notte, ma il suo potere.








Gli occhi riarsi del bosco


Gli occhi riarsi del bosco

la maschera ignota farfalla casuale

nelle assurde prigioni

i diamanti del cuore

collare del delitto.


Minacce digrignano i denti

mordono la risata

strappano al vento le piume

le foglie morte alla fuga.


La fame ammantata d’immondizie

stringe il fantasma del grano

la paura cenciosa perfora i muri

livide pianure mimano il freddo.


Solo il dolore avvampa.








L’oscuro tranello delle vergogne


L’oscuro tranello delle vergogne

con le ustioni del giorno fra le dita


Lontano come l’amore


Ma tutto si somiglia

sulla pelle del superfluo.








Collera miele che deperisce


Collera miele che deperisce

si consuma il rifugio delle fiamme

si è finito di volare all’infame soccorso delle immagini di ieri

la perfezione silvestre la fine greppia del sole

le medaglie fondenti dell’amore

i volti briciole di auguri

i bimbi del domani il sogno di stasera

le parole più leali

tutto reca nere ferite


anche la donna che mi manca.








Fuori dalla massa


Una finestra di fronte

nero pertugio

da cui un panno bianco si invola

di perfezione in perfezione

di cielo in cielo

l’oro cocciuto sparge il suo seme.


Al suono fesso dei cavi meriggi

sulla forchetta delle sgualdrine

un rostro di carne intumidisce un’aria

d’usura e di ceneri spente

la solitudine delle sgualdrine.


Si spezzano le vertebre

a dormire all’in piedi e senza sogni

dinanzi a finestre aperte

sull’ombra coriacea di un lenzuolo.








Dove la donna è segreta l’uomo è superfluo


Drasticamente esclusa l’indifferenza

tutto si giocava

attorno al ventre inutile e alle parole senza eco

di una donna creata per se stessa

più nuda che reale


Aveva più grazie

di colei da cui era nata

grazie che prometteva


Adunava tante meraviglie

tutti i misteri

nella luce fiondante

sotto l’enorme chioma

sotto le palpebre basse


In un bisbiglio fra le risa

lei e le sue labbra narravano

la vita

di altre labbra simili

in cerca fra le sue del loro bene

come di semi nel vento

anche la vita

di uomini ad essa indifferenti

di donne dalle eccentriche pene

che s’imbellettano per scomparire


E nessuno capiva su quale sottofondo di delizie e certezze

la memoria futura la memoria ignota

avrebbe miglior gioco di quanto la speranza

ne abbia mai avuto nel comune nell’usuale.








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