La fata verde – Ludovica Cantarutti

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Ludovica Cantarutti è una distinta signora udinese che vive da molti anni a Pordenone, evidentemente innamorata più di Parigi che della cittadina dove risiede. Poetessa fine, acuta, dall’esperienza umana tanto severa quanto di spessore, la conosco da quando avevo circa diciassette anni. Ero un ragazzino come tanti, famiglia sfasciata, grandi ideali nelle mani, una non meglio precisata ricerca di maestri di vita. Al tempo ricordo a Pordenone c’erano lei e Gianni Di Fusco. Gianni, morto da pochi anni, poeta crudele non tanto verso gli altri quanto verso la vita, lo ricordo con un biglietto in mano, un piccolo commento di Pasolini alle sue poesie giovanili. Poi i suoi discorsi (spesso ben pieni di sesso, che per Gianni era uno dei motivi per cui un ragazzo ha ancora orgoglio e speranze, per lui già estinte) nel suo salotto con un enorme tavolo di legno dove tutto sembrava piccolo, dove tutto sembrava avere ancora molto da imparare.

Altra cosa seppure simile la casa di Ludovica, dove ancora mi reco anche se devo ammettere talvolta per subire sonore (quanto probabilmente meritate) sgridate. Una casa, un salotto denso di quadri e di luci soffuse date non tanto dalla mancanza di illuminazione quanto dal rifiuto dell’illuminazione, con i libri bene in fila (con la perizia di un bibliotecario) e una vetrata che non ha alcuna voglia di guardare la Pordenone sottostante (ci troviamo infatti al terzo piano di un condominio). Una casa che ha visto autorevolissime visite, che ha visto poesia, che ha visto storia. Che ha visto la redazione di ventun anni di quaderni di Natale che Ludovica puntualmente omaggia ai suoi amici più cari. Un dono prezioso, ricercato, profondo quanto la mente di una poetessa capace di versi quali Saliremo tu e io abbracciate / in cima alla Tour dove / respira la Parigi che mi piace / e dal ventre alato della musa preferita / fluiranno per una sfilata universale / parole d’ogni specie e sfinimento. / Potrai urlare il mio nome se vorrai / lassù saprò resistere anche al dolore della gioia.

Il quaderno del 2013 si intitola La fata verde e tocca le vite di Paul Verlain, Arthur Rimbaud, Vincent Van Gogh. Con il suo solito affondo nelle carni dell’umanità, di chi ha vissuto veramente una vita di gioie e dolori, di critica e onestà intellettuale, Ludovica è capace di pensieri quali perché al poeta, nonostante possa esprimere talvolta il peggio di sé, rimane sempre in un angolo del suo intimo quanto basta di ideale e di innocenza. Perchè quando camminate per strada e vedete degli uomini apparentemente stupidi che stanno ragionando sui tacchi alti o sul sedere di una donna, o sul suo scialle, o quando in un bar vedete un ubriaco che ha un pezzo di carta in mano, rinunciate ai facili giudizi e chiedetevi se quell’uomo apparentemente così becero non è invece un poeta che i vostri figli studieranno a scuola. Perchè la poesia si nutre di cadute, di brutture. Perchè è questa la poesia, un’ostinatissima fiducia nell’uomo. E non importa se Verlaine è finito in prigione o Rimbaud s’è preso una pistolettata o Van Gogh si è suicidato o se Petrarca era un narcisista insopportabile, perchè ciò che resta è l’enorme intelligenza della loro poesia che percorre i secoli, e compone la storia.

E Ludovica Cantarutti questo continua a dire, da ventun anni di quaderni di Natale e da altrettanti se non più anni di importante poesia. Continua a dire credete nella poesia, cercate la poesia, la vera poesia, che salva l’uomo. Non accontentatevi.








La fata verde


Aveva fatto il suo giro quotidiano nel Quartiere Latino, come al solito. Era una ritualità che leniva, almeno in apparenza, la sua ansia ed i suoi pensieri negativi. Camminava secondo il ritmo delle parole che si susseguivano nella sua mente e la cadenza del passo ne diveniva una specie di riproduzione, di fermo immagine qualche volta, delle singole vicende del suo passato, della sua vita tormentata fin dal momento in cui aveva incontrato Arthur Rimbaud, ma forse ancora prima, quando era sposato con la giovanissima Mathilde Mauthé ed aveva un suocero definito insopportabile. Il suo girovagare lo portava inevitabilmente al Café Procope, considerato il caffè più antico d’Europa, collocato in rue de l’Anciene Comedie al numero 13 (il retro dava sul Passage du Commerce), il celeberrimo locale fondato dal palermitano Procopio de’ Coltelli a Parigi al seguito di Caterina de’ Medici. Una volta seduto, da buona abitudinario, non rinunciava mai al suo assenzio. Ne beveva sempre due porzioni, una per lui ed una per Arthur. Era il 1892 e Paul Verlaine aveva quarantasette anni. Sarebbe morto quattro anni più tardi. […] Era lì, dentro il bicchiere, che rivedeva le immagini ed eventi del passato, della sua vita amorosa con Arthur, il cui evento più forte era stato quella lite a Londra che gli era costata la condanna a due anni di galera per avergli sparato, mancandolo peraltro. Così il suo amore vissuto nel furore letterario oltreché fisico fu umiliato da due medici che lo esaminarono in prigione con morbosa attenzione per scoprirne qualche abominio sul corpo e in un pubblico e spietato scandalo, tanto da devastargli l’anima, perché al poeta, nonostante possa esprimere talvolta il peggio di sé, rimane sempre in un angolo del suo intimo quanto basta di ideale e di innocenza da rendere veniale, se possibile, qualunque malefatta. Poi, dalla galera era uscito prima per buona condotta. Mentre il colore verde dell’assenzio impallidiva lentamente per l’aggiunta sequenziale dell’acqua Paul ingurgitava con la bevanda tutti i suoi rimpianti. […] La salle à manger della locanda non era molto spaziosa ed aveva un’atmosfera casalinga, di famiglia, con le tende di merletto (come ai nostri giorni) e l’arredo scuro, di legno caldo e riposante. Vincent si sedeva al primo tavolo dopo l’entrata, a destra, riparato dall’uscio da un piccolo separé che lo isolava dagli spifferi. Van Gogh si sedeva sempre lì solo, isolato. Del resto il suo isolamento durava da una vita. Gli ultimi mesi passati a Auvers-sur-Oise erano improntati alla tranquillità. Aveva lavorato molto, soprattutto su alcuni ritratti, amalgamando nel colore le sue angosce, i suoi rifiuti, le depressioni, le disperazioni e l’incapacità totale di badare a se stesso. Ai colori univa l’ossessiva inquietudine con la quale l’esistenza tormentava la sua anima e dalla quale, come in un labirinto, l’artista era incapace di sottrarsi. E quando l’aveva fatto le conseguenze erano state a dir poco estreme. Riverso sul letto nella sua cameretta presso la locanda Ravoux, al piano superiore, entrata sul retro, al piano superiore, entrata sul retro, ferito da un colpo di pistola autoinflittosi, fu trovato Vincent Van Gogh il 27 luglio 1890. Morì all’alba del 29. Da quel giorno il suo posto a tavola non fu più occupato da nessuno. Il suo bicchiere di assenzio rimase vuoto.

 

 

 








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