La direzione delle cose – Roberto Cescon

cescon

C’è una giornata immaginaria che percorre il volume di poesie La direzione delle cose di Roberto Cescon (Ladolfi 2014). O per meglio dire c’è una giornata dentro la quale l’esperienza della direzione delle cose è chiusa come in una gabbia. Se infatti il primo e ultimo testo del volume citano il figlio dell’autore Pietro (come sottolinea Gian Mario Villalta in prefazione), il secondo testo che dà titolo all’opera inizia con una mano sulla sveglia che ferma la notte nel tempo che ancora ci prendiamo e così facendo traccia una linea retta fino al terzultimo testo che dopo la sveglia sulla mia schiena curvi il tuo corpo come un cucchiaio perchè la giornata finisce quando spengo la luce. Una giornata fatta di cose da dire, da raccontare, di cose con cui rapportarsi per analizzare la propria presenza nel mondo. Presenza frustrata, non soddisfatta (Chiedersi un’altra vita nei passi / perchè non è bastato il lavoro / o un figlio), ma non sola. Anna infatti, la moglie, la presenza umana che pur muta e quasi altra, esterna e non dialogante, viene imprescindibilmente accostata a questa sveglia che apre e chiude l’esperienza della giornata, del mondo. E la percorre.

Roberto Cescon non è un poeta della solitudine ma questo forse acuisce l’esperienza della delusione delle cose inserendo nella quotidianità del vivere un senso di colpa. Il penultimo testo del libro, che giustifica e rende assolutamente emblematico e significativo il mancato allineamento dei due testi della sveglia (secondo e terzultimo del libro in luogo di secondo e penultimo), parla infatti di cose che si rompono, di cose da aggiustare, parla di colpe da perdonarsi perchè vivere è sbagliare, cucire, rialzarsi. Perchè in fondo non possiamo innamorarci / delle storie dei romanzi / e volere che la nostra sia una fiaba.

In un sistema di capitoli/quadretti dove non si deve chiedere una stretta cronologia compositiva si riconoscono punti fissi quali un’attesa, l’aspettativa delusa del figlio che sembrava non arrivare (È la poltrona Poäng il nodo: / un angolo per leggere comodo / nello studio, che invece credevo / di liberare per la cameretta), la vita sociale che non può più nemmeno deludere perchè già consapevole della propria precarietà (La mora del piano di sopra lo guarda, / neanche stavolta si è accorto di me), qualche exploit di rabbia che sembra denotare una ribellione soffocata, una frustrazione che non accetta d’essere (Un’altissima pila di piatti / schiantarli uno a uno per terra, / questo vorrei, oppure con un coltello / squartare un lombo su un tavolaccio / finchè il sudore si mischia col sangue).

E sono le parole alla fine ciò che resta di tutto. Le parole che si dirigono a destra / verso il chiaro dei tuoi occhi e che sono un modo per crederci vicini / quando ci svestiamo / e copriamo le ferite. Parole che sono tutto ciò che ha il poeta per comprendere e opporsi alla direzione delle cose. Parole cercate, parole usate, parole che si oppongono perchè sono le cose a dire chi sono e in tutto questo si ingabbia la frustrazione d’essere. Ma le parole alla fine riescono ancora a essere parte, perchè era tutto lì, / bastava solo accorgersi. O in altra formula le cose scorrono nelle parole, / però c’è meno sale. Anche se resta il dubbio che tra le parole stesse esista in mezzo solo un filo / che non basta alle parole.

Parole che infine, come giustamente dice Gian Mario Villalta: evidenziano per ogni singolo brano la conoscenza da parte dell’autore delle recenti vicende della poesia italiana, e sopratutto una scelta di continuità nei confronti di quelli che potremmo chiamare i “fratelli maggiori”, quei poeti che hanno passato da non molto la soglia dei cinquant’anni e che recentemente hanno acquistato, ancorchè molti di loro con un certo ritardo, una presenza accertata nel panorama poetico. Condivide con questi ultimi non solo un’apparente semplificazione del processo creativo, il cui risultato è un inquadramento argomentativo riconoscibile dei temi, pur nello sfondo di una volontà lirica, volto a raccontare l’esperienza, ma pure si pone su una medesima lunghezza d’onda comuinicativa, privilengiando una piana dicibilità, un’istanza prevalente di comunicazione.

Le poesie di quest’ultimo lavoro di Roberto Cescon (il precedente era La gravità della soglia, Samuele Editore 2010, prefazione di Maurizio Cucchi) fanno in qualche modo venire in mente il celebre gesto di Fontana che nel graffiare la tela non semplifica ma coglie e rende l’essenzialità delle cose. Della direzione delle cose potremmo dire nel caso specifico. Un’essenzialità che non può che essere comunicabilità a livello di sintesi e spogliazione pur nella consapevolezza che è impossibile spogliarsi del tutto (in effetti l’estrema spogliazione, lo zero assoluto, sarebbe puro gesto e non letteratura, o forse sarebbe il momento in cui la parola diventa cosa). Ma questa impossibilità, che forse rappresenta la direzione delle cose, diventa di fatto tutto ciò che si ha (Non è tempo di distruggere o fuggire, / dobbiamo starci accanto, / capire che la strada è anche ciò che abbiamo) e la parola lo strumento attraverso cui il poeta trova la sua pur precaria e insoddisfacente posizione. Posizione che talvolta si arricchisce di qualche illuminazione sopratutto di fronte ad Anna: I poeti sono molto fortunati / perchè le donne stanno insieme a loro / non certo per i soldi, / ma perchè poeta è la ciliegina / su qualcosa che all’inizio era perfetto.








Le cose che vedo sono una mappa:


questa è la libreria che non basta

questa è la tivù per non pensare

questa è la sedia, forma del mio corpo

questo è il frigorifero, un calendario che scade

questa è la tastiera per vedere meglio

questa è Anna, questo è Pietro, che dormono

per difendersi dal male

quelle le case fuori per dirmi

la normalità dei giorni.


Se tolgo le cose che vedo

io sono quella che resta

ma senza sentirmi perchè

sono le cose a dire chi sono.








La direzione delle cose


La mano sulla sveglia ferma la notte

nel tempo che ancora ci prendiamo.


La tapparella taglia i contorni.


L’acqua nel termosifone è l’inizio

del giorno, le cose da fare.


Se dico ciabatte, armadio, servomuto,

so come arrivare alla porta.


La direzione delle cose è nelle parole

che dico, ma esiste prima.

Quando mi colpisce, cerco parole

per dirla, ma spesso non bastano.


Forse nel buio le cose

hanno una loro intelligenza

perchè sono più di quello che siamo.








Il servomuto


Raccolgo il giorno nei gesti che sono

levare la camicia, piegare i pantaloni,

unico proposito di ordine.

Sui vestiti c’è il mio odore, fumo e pelle.


Rivedo le parole già dette

e quelle mancate.

Ora il servomuto ha la mia forma,

la sensazione di perdere tempo

e non averne mai abbastanza.


Qualcosa resta sempre addosso

le domande per esempio ogni sera

che strisciano quando spengo la luce.


Tutta la vita a spogliarmi

mai veramente del tutto.








L’avanguardia è finita


Nei giorni scrivo una lista di gesti

che sono libri, tastiera, bicicletta,

pannolini, pentole, pigiama.

La notte cerco di dormire, prima

di ricominciare la spirale.

Esistono varianti della lista

ma non spostano la bolla.


Ogni giorno vado fuori e torno a casa.


Io sono questo, inutile pensare altro.


Non è tempo di distruggere o fuggire,

dobbiamo starci accanto,

capire che la strada è anche ciò che abbiamo.








La poltrona Poäng


La sto montando stasera

e non sta andando male,

basta seguire le istruzioni con calma.

In salotto il telecomando

cerca un canale che non c’è.

Mi sembra di sentire singhiozzi,

perchè l’emicrania di oggi spezza

l’illudersi anche di questo mese.

È più fatica a stringere le viti.


È la poltrona Poäng il nodo:

un angolo per leggere comodo

nello studio, che invece credevo

di liberare per la cameretta.

Forse è una sfida o un modo

per accettare quello che non arriva,

come ci fosse meno dolore nel farlo.


Poltrona e tivù sono direzioni diverse

degli stessi pensieri, lontane

più della parete che ci divide.


Non ci sono parole per toccarsi.








Penso ai non luoghi quando scendo

dalla metro, attento al portafoglio.

Cerco l’uscita in mezzo a formiche

– in testa la lista di cose da fare –

scansando sui gradini lo storpio

che esibisce il piede sotto la pubblicità.


Non stiamo vedendo le stesse cose.

Le mie sono dove nascono queste parole.


Siamo più distanti degli odori

dei corpi costretti a sfiorarsi,

qualcuno con gli auricolari di più.


Ci sono impalcature,

forse rifaranno la facciata.


Chiedersi un’altra vita nei passi

perchè non è bastato il lavoro

o un figlio. La risposta

gratta lo stomaco, a volte manca.


Noi siamo anche questa mancanza.








Di fronte


Il bambino in tuta scarmigliato

mastica un piccolo hamburger

guardando sul tavolo accanto

la sorpresa dell’happy meal.

Sente una mamma ripetere mangia.


Il papà in giacca brizzolato

col cellulare manda un messaggio

sopra il vassoio pieno di avanzi.

Sullo schermo le dita rincorrono

qualcosa, forse una possibilità.


Sono due solitudini diverse

uscite per stare un po’ insieme

fino al saluto sul portone.








La parole si dirigono a destra

verso il chiaro dei tuoi occhi.

È un modo per crederci vicini

quando ci svestiamo

e copriamo le ferite

non sapendo

da dove cominciare.








L’inizio e la fine della giornata


Dopo la sveglia sulla mia schiena

curvi il tuo corpo come un cucchiaio

ancora per qualche respiro.


La giornata finisce quando spengo la luce

sempre troppo tardi, tu dormi già,

ma io ti accarezzo, poco, lo stesso

come per dirti qualcosa.








Solo a raccontarla crediamo alla coerenza

della nostra vita quasi fosse una ricetta,

ma la strada resta dritta solo finchè la pensiamo:

esistono lepri, buche, strettoie

da attraversare

con le mani ferme sul volante.


La vita è tenere insieme le cose

che abbiamo rotto o sono scappate,

perchè facciamo di tutto

per restare a galla,

ci spinge un vento che asciuga

ciò che abbiamo steso.


D’altra parte non possiamo innamorarci

delle storie dei romanzi

e volere che la nostra sia una fiaba.


Dovremmo essere più indulgenti

con gli errori che facciamo

perchè vivere è sbagliare, cucire, rialzarsi.








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