Fuori fuoco – Mimmo Pastore

pastore

In un piccolo bugiardino introduttivo a Fuori fuoco (Edizioni Pietre Vive – iCentoLillo, 2013) l’autore stesso Mimmo Pastore confessa: Qui si raccolgono cose scritte nell’arco di una decina d’anni; a partire dal 2003, insomma. Si alternano poesie e racconti (da quelli brevissimi a quelli un po’ più lunghi), sistemati in una struttura a chiasmo; per indirizzarne una coerenza. Gli ultimissimi testi composti sono contenuti nella sezione intitolata Prestiti e distanze, della quale è importante chiarirne il lavoro. Col tempo mi sono accorto che il racconto o, meglio, il mini-racconto è la misura che più mi si adatta: per pigrizia, per incapacità di narrare una storia con grosse coordinate e rigorosa, perché credo che questa formula mi rappresenti. Perché scrivere tanto mi annoia. Perché manca il tempo e noi si manca al tempo. Perché da una parte mi esaspera la troppa poeticità, l’andare a capo e da un’altra la forma lunga mi dà l’impressione contenga sempre una minaccia di crepe, di falle nel discorso che si presume logico.

Un libriccino minuto e piacevolissimo questo di Pastore, che non pretende di far leggere poesia e per questo lo fa di rado tra le pagine, rimanendo in bilico tra il verso e il raccontino. Quasi un cercare il proprio posto nel mondo senza dare fastidio al mondo stesso. Mondo che è sempre quotidiano, mai ideale, a tratti onirico per poi svegliarsi accanto una donna, che acquisisce nomi di donna quali Azzurra, Anna, Katia, Francesca, Carla. Anna pare inoltre essere un personaggio ricorrente nel pensiero dell’autore, tanto da citarla più volte, da misurare le proprie azioni e se stesso su di lei, davestirla e svestirla di parole quali Anna, altro nome bellissimo. Nome che resta e resiste nonostante le altre presenze, che sa di ancora contro la deriva, l’alienazione.

Perchè leggendo Fuori fuoco si percepiscono chiaramente due concetti propri dell’autore: la sua onestà nello scrivere, senza finzioni o costruzioni; il suo sentirsi inappartenente al mondo. Un’inappartenenza che assomiglia a un’inadeguatezza presunta del sé, che poi nel verso diviene appunto rifiuto del verso stesso. Un non riuscire e vedere bene le cose e per questo sentirsene distaccati, cercando comunque di colmare tale distacco con quello stesso sguardo che lo provoca.

Poesia delicatissima e prosa altrettanto misurata da una personalità delicata, che affonda le mani nella vita ma senza tracciarla o stracciarla, che ricorda e vive l’amore quasi come un trascorso sul quale incollare un po’ di nostalgia, non certo per soffrirne quanto per ricordare. Perchè la felicità è così fragile, precaria, perchè mi ha fatto molto piacere conoscerla; quasi male, ma nonostante ciò le diedi due baci sulle guance, molto più vicini alla bocca di quanto di solito si faccia ed anche a lei, spero, le si sarà spostato il cuore.








Fa caldo stanotte in questa stanza

da letti bassi. Solo un vento leggero

è a gara con gli acri umori della pelle.


Ma quelle stelle che hai appeso sul soffitto,

quelle, non competono ai bagliori

di magnesio che intravedo dagli scuri,

al lampo baleno dei grappoli d’uranio.

Non ai lucori della mia sigaretta

accesa nel buio.

(Ci sarà posto anche per me come

scaricatore di porto o nelle miniere

profonde, non temo).


Poi ti dico dei capelli caduti sulle labbra,

dell’anello che giochi tra le dita.

Ti prometto un viaggio, un abito,

un tappeto indiano.








Ho finalmente messo a punto e pulito

un vecchio tavolo, le cartacce. Metterò

in ordine i libri per nome d’autore,

sceglierò d’ogni oggetto il suo posto

e dovrà pur succedere qualcosa.

Ho anche scritto e sostituito parole nuove

a quelle vecchie. Seduto su di una poltrona

ho pensato a lungo agli amici, alle ombre

ai fantasmi.

Ho disposto quaderni in punti luce, ché

i miei scritti incrocino linee immaginarie

con le stelle, ne forzino una direzione.

Mi sono anche addormentato.

Fuori un vento piegava i gerani nei vasi.

Ancora per poco e sarebbe arrivata cena.








Hai risposto con tono basso e triste.

Tu riconosci sempre bene i miei

vuoti, le mie falle. La fame

del lupo. Le lunghe notti insonni.

E questo è il tuo modo di farmelo

sapere. Non esiste una punizione

più grande. Il tuo intuito è un colpo al cuore.








UNA DONNA (I)


C’è una donna. Mi odia? La amo. Ha delle gambe così belle da farmi girare la testa. Mi piace guardarle i seni tra i bottoni della camicia. Il nostro sembra un rapporto di alta e bassa marea, di lune. Mi ama. La odio?




UNA DONNA (II)


C’è una donna. Mi dice che devo cambiare, si ostina nel tentarci. Sei incollato alle tue fantasie, racconta, devi abbandonarti alla vita. La vita, la vita, la vita le rispondo. Cos’è la vita? Sapresti darne una definizione? Ognuno si gioca le sue carte in fondo, fa quello che può.

A volte però mi assale la paura di perderla, divento debole, torno indietro, sui miei passi, faccio quello che vuole. Ritraggo le opinioni sulla matematica divina, acconsento, la accompagno fuori a fare shopping. E cambio un poco le mie abitudini e opinioni sul mondo, divento meno pessimista. Le incuto coraggio. La sobillo alla sua libertà.

Ma qualunque cosa faccia è qualcosa d’altro che ci giostra su ed io non posso niente, inerme. E ritorno alle mie leggi, alla mia filosofia, alle mie partite a carte, finanche alla mia solitudine.




UNA DONNA (III)


C’è una donna. Mi ama? Si rifà viva frequentemente ogni tot, scrive sms. Si ingelosisce se le racconto le vicissitudini della mia giornata. Ed io non capisco se è meglio dirla tutta la verità, o mezza. Mezza, forse. Mi spiega i motivi della sua assenza, quanto io sia importante per lei. Nessuno, dice, l’ha mai sedotta come ho fatto io. E ogni tanto ha bisogno di me, eppure non mi vuole fino in fondo: “Tanto tu non mi ami, tu sei innamorato dell’idea dell’amore” ripete in continuazione, citando L’homme qui amait les femmes di Truffaut.




UNA DONNA (IV)


C’è una donna. Non mi ama. È innamorata di me da una vita. Dice che le piace la mia misantropia, la si legge da come cammino, dice. Lei ha un particolare talento nel decifrare le personalità che si celano sotto un atteggiamento, una posa, uno sbuffo di sigaretta. Ed io mi chiedo se davvero sono così, misantropo, intendo. Le ho scoperto in una pagina del suo diario una foto di me ragazzo: “Vedi”, mi si rivolge, “ti seguo da allora”. In un’altra è incollato un capello tiratomi una volta a letto: “Ora sei in mio possesso, per sempre”, mi dice mentre nuda attraversa la stanza per infilarsi nel bagno. Non la ascolto, mi sono distratto, sono altrove come spesso dopo l’amore. Poi penso alla mia formazione, alla mia adolescenza e dopo all’università: “No, non sono misantropo, non mi sembra”, la imbecco più tardi di spalle, in cucina, mentre prepara la cena.




UNA DONNA (V)


C’è una donna. La amo. La penso spesso quando sono occupato nelle faccende domestiche, mentre in sottofondo ascolto la radio. Potrei essere sincero con lei, non ha paura della verità. A volte penso se possa davvero esistere o perlomeno essere individuabile uno specifico femminino e che possa essere questo, appunto: non aver paura della verità. Lei dice sempre la verità, e non pensa alle conseguenze. Lei non sa chi sono io. Lei non pensa alla mia pelle. Lei non ha paura. E questo è destabilizzante. Ma come fai a non avere paura se la vita non è controllabile, il futuro, io ho spesso paura, tu come fai. Lei mi è forse superiore, penso, mentre raccatto gli ultimi resti della cena dalla tovaglia lisa.




UNA DONNA (IX)


C’è una donna. Mi abitua male. Nel senso che mi vizia, mi fa trovare la cena pronta, mi compra ogni giorno il vino nuovo e lava persino i piatti; mi convince sempre a non occuparmene. Io non sono un pigrone, sì un pochino in passato, ma ora sono abituato ad altro, mi arrangio. Il problema è che appena si preoccupano per me, non riesco a resistere e subito abdico. Come un irresponsabile. La amo proprio allora, quando mi tratta come un bambino, quando mi porta per mano. Oggi mentre leggevo il giornale sul divano, mi ha detto “E’ pronto” ed ha con una calma olimpica aperto la finestra e rovesciato la frittata giù per strada. Amami adesso, ha rantolato sorridendo (ma sorridendo davvero, non isterica), se sei capace. Ha ragione, non lo sono. Ne sono incapace.




UNA DONNA (X)


C’è una donna. Mi ama. Oggi mi ha amato per tutto il pomeriggio. Alla fine ci siamo guardati sazi e soddisfatti e un poco tristi. Ma io ho fatto subito una doccia e sono andato a prendere il 14. Tornerei troppo tardi a casa, mi sono scusato. Lei mi ha capito, ha capito che non mi piace tutto quello che viene dopo l’amore, perché una felicità così fragile, precaria.




UNA DONNA (XI)


C’è una donna. Come definire il nostro amore? Una compensazione, appunto. Se io la sogno, lei mi ha già dimenticato. Se lei si alza desiderosa di me, io sto pensando ad altro. Mi tradisce quando mi fido di lei, si fida di me quando la tradisco. È un tira e molla incredibile: se io lo ritengo infruttuoso, lei lo crede il contrario e viceversa. Se penso di aver sbagliato e corro a farmi perdonare, è invece lei a non aver dormito la notte: si sente terribilmente in colpa, mi ha dato ragione, assolutamente ragione. “Ha sempre ragione”, ha sussurrato persino una volta in sogno, “lui ha sempre ragione”. Se voglio andar fuori a mangiare una pizza, lei ha voglia di star dentro, in intimità: “Ho bisogno di parlarti” dice, stringendosi a me.




UNA DONNA (XIV)


C’è una donna. Ne sono innamorato? Mi piace spesso di lato mentre sorride e le si mostrano i denti. Ha un sorriso bellissimo, davvero. Non mi riesce di starle lontano, devo sedermi accanto e non ho pudore nel farlo. Arrivo a non vedere nessun’altra cosa quando sono con lei, a isolarmi come se fossimo soli io e lei altrove. Mi piace il suo (involontario? spontaneo?) farsi desiderare. Non ti resisto, hai capito, le comunico con gli occhi, mentre la lingua mastica Montale, Hesse o Schopenauer.




UNA DONNA (XVI)


C’è una donna. Appare d’improvviso, non è vera entità. È leggera: come le sue parole; i suoi sorrisi; come il rame dei suoi capelli. Non l’ho capita, non la capirò mai. Non devo capire sempre tutto. La considero enigmatica, lei ringrazia ma nega di esserlo. Sei naturalmente enigmatica, allora le dico. Più volte ho cercato di smuovere questa sua apparente assenza di turbine, di dirottare nubi, perturbare emozioni: non si scombussola. Lei è il cielo su cui gioco, di specchio, un rimbalzo d’impressione, un riflesso.

Mi piace il disegno delle sue labbra, il suo essere sfuggente.

Un uccello ramingo, un consigliere, un illusionista, un amico spaiato, le sono stato; le sono stato d’impaccio, di intralcio, le sono stato simpatico. Credo che tu mi sia un po’ più che molto simpatica, le ho detto una volta. Una notte. Le ho raccontato alcune cose, avrei voluto raccontargliene altre. Mi ha fatto molto piacere conoscerla; quasi male.








INVENTARIO DELLE COSE PERDUTE


Una foto con mia nonna: lei indossa un vestito leggero a fiori, d’estate, sorride e mi tiene sulle ginocchia; un miliardo di ombrelli (una volta uno rosso, in un bar; ricordo che me ne accorsi poco dopo, avrei potuto recuperarlo, decisi chissà perché di non farlo); la testa, qualche volta (e quando ti dissi che avevo bisogno di tempo e poi ho perso troppo tempo, quello opportuno, e te ne sei andata); almeno due orologi, in autobus; sicuramente due anelli, amuleti che proteggevano dalle traiettorie curve del destino; il filo del discorso spesso, quando mi infilo tra le nuvole; raramente, devo dire, le staffe; anche poco la pazienza; una volta un paio di occhiali da sole dal finestrino sull’autostrada per Siviglia; la memoria di qualche ricordo; i miei 17 anni; una finale di calcetto che avremmo vinto, al completo; un amico, una sera di giugno del 2000; il treno, una mattina di luglio; be’, sì, insomma, qualche amore.








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