Rievocando Mihai Eminescu – 15 gennaio, Venezia

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Rievocando Mihai Eminescu, 15 Gennaio – Venezia



Mercoledì 15 gennaio alle ore 18.30, presso l’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia – Aula Conferenze “Marian Papahagi” – Campo Santa Fosca, Cannareggio 2214, Venezia – avrò l’onore e il piacere di leggere e discutere il mio Luceafarul (Samuele Editore 2012, prefazione di Sonia Gentili) durante la Giornata della Cultura Romena, indetta il 15 gennaio proprio per commemorare un grandissimo poeta: Mihai Eminescu, pseudonimo di Mihail Eminovici (Botoşani, 15 gennaio 1850 – Bucarest, 15 giugno 1889), autore del primo e ben più importante Luceafarul (Almanahul societăţii studenţeşti Romania-jună, Vienna 1883).

Non nego di sentirmi tanto orgoglioso quanto inadeguato al compito per il quale sono stato invitato. Mihai Eminescu è stato uno dei maggiori poeti non solo romeni, ma europei. Alcune scuole lo indicano addirittura come l’ultimo grande romantico europeo. Poeta, filologo, scrittore, giornalista politico, fu attivo nella società letteraria Junimea e fu un membro di spicco del Partito Conservatore Romeno. Fu anche redattore capo del quotidiano “Timpul” (Il Tempo) di Bucarest e giornalista del “Curierul de Iași” (Il Corriere di Iași) dell’omonima città. Il Luceafarul, altrimenti tradotto anche come Iperione, Espero, molto erroneamente come Lucifero, è una delle opere più importanti della sua produzione e più fondanti della letteratura romena contemporanea.

Storia di una stella che si innamora di una donna, il poema vive del tormento di Luceafarul tra eternità e amore, tra divinità incorporea e transitorietà carnale in una prospettiva sia spaziale sia temporale, per scegliere l’amore proprio nel momento in cui la donna lo tradisce con un “paggetto” di poco conto. Un amore controverso, esasperato dalla differenza che emerge tra Luceafarul e il paggetto che, in maniera tragica, denota la differenza di visione della donna da quando si avvicina alla stella a quando si avvicina al paggetto. Assumendone i connotati. La donna inoltre, quasi ad aggravare la delusione che Luceafarul patisce nei confronti degli esseri umani, pur nel tradimento lo chiama ugualmente al suo fianco. Ma la stella sceglie di tornare alla sua eternità celeste siglando la solitudine cosmica del poeta nel mondo, e nell’amore. Un amore che non ha soluzione di continuità, quasi un fiume che tutto travolge e di fronte al quale la donna diventa una bandiera carnale e bellissima quanto priva di fedeltà. La donna ma non per dire l’essere femminile soltanto ma la triste circostanza che coinvolge gli esseri umani tutti. Incapaci di una stabilità, di una fedeltà agli altri quanto a sé stessi. Un amore senza il quale però anche l’eternità diventa fredda e sola. Una transitorietà che si oppone e vince sull’eternità.

Il Luceafarul di Eminescu parla della solitudine e del genio incompreso del poeta nel mondo, poeta/stella capace di portare luce/verità a uomini che non intendono accettare tali doni. Ma la natura del poeta è inglobante, il poeta per suo carattere deve abbracciare gli altri per sentirsi completo e completato. Altri che non vogliono e addirittura non meritano la sua luce/verità lasciandolo solo e deluso. Tanto che la delusione stessa diventa il gelo permanente della sua eternità. Altri che diventano una donna perché l’amore sa sintetizzare e segnare ogni dinamica umana, diventando la dinamica umana e divina per eccellenza, senza la quale perfino la deità perde di senso. C’è un senso di solitudine infinita ed assoluta nel Luceafarul emineschiano, una solitudine che non è l’essere soli o l’essere abbandonati ma l’accettare di dover abbandonare per un dato motivo, un fato o una natura. È una solitudine obbligatoriamente autoinflitta che affonda nella fragilità umana, che corrompe con l’umano quanto prima era divino.

Poema complesso, lungo, che fonde magistralmente toni aulici con lessici popolari a sottolineare la distanza tra l’eterno e il transeunte, a sottolineare ancor di più il legame a tutto sfavore dell’eterno che si viene a creare. Perché Luceafarul alla fine non odia la donna, ma in qualche modo pur con severità la compatisce compatendo così l’intero genere umano. Ma ormai ne è intaccato, e non può che portare con sé tale porzione umana perfino nelle stelle. Poema dell’incompatibilità senza possibilità di salvezza.

Riscrivere il Luceafarul in una forma più odierna, più sintetica ed essenziale, più religiosa (nel senso cristiano, Eminescu non inserisce Dio ma un Demiurgo) e più umana al fine di vestirlo delle tematiche odierne, pur redigendo solo un’ombra della grandezza dell’originale è stato per me un atto tanto doloroso quanto complicato. Perché il Luceafarul di oggi l’ho visto come un uomo che nel suo percorso tormentato parte già sconfitto. Sonia Gentili, nella prefazione, usa appunto queste parole per iniziare al mio lavoro: Oggi Alessandro Canzian ci riporta al mito e alla formularità della poesia narrativa con il poemetto Luceafarul, favola di un amore che al contempo afferma, trasfigura e tradisce se stesso. Una bellissima fanciulla mortale e l’immortale astro Iperione (Luceafarul) si innamorano, ma l’amore fra il transeunte e l’eterno è impossibile. Siamo di fronte ad una delle molte declinazioni del popolare mito di Amore e Psiche, «storie diverse ma che tutte narrano dell’amore precario, che congiunge due mondi incongiungibili, che ha la sua prova nell’assenza; storie d’amanti inconoscibili, che si hanno davvero solo nel momento in cui si perdono». Il testo di Canzian è una odierna rielaborazione di un noto poemetto ottocentesco, Luceafarul, del grande poeta rumeno Mihai Eminescu; i personaggi sono gli stessi e il senso del mito resta, per mantenere la bella immagine calviniana, quello di un amore che in quanto congiunge due incongiungibili ha la sua prova nell’assenza. A cambiare è il senso dell’assenza dal mondo di Luceafarul: se in Eminescu l’astro immortale Iperione, pure tentato dall’amore per il mondo mortale, appartiene decisamente all’eterno, in Canzian Luceafarul è sin dall’esordio un tormentato essere in cammino.

Se poi la questione diventa il chiedersi perché leggere e riscrivere oggi tale poema, allora la risposta non può che essere “perché il conflitto tra transitorio ed eterno, tra piccolo e immenso, è parte della natura umana e soprattutto oggi in Italia diventa fondamentale nodo culturale”. Perché in Luceafarul Fillide piega Aristotele, lo piega dalle stelle e dalla sua divinità mettendolo di fronte a un’incostanza e un’infedeltà tutte umane. Ma questa incostanza e questa infedeltà siamo veramente noi? L’uomo è veramente transeunte o ha spazio per scegliere l’eterno? E soprattutto, l’eterno è veramente gelido e solo senza il transeunte? Contestualizzando possiamo sottolineare la dilagante accettazione per le bassezze umane, non solo sessuali (prostituzione, escort) ma anche politiche. Possiamo accettare sia veramente questa la nostra natura?

In ultimo non si può non ricordare la continua contemporaneità del Luceafarul se pensiamo alle relazioni sentimentali. Dove spesso l’incostanza diventa la normalità. L’infedeltà che tradisce non solo il corpo ma la purezza stessa dei sentimenti. Bugie, atti, che non sono espressioni di crudeltà ma di limite umano dell’amore. Dove c’è troppo poco spazio per la felicità e troppo spazio per il dolore. Dove una delle domande cruciali è la differenza tra le persone di fronte all’intercambiabilità dei rapporti. Dove l’unicità del singolo viene continuamente messa in dubbio. E dove troppo spesso l’incompatibilità e il paragone fanno emergere la drammatica mancanza che abbiamo in sorte di patire dell’altro. E questo è quanto dice il Luceafarul emineschiano, è quanto ho cercato di dire anche io coi miei pochi versi, ed è quanto impariamo prima o poi tutti.


Qui il mio Luceafarul: https://alessandrocanzian.wordpress.com/2013/01/26/luceafarul-samuele-editore-2012/


In rete trovate versioni (brutte) del Luceafarul emineschiano. Al momento non esiste ancora una versione ufficiale e soddisfacente, data la complessità dell’opera (anche io come Samuele Editore ci avevo provato, dovendo poi abbandonare il progetto).


L’immagine di copertina a questo post è una scultura dell’amico Sergio De Giusti.





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