La rosa profunda – Jorge Luis Borges

Borges

Vedo la fine e vedo l’inizio, non ciò che sta nel mezzo. Questo mi viene rivelato a poco a poco, quando gli astri o il caso sono propizi. Più di una volta devo tornare indietro e ripercorrere la zona d’ombra. Cerco di intervenire il meno possibile nell’evoluzione dell’opera. Non voglio che la snaturino le mie opinioni, di certo insignificanti. Il concetto di arte impegnata è un’ingenuità, perchè nessuno sa compiutamente ciò che sta facendo. Uno scrittore, ammise Kipling, può concepire una favola, ma non penetrarne la morale. Deve essere leale con la sua immaginazione, non con le mere circostanze effimere di una supposta «realtà». La letteratura inizia col verso e può impiegare secoli a ravvisare la possibilità della prosa. Dopo quattrocento anni, gli anglosassoni lasciarono una poesia non di rado mirabile e una prosa appena esplicita. La parola sarebbe stata all’origine un simbolo magico, che l’usura del tempo avrebbe indebolito. La missione del poeta sarebbe restituire alla parola, sia in modo parziale, il suo primitivo o oggi nascosto vigore. Due doveri avrebbe il verso: comunicare un fatto preciso e toccarci fisicamente, come la vicinanza del mare.

Con queste parole Jorge Luis Borges apriva, nel 1975, La rosa profunda, una raccolta di trentasei testi poetici densi di fatalismo, di un destino crudo e doloroso, dove anche i sogni diventano incubi. Dove però la poesia emerge quasi come salvezza della memoria, come costruzione migliore del sé, della vita. Del destino anche. Perchè la poesia sta al di là del sé, della vita, del destino. È l’opera che non appartiene per eccellenza. Non appartiene al poeta perchè dopo che l’ha scritto è altro rispetto al poeta. Non appartiene al lettore perchè dopo che questi l’ha letta è altro rispetto al lettore (come necessariamente lo era anche prima della sua lettura). Ma nasce e giunge dal poeta al lettore in maniera inesorabile, altrettanto inesorabilmente siglando la propria profondissima tangenza al poeta e al lettore pur essendo a loro inappartenente. La poesia è perchè non appartiene, ma proprio in virtù di questo è ancor più profondamente ciò che è.

Capire questo rapporto significa capire una poetica, una poesia, e non solo quella di Borges. Il quale conclude non a caso il suo prologo a La rosa profunda con queste parole: La cecità è una clausura, ma è anche una liberazione, una solitudine propizia alle invenzioni, una chiave e un’algebra.








Io


Il teschio, il cuore intimo, segreto,

i sentieri di sangue che non vedo,

le gallerie del sogno, questo Proteo,

lo scheletro, le viscere, la nuca.

Io sono queste cose. Assurdamente

sono anche la memoria di una spada

e quella di un tramonto solitario

che si dissolve in oro, in ombra, in niente.

Sono chi guarda le prore dal porto;

sono i miei pochi libri, le mie poche

incisioni dal tempo consumate;

sono colui che invidia chi è già morto.

Più strano essere l’uomo che ora intesse

parole in una stanza di una casa.








Cosmogonia


Nè tenebra né caos. Esige occhi

che vedano, la tenebra; così

suono e silenzio esigono l’udito,

e lo specchio, la forma che lo popola.

Né lo spazio né il tempo. E neppure

una divinità che concepisce

il silenzio anteriore all’iniziale

notte del tempo, che sarà infinita.

Il gran fiume di Eraclito l’Oscuro

non ha intrapreso il corso irrevocabile

che dal passato va verso il futuro,

che dall’oblio va verso l’oblio.

Qualcosa che già soffre. Che già implora.

Dopo, la storia universale. Ora.








La pantera


Dietro le salde sbarre la pantera

ripeterà il monotono cammino

che è (ma non lo sa) il suo destino

di nera gemma, infausta e prigioniera.

Ne passano migliaia e son migliaia

quelle che tornano, ma è eterna e una

la pantera fatale che nell’antro

traccia la linea che un eterno Achille

traccia nel sogno che ha sognato il greco.

Non sa che esistono pianure e monti

di cervi le cui viscere tremanti

le appagherebbero la cieca fame.

Invano il mondo è vario. La giornata

che ognuno vive è stata già fissata.








Sono


Sono chi sa di essere non meno vano

del vano osservatore che nel muto

specchio di cristallo mima il riflesso

o il corpo (fa lo stesso) del fratello.

Sono, taciti amici, chi ha imparato

che altra vendetta non c’è che l’oblio

o altro perdono. Un dio volle accordare

all’odio umano questa strana chiave.

Sono, malgrado così illustri errori,

chi non ha decifrato il labirinto

singolare e plurale, arduo e diverso

del tempo, che è di tutti e di ciascuno.

Sono nessuno, non fui mai una spada

nella guerra. Sono eco, oblio, nulla.








All our yesterdays


Mi chiedo di chi sia il mio passato.

Di chi tra quanti fui? Del ginevrino

che abbozzò qualche esametro latino

dai numerosi lustri cancellato?

Del bimbo che cercava nella vasta

biblioteca del padre le precise

curve del planisfero e le ferali

forme della pantera e della tigre?

O di quell’altro che spinse una porta

oltre la quale un uomo eternamente

si spegneva e baciò nel bianco giorno

il volto che moriva e il volto morto?

Io sono loro, che non sono più. Invano

io sono nella sera quella perduta gente.








In memoria di Angelica


Quante possibili vite perdute

in questa povera e minuta morte,

quante possibili vite che il caso

avrebbe dato al ricordo o all’oblio!

Con me, quando morrò, morrà un passato;

con questo fiore è morto un avvenire

in acque inconsapevoli, un aperto

avvenire che gli astri hanno annientato.

Io muoio, come lei, di innumerevoli

destini che la sorte non mi dona;

insegue la mia ombra i frusti miti

d’una patria che ha sempre combattuto.

Di lei serba memoria un breve marmo;

atroce su di noi cresce la storia.








I miei libri


I miei libri (che non sanno che esisto)

sono parte di me come il mio volto

dagli occhi grigi e dalle grigie tempie

che vanamente cerco negli specchi

e con la mano concava perlustro.

Non senza qualche logica amarezza

penso che le parole più essenziali

che mi esprimono stiano nelle pagine

che non sanno chi sono, non in quelle

che ho scritto. Meglio così. Le voci

dei morti mi diranno eternamente.








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