Nel ghetto di Trieste

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A volte credere in Dio è come
scrivere una poesia. Non
hai nulla su cui credere eppure
ti ci sforzi, misuri la tua fede
sull’incerto, le parole non ci sono
e chiedi un segno, una cometa.
Sandro dice una scia chimica.
Forse l’odore di una donna.









A casa ho messo un tappeto arancione.
Non l’ho messo perchè ha il colore
di un tuo maglione, né di un tuo paio
di pantaloni o ancora meglio
di un tuo intimo, nulla di tutto questo.
L’ho messo perchè tu non lo conosci
e finchè sta lì posso ancora immaginare
di fartelo vedere, un giorno o l’altro.









Apro i cassetti, chiudo i cassetti,
forse ci trovo ancora un atomo
di te o di quella te che conoscevo
prima che tu cambiassi. Forse
è colpa mia se sei un’altra donna,
forse è colpa tua, o forse – è molto
più probabile – è solo colpa dei cassetti.









A casa mio figlio gioca alla playstation.
È felice. Crede sia tutto una poesia
e anche le persone. Non sa che in fondo
nessuno è un verso ma solo prosa
abbellita nelle ultime battute
per fingere di stare un poco meglio.







In fondo ci è stato utile tornare
al ghetto di Trieste. Lo stesso ristorante.
E parlare della morte di Fabrizio
e delle scale alla Sinagoga. La
barista ci ha offerto anche il dolce
ma proprio non potevamo – noi
ridevamo della ragazza con lo scialle
che passava tutta civettuola –. Sandro
dice è l’ironia alla fine che ci salva.









 
 
 
 
ilcoloredellacqua
 
 
 
 
 
 
 
 

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